di Piero Luigi Carcerano

Il legame tra architettura e sociologia è una tessitura complessa di influenze reciproche, in cui il design degli spazi urbani e la vita umana si intrecciano in un dialogo costante. Attraversando questo panorama, ci imbattiamo in menti visionarie che hanno plasmato il concetto di architettura non solo come spazio tridimensionale o di riflessione, ma anche come fondamento dell’esperienza collettiva.

Louis Kahn, un maestro dell’architettura del XX secolo, sosteneva che ogni edificio dovrebbe essere un tempio del suo spirito. Per Kahn, l’architettura era intrisa di monumentalità, non in termini di dimensioni ma nella capacità di evocare un senso di eternità e significato. Vedeva lo spazio non solo come una concretizzazione fisica ma come un luogo dove il tempo, la luce e il materiale si incontrano per dare vita all’esperienza umana. Gli edifici diventano così palcoscenici della vita quotidiana, dove le persone non solo passano ma si connettono tra loro e con qualcosa di più grande.

Richard Rogers, noto per il suo approccio high-tech all’architettura, enfatizza l’importanza della “leggibilità” degli edifici. Le sue strutture, spesso caratterizzate da elementi strutturali e impianti a vista, invitano gli osservatori a leggere e comprendere lo spazio in maniera intuitiva. Rogers propone una visione democratica dell’architettura, in cui gli spazi sono progettati per essere accessibili, comprensibili e utili alla collettività, incoraggiando l’interazione sociale e il senso di comunità.

The National Parliament of Bangladesh.jpg
Figura 1 The National Assembly Building (1982) in Dhaka, Bangladesh, was designed by American architect Louis Khan. David Stanley

By Fabian Roudra BaroiOwn work, CC BY-SA 4.0, Link

Tadao Ando, con le sue opere minimaliste, ci ricorda il potere dell’architettura di toccare l’anima umana. Per Ando, il silenzio e il vuoto sono elementi tanto importanti quanto il concreto e il vetro. Le sue architetture sono contemplative, spazi in cui il pensiero e l’individuo possono prosperare, eppure, allo stesso tempo, sono luoghi vivamente collettivi, che uniscono le persone in una condivisione tattile e visiva dello spazio.

Jacques Herzog e Pierre de Meuron, attraverso il loro lavoro collaborativo, sottolineano il ruolo dell’architettura nel creare identità collettive. I loro progetti, spesso giocando con la trasparenza e la riflessione, esplorano come gli edifici possano riflettere e rispondere al loro ambiente, sia esso naturale o sociale. Sono architetti che vedono gli spazi come tessere di un mosaico più ampio, che definisce e viene definito dalla collettività che lo abita.

Questi pensatori dell’architettura hanno approfondito i nostri comportamenti e di come gli spazi che progettiamo e abitiamo influenzino e siano influenzati da chi siamo come individui e come società. Da ogni angolazione, dal concreto al metafisico, ci mostrano che l’architettura è molto più di muri e tetti; è il luogo in cui il pensiero diventa materiale e la collettività trova la sua casa.

L’architettura è il riflesso tangibile del pensiero collettivo: una sinfonia di forme e spazi che risponde non solo a funzioni pratiche ma trascende in un linguaggio che esprime la ricerca di bellezza, armonia e continuità storica. Come autore perpetuo, la società impregna ogni edificio di significati che vanno oltre l’utilità immediata, imprimendo nella materia le proprie aspirazioni e la propria identità. Le strutture che ci circondano non sono solo risposte a esigenze, ma testimoni della nostra evoluzione, simboli della nostra capacità di plasmare l’ambiente in accordo con i nostri ideali estetici e con il nostro senso di comunità, e gli urbanisti e gli architetti, dentro la loro capacità di progettisti, assumono il ruolo di redattori di questo testo sociale, curando e plasmando il nostro ambiente costruito per rispecchiare e servire lo spirito del tempo. Il loro lavoro è immerso in un dialogo tra passato e presente, uno sforzo di bilanciare ciò che è stato con ciò che potrebbe essere. In quest’arte, c’è un riconoscimento che ogni edificio, piazza o strada è più di una soluzione a una domanda funzionale; è una risposta a un bisogno collettivo di significato, appartenenza e connessione.

Quando l’architettura riuscita incrocia la via dell’urbanistica attenta, si ha la nascita di luoghi che sono più di semplici nodi di transito; diventano scene di vita pubblica, teatri dell’ordinario e del festivo. Un esempio può essere trovato nei mercati delle città, dove la semplice transazione commerciale diventa un’esperienza carica di socialità, cultura e storia. Qui, la geometria degli stand e il ritmo del commercio compongono una sinfonia di interazioni umane, rivelando l’ordito sociale su cui è tesa la trama dell’architettura.

Figura 2 LONDON – MAY 13 2015:Lloyds Building in City of London, UK.It’s Lloyds insurance headquarter also known as the inside-out building as it’s lifts, staircases and most of the piping exposed outside in LONDON on MAY 13 2015 — Photo by lucidwaters

L’architetto olandese Rem Koolhaas ha osservato che la città contemporanea è un luogo di “collisioni incontrollate”. In queste collisioni, nell’apparente caos, emerge un ordine che è profondamente umano e sorprendentemente resiliente. È il compito degli architetti e degli urbanisti non solo di navigare ma di coreografare queste collisioni, creando spazi che possono supportare e arricchire la complessità della vita urbana.

