Abu Dhabi, capitale economica degli Emirati Arabi Uniti, negli ultimi anni ha saputo trasformarsi e divenire espressione di un melting pot culturale e sociale in crescente trasformazione, grazie all’impegno e all’ingegno tanto del Governo Emiratino, quanto degli innumerevoli investitori che operano nei più disparati settori. 

In questo allettante quadro di crescita economica e di sviluppo di idee ed investimenti, si collocano anche gli italiani.

Chef Simone FedericiLo Chef Simone Federici, classe 1994, abruzzese di origine, già a 15 anni sognava di un futuro ambizioso in giro per il mondo. Una formazione alberghiera all’Istituto Einaudi in Italia e la voglia di esplorare il mondo.

Medaglia e vincitore di numerosi concorsi culinari, Simone è stato proclamato uno dei tre migliori giovani Chef d’Italia.  Nel 2011, già professionista di successo e affermato, Simone ha conseguito il Diploma di Sommelier. 

Una prima esperienza formativa la fa in Costa Smeralda, per lo “Sporting Hotel” di Porto Rotondo, oltre tre anni trascorsi come Sous Chef al “Mandarin Oriental, Canouan Island, Saint Vincent and the Grenadines”, nei Caraibi, a seguire un anno formativo a Miami e poi il rientro ai Caraibi.  Dal 2017 Chef di Cucina a “La Mamma” ristorante all’interno dello Sheraton Hotel di Abu Dhabi. Ha sviluppato e  gestito  l’iconico ristoranteMare Mare” presso il Jumeirah Saadyat Island Resort. Fino ad approdare ad “Antonia”, dal nome di colei che lo ha ispirato, ossia sua nonna Antonia.

Il ristorante è un tributo alla tradizione culinaria italiana che strizza l’occhio ad una realtà glamour ed internazionale, dalla location, Mamsha al Saadiyat di fronte la splendida spiaggia di Soul Beach, che ricorda tanto i ristoranti delle italiche Riviere, ad un arredamento degli anni ‘60, con colori sapientemente dosati dal bianco e nero, al rosso ciliegia, spinto il tutto da un verde menta che ci fa fare un tuffo immediato nelle atmosfere della Dolce Vita. 

Celebre per la sua pizza al taglio, in perfetto stile romano, con un impasto che richiede una lievitazione di 72 ore e con l’impiego di un lievito madre di oltre cinquant’anni, tramandato di generazione in generazione.

Ma Antonia non è solo questo, i primi sono un viaggio per il palato, dal centro al sud Italia, cibo da strada come i supplì, portate a base di pesce, menù speciali, desserts della tradizione italiana e un’ottima selezione di aperitivi.

Incontro Simone proprio da Antonia e cominciamo la nostra piacevole intervista.

Il design dei Paesi Arabi tra innovazione e tradizione

Cosa rende Antonia un ristorante italiano così apprezzato qui negli Emirati, tenuto conto degli innumerevoli riconoscimenti ricevuti nell’ultimo anno? 

Negli ultimi nove mesi abbiamo ricevuto quattro premi, come migliore ristorante italiano e come migliore pizza qui ad Abu Dhabi.

Nel corso della mia esperienza pregressa, ho lavorato presso strutture di altissimo livello, imbattendomi in una clientela che faceva del lusso uno stile di vita, a quel punto la vera intuizione e rivelazione è stata quella di ritagliare per un target facoltoso, un ambiente semplice, casual ed informale, puntando tutto sulla qualità delle materie prime, oltre l’80% dei nostri prodotti, sono di provenienza italiana, manovrati da persone super competenti.

In cucina posso contare sull’ausilio di chef con background notevoli, provenienti da cucine di altissimo livello, il tutto contornato da una cornice favorevole, la vista sul  mare, che accresce questa sensazione di tranquillità, apprezzando il buon cibo in completo relax.

Questo concept ha reso  Antonia un ristorante unico, con un’affluenza di clienti sempre più variegata, che si è aggiunta alla affezionata clientela acquisita le precedenti esperienze nella ristorazione, ampliando il bacino di utenza.

Mensilmente, siamo in grado di servire in media, circa 12 mila coperti, diventando il ristorante italiano più frequentato di Abu Dhabi.

Se potessi stilare una lista di clienti abituali, chi si collocherebbe al primo posto? E cosa apprezzano del menù di Antonia.

Una buona percentuale, circa il 30% italiani e  considerando di essere ad Abu Dhabi, è decisamente un traguardo importante, un 50% expats europei e la restante percentuale la comunità locale.

Questo concept che rende Antonia un ristorante homely, ci garantisce una buona porzione di clienti abituali, che frequentano il ristorante addirittura più volte durante la  settimana. 

Un luogo dove riusciamo a far stare bene la clientela.

Alterniamo alla routine settimanale, degli eventi o serate fuori menù, in cui cuciniamo portate della tradizione italiana, impiegando materie di prima qualità. 

Per la pasta con le vongole usiamo solo quelle certificate provenienti da Chioggia, 

Piuttosto che i ricci di mare, provenienti dalla Sardegna o dalla Francia.

Per mantenere determinati standard di qualità, si tratta di prodotti che non vengono serviti in grandi quantità.

Il nostro menù à la carte, contempla piatti della tradizione, in cui nella cacio e pepe, senti davvero il sapore dei tonnarelli, esattamente come gustarli in un buon ristorante romano. 

Va seguita una logica a mio parere, mai abbassare il livello della qualità delle materie prime, perché presentare prodotti di elevata qualità è sempre premiante, inoltre devono essere servite porzioni generose, riuscendo a mantenere dei margini di guadagno più che ragionevoli.

Cerchiamo di realizzare dei piatti standardizzati, che ripetuti nel tempo diventano super buoni e super perfetti, una sorta di automatizzazione della cucina, in cui ogni figura può essere facilmente sostituita, senza inficiare il rendimento del ristorante. Applicare il modello fast food di note catene americane, ad un concetto più complesso e sofisticato di Fine Casual Dining, in cui si serve del cibo eccellente, in un’atmosfera casual e rilassata, contribuendo a proiettarsi verso una visione che volge verso l’ espansione di altre sedi di Antonia.

Paolo Lettieri: architettura italiana di stampo cosmopolita

Cosa spinge un ragazzo di vent’anni a lasciare l’Italia, la propria comfort zone, la propria famiglia, a cui suppongo tu sia profondamente legato, per un paese estero e sconosciuto? 

La passione per la cucina l’ho sempre avuta, sin da giovanissimo, mosso dall’ispirazione di potere viaggiare per il mondo e con un’ambizione e una voglia di riscatto, mi sono dirottato verso il mondo della cucina, con la consapevolezza delle mie attitudini.

Affiancai lo studio, alla pratica in cucina da subito, studiavo e apprendevo il più possibile, tanto che già a 17 anni, cominciai a ricevere premi e riconoscimenti, come giovane Chef d’Italia e bruciando velocemente le tappe, intorno ai 18 anni mi ritrovai a ricoprire già cariche importanti, come il Sous Chef.

Appena diplomato cominciai a ricevere diverse offerte di lavoro, ricordo benissimo che mi proposero un buon lavoro in Svizzera, con un stipendio importante per la mia giovane età, ma al contempo arrivó l’offerta di lavoro dal Mandarin Oriental ai Caraibi, con un minore stipendio, ma si trattava di una struttura di super lusso, menzionata da Forbes, come l’isola dove i miliardari vanno a nascondersi dai milionari, ma all’epoca della mia partenza, non conoscevo l’isola, ero solo ispirato dall’idea di osare e muovermi verso un altro continente, un’altra cultura e realtà.

Si trattava di una meta davvero lontana, come primo estero, non parlavo bene l’inglese, ma sentivo che quella sarebbe stata la strada giusta. La mia famiglia, seppure dubbiosa e immagino preoccupata per le mie sorti, ha accolto la mia intuizione e mi hanno consentito di partire, non senza remore. Cominciai a lavorare, studiare on line la lingua inglese, nei primi otto mesi, crebbi come posizione e stipendio, divenni Sous Chef e dopo pochi altri mesi Chef di Cucina per il ristorante italiano in loco.

Durante la mia avventura ai Caraibi conobbi persone molto facoltose, ma fu un Ministro delle Finanze Sudamericano a farmi comprendere, che per fare il salto di qualità, avrei dovuto imparare come funzionava il mondo del business, ma soprattutto guardare oltre, provare ad essere indipendente.

Dall’intuizione sono passato alla pratica, ho studiato marketing, networking, trading a Miami, competenze soft skills e hard skills, nel campo delle vendite, tutte esperienze performanti che ho applicato alla mia passione e sono giunto qui ad Abu Dhabi.

Grazie alle capacità di networking apprese, ho lavorato sulla clientela e nelle varie esperienze lavorative sono giunto a creare una rete fidelizzata di clienti. Ho imparato a circondarmi di persone che siano per me fonte di ispirazione e motivo di accrescimento. 

Ti racconto un aneddoto, quando lavoravo al Mare Mare, un giorno mi capitò di incontrare Raymond Dalio, un noto imprenditore statunitense, fondatore di Bridgewater Associates, il più grande hedge fund del mondo, menzionato tra le 60 persone più ricche al mondo.

Lui era molto schivo, io lo avevo riconosciuto, perché avevo letto alcuni dei suoi libri, ho cercato di parlargli, l’ho invitato a mangiare al ristorante, venne più volte, si creò una piacevole alchimia, io già dalla prima volta, gli rivelai che lo conoscevo, perché i suoi libri mi avevano ispirato. 

Creare una rete di contatti, applicare le basi della pubblica relazione e la consapevolezza di prefissarsi degli obiettivi a lungo termine, sono a mio giudizio le chiavi di un sicuro futuro successo.

Che bilancio trai da questa esperienza?

Che nonostante i sacrifici, le fatiche, le delusioni, vale sempre la pena osare, perché alla fine se hai degli obiettivi prefissati, devi provare con tutte le forze a realizzarli e io con ostinazione, mai smettendo di crederci, con orgoglio comincio a vedere concretizzarsi le mie visioni. E continuo a pormi sempre nuovi obiettivi e nuove sfide.

Cosa ti senti di suggerire a ragazzi giovani e propositivi? 

Di non avere paura di mettersi in gioco, di creare valore da portare sul mercato, con lo studio e la formazione, non temere di abbandonare la propria comfort zone, ma viaggiare in luoghi dinamici, rapportarsi con culture diverse ed investire continuamente per aumentare la propria crescita personale.

Abu Dhabi: una sfida ambiziosa

Articolo precedenteArchistar: chi sono i protagonisti mondiali dell’architettura e del design
Articolo successivoCosmogarden 2023: la biennale del verde d’Italia
Corrispondente da Abu Dhabi (Emirati Arabi) Ha frequentato la facoltà dì giurisprudenza di Ravenna, distaccamento di Alma Mater di Bologna. Sposata con due figli, ha intrapreso la scelta famigliare di vita all’estero. Ha trascorso diversi anni in Egitto, operando in varie associazioni umanitarie del luogo e vissuto in prima persona la primavera araba e le trasformazioni del Paese dal punto di vista geopolitico. È appassionata di fotografia e di arte in genere. Ha gestito un blog semiserio rivolto alle mamme all’estero. Trasferita negli Emirati Arabi Uniti, ad Abu Dhabi, ha provato a rimettersi in gioco frequentando un Corso di Interior Design e raccontando le meraviglie del mondo arabo, mistero, tradizione e fascino di un’architettura e di un design cosmopoliti. Vive nelle Etihad Towers, un complesso di 5 grattacieli, che rappresentano un’attrazione di Abu Dhabi.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui