in copertina: foto di Luca Spinelli Cesena
Nel giorno in cui avrebbe compiuto 99 anni, si è spento nella sua casa di Milano Arnaldo Pomodoro, uno dei più grandi scultori italiani del Novecento. Con lui se ne va un protagonista assoluto dell’arte contemporanea, capace di lasciare un’impronta indelebile con le sue opere monumentali in bronzo che hanno attraversato epoche, continenti e linguaggi, imponendosi come simboli universali del nostro tempo.
Le sfere spezzate, metafora della modernità Le sue celebri “Sfere con sfera” — presenti in luoghi iconici come il Vaticano, la Farnesina, il Trinity College di Dublino, la sede dell’ONU a New York e molte altre capitali del mondo — sono ormai entrate nell’immaginario collettivo. Quelle superfici lisce, perfettamente levigate, che si lacerano per mostrare un cuore meccanico, complesso, apparentemente fragile ma straordinariamente armonioso, raccontano una visione poetica e inquieta del mondo contemporaneo: la perfezione apparente della civiltà che cela fragilità, tensioni e meccanismi interiori.
Pomodoro aveva fatto della materia un linguaggio e della scultura una forma di pensiero. Il suo stile riconoscibile, scolpito nel bronzo ma anche nel tempo, ha saputo fondere classicità e avanguardia, rigore geometrico e tensione emotiva. Le sue opere sono presenze silenziose ma potenti, capaci di dialogare con l’architettura, la città, la natura. Dalle Marche a Milano: una vita per l’arte Nato il 23 giugno 1926 a Montefeltro di Pesaro, Arnaldo Pomodoro si trasferì con la famiglia a Rimini e poi a Milano, dove avviò il suo percorso artistico negli anni Cinquanta. Inizialmente si avvicinò al design e all’oreficeria, ma presto abbracciò la scultura, ispirato dalle avanguardie europee e americane, ma anche da una profonda conoscenza dell’arte antica, in particolare quella etrusca. Negli anni Sessanta il suo nome inizia a circolare nelle grandi capitali dell’arte.
Partecipa più volte alla Biennale di Venezia e alla Documenta di Kassel, ottiene premi internazionali e realizza opere pubbliche monumentali in tutto il mondo. La sua carriera si svolge parallelamente a quella del fratello Giò Pomodoro, anch’egli scultore, con il quale condivise gli esordi e un dialogo artistico intenso ma autonomo.
Una poetica della forma e dell’enigma Il lavoro di Pomodoro si nutre di archetipi e visioni futuristiche, di strutture matematiche e tensioni spirituali. Le sue opere non vogliono solo decorare lo spazio, ma aprirlo, interrogarlo, renderlo luogo di riflessione. Dietro ogni incisione, ogni lacerazione del bronzo, c’è una domanda sul destino umano, sul rapporto tra l’individuo e la storia, tra l’uomo e la macchina. “Cerco di rompere la perfezione, di scavare nella superficie, di andare oltre”, amava ripetere. E questo “oltre” lo ha accompagnato per tutta la vita, come un orizzonte da inseguire e ridefinire.
Anche quando esplorò la scenografia, lavorando con il teatro e la lirica (memorabile la sua collaborazione con il Teatro alla Scala), seppe portare con sé questa visione scultorea, totalizzante. La Fondazione e l’eredità culturale Nel 1995 nasce a Milano la Fondazione Arnaldo Pomodoro, luogo non solo di conservazione delle sue opere ma anche spazio vivo di ricerca e promozione delle arti contemporanee. È lì che Pomodoro ha raccolto il suo archivio, i suoi progetti, i suoi sogni. E lì continuerà a vivere la sua eredità, attraverso mostre, residenze, attività didattiche e pubblicazioni.
Negli ultimi anni, pur segnati dalla fragilità fisica, Pomodoro non aveva smesso di progettare, disegnare, pensare. Era ancora curioso, attento, presente. Aveva compreso che l’arte non finisce con l’opera, ma si tramanda come linguaggio, come pensiero, come visione. Un addio che sa di eterno La morte di Arnaldo Pomodoro segna la fine di un’epoca, ma anche l’inizio di una nuova fase per la sua opera: quella del tempo della memoria e della riscoperta continua. Le sue sfere continueranno a riflettere il cielo e le città, a interrogare chi le guarda, a raccontare la bellezza imperfetta del nostro mondo. Oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto 99 anni, lo salutiamo con gratitudine e rispetto.
Con la consapevolezza che un artista come lui non si spegne davvero: resta nelle forme che ha plasmato, nel bronzo che ha inciso, nelle visioni che ha lasciato. Addio, Maestro. E grazie per averci insegnato che anche l’equilibrio può nascere dalla frattura.



