Nell’era dell’iper-connettività e della globalizzazione, l’architettura e l’urbanistica devono anche affrontare la sfida di creare luoghi che mantengano un senso di identità locale pur essendo inseriti nel contesto globale. Questo richiede un equilibrio delicato, un’orchestrazione di scala locale e globale, privata e pubblica, tradizione e innovazione.

L’architettura non è solo l’involucro fisico delle nostre vite; è la materializzazione di un dialogo continuo tra le nostre identità individuali e collettive. È il terreno su cui si gioca la nostra umanità, dove si manifestano i nostri valori più profondi e dove, ogni giorno, la storia umana continua a essere scritta nel calcestruzzo e nel vetro, nella pietra e nell’acciaio delle città che chiamiamo casa.

Nelle mani degli architetti cade la responsabilità non solo di progettare spazi ma di creare ambienti che facilitino interazioni significative, promuovano il benessere comune e riflettano i valori della comunità. La sfida è duplice: da un lato, vi è la necessità di rispondere alle esigenze funzionali immediate; dall’altro, l’importanza di anticipare il futuro sociale e culturale degli spazi creati. Questo equilibrio delicato richiede una visione olistica, che tenga conto delle implicazioni a lungo termine dell’architettura sulla vita sociale.

La sostenibilità emerge come concetto chiave, estendendosi oltre le mere considerazioni ambientali per includere la resilienza sociale e culturale degli spazi urbani. Un edificio sostenibile, in questo contesto più ampio, è quello che promuove la connessione umana e si integra armoniosamente nel suo contesto sociale e ambientale. Questo tipo di architettura richiede un approccio empatico, che riconosca gli spazi come parte integrante dell’esperienza umana, carichi di significati e ricordi collettivi.

Figura 3 Rem Koolhas- CCTV Building, 2002 – China Pechino

Gli esempi di architettura “non-sociologica”, come descritti, rivelano le conseguenze di una visione miope, concentrata esclusivamente sull’estetica o sulla funzionalità senza considerare l’impatto sociale. Questi spazi spesso falliscono nel promuovere il senso di appartenenza o nel facilitare le interazioni sociali, risultando in ambienti alienanti che riflettono una mancanza di connessione tra l’individuo e il suo contesto urbano.

Al contrario, gli spazi che abbracciano la loro funzione sociale diventano luoghi di incontro, di scambio culturale e di coesione comunitaria. Questi ambienti stimolano non solo l’interazione fisica ma anche quella emotiva e intellettuale, contribuendo alla vitalità e alla sostenibilità a lungo termine delle città.

La riflessione su questi temi ci porta a considerare il ruolo dell’architetto non solo come progettista di edifici ma come creatore di contesti, colui che modella l’ambiente urbano in modi che promuovono la qualità della vita. L’obiettivo finale è la realizzazione di spazi che siano veramente umani, che rispondano alle esigenze della comunità e che celebrino la ricchezza della vita collettiva.

Il dialogo tra architettura e sociologia sottolinea l’importanza di un approccio consapevole alla progettazione urbana, uno che tenga conto delle complesse dinamiche sociali e che aspiri a creare spazi che arricchiscano la vita umana in tutte le sue dimensioni.

Figura 4 “The nest” Stadium, Herzog & De Meuron, Pechino, China

La progettazione di spazi urbani che abbracciano l’esperienza collettiva rappresenta una sfida cruciale per il futuro. L’opera di architetti come Kahn, Rogers, Ando, Herzog e de Meuron dimostra che l’architettura può essere molto più che una risposta alle esigenze materiali; può diventare un potente mezzo per coltivare l’identità collettiva e il benessere comunitario. Tuttavia, sorge spontanea la domanda: in che misura le future generazioni di architetti sapranno mantenere e ampliare questa visione, di fronte a sfide come l’urbanizzazione accelerata, i cambiamenti climatici e le crescenti disuguaglianze sociali? Riusciremo a bilanciare la sostenibilità ambientale con quella sociale? Mentre l’attenzione verso l’ecologia è imprescindibile, non dobbiamo dimenticare l’importanza della sostenibilità sociale e culturale. Come possiamo creare spazi che non solo riducano l’impatto ambientale, ma che promuovano anche l’inclusione e il benessere sociale? Nell’era della globalizzazione, le città tendono a perdere la loro identità unica, diventando sempre più omogenee. Riusciremo a progettare spazi che mantengano un senso di identità locale pur essendo integrati in un contesto globale? Con l’avvento di nuove tecnologie, dall’intelligenza artificiale alla realtà aumentata, come cambierà il modo in cui progettiamo e viviamo gli spazi urbani? Riusciremo a utilizzare queste innovazioni per migliorare la qualità della vita senza creare nuove forme di esclusione? Sarà essenziale adottare un approccio che integri le prospettive sociologiche, psicologiche ed ecologiche nella progettazione urbana. Coinvolgere le comunità locali nel processo di progettazione sarà cruciale per assicurarsi che gli spazi creati rispondano realmente ai loro bisogni e desideri. Preparare le future generazioni di architetti e urbanisti ad affrontare le sfide globali con creatività e responsabilità, promuovendo una formazione che valorizzi l’etica e la sostenibilità, sarà fondamentale. L’architettura del futuro dovrà essere empatica, inclusiva e resiliente, capace di rispondere ai bisogni umani più profondi e di adattarsi ai cambiamenti continui della nostra società. Solo così potremo creare città che non siano solo luoghi in cui vivere, ma che diventino vere e proprie case per la nostra umanità condivisa

Ft Worth Modern 10
Figura 5 Modern Art Museum of Fort Worth – Tadao Ando 2002 photo by Joe Mabel

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui