Di Piero Luigi Carcerano

In copertina: Fontana dei Fiumi – Roma

Nell’epoca barocca, il tessuto urbano e spirituale di Roma venne trasformato in modo indissolubile dalle mani di due maestri dell’architettura: Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini. Le loro opere, più che semplici costruzioni, rappresentarono l’incarnazione di una visione del mondo, un riflesso di una società in profondo cambiamento, e un dialogo costante con il potere ecclesiastico che dominava la scena culturale e politica di quel tempo.

Bernini, con la sua personalità estroversa e il suo genio poliedrico, seppe tradurre la magniloquenza del papato e l’intensità della fede in opere di stupefacente impatto emotivo. La sua Piazza San Pietro, con il suo colonnato che si dispiega come braccia accoglienti, non è solo un simbolo della Chiesa universale, ma anche un’audace dichiarazione di forza e potenza, una scenografia dove ogni elemento è calibrato per suscitare meraviglia e devozione.

Borromini, dall’altra parte, sembra quasi opporsi a questa visione con un linguaggio architettonico fatto di curve inattese, geometrie complesse e una ricerca ossessiva dell’innovazione. Nei suoi edifici, come nella chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, c’è un senso di movimento incessante, quasi un tumulto interiore che si contrappone alla grandiosità berniniana. Eppure, in questo contrasto, si cela una complementarità: se Bernini rappresenta la magnificenza esterna della Chiesa, Borromini ne esplora le profondità mistiche e spirituali.

Il mecenatismo dei Papi di quel periodo, da Urbano VIII a Alessandro VII, fu cruciale in questo dialogo architettonico. In essi non troviamo solo dei sovrani terreni, ma dei veri e propri curatori dell’immagine della Chiesa, desiderosi di utilizzare l’arte e l’architettura come strumenti di affermazione ideologica e teologica. La scelta di appoggiare ora Bernini ora Borromini non era solo un riflesso di gusti personali, ma una mossa strategica in un’epoca di profonde tensioni religiose e politiche.

Piazza del Vaticano – Città del Vaticano
Piazza del Vaticano – Città del Vaticano

In quest’ottica, le opere di Bernini e Borromini diventano un palinsesto su cui si scrive la storia di un’epoca, un dialogo tra forma e contenuto, esterno e interno, potere e spiritualità. Esse ci parlano di un periodo storico in cui l’architettura non era solo espressione artistica, ma anche un potente mezzo di comunicazione, un linguaggio attraverso il quale la Chiesa poteva esprimere la propria visione del mondo e la propria autorità.

Oggi, camminando per le strade di Roma, di fronte alle opere di questi due grandi maestri, non possiamo non sentirci partecipi di quel dialogo, testimoni di quella tensione creativa. Le loro architetture ci interrogano ancora, sollecitano il nostro sguardo non solo verso l’alto, verso le cupole e i colonnati, ma anche verso l’interno, in un viaggio attraverso la storia, l’arte e la fede. In loro, Roma non trovò solo i suoi architetti, ma i suoi narratori, uomini capaci di trasformare pietra, calce e marmo in racconti eterni.

Fontana di Trevi – Roma
Fontana di Trevi – Roma

In questo contesto effervescente del XVII secolo romano, la rivalità tra Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini emerge non solo come una vicenda biografica di due dei più grandi architetti del tempo, ma anche come un dualismo simbolico che riflette due modi radicalmente diversi di interpretare l’architettura Barocca.

Bernini, scultore geniale e architetto prediletto dal papato, era maestro nell’arte di fondere insieme l’architettura, la scultura e la pittura in un unico, coerente spettacolo visivo. Il suo approccio era teatrale e comunicativo; per Bernini, lo spazio urbano doveva essere scenico e l’architettura doveva interagire con lo spettatore, coinvolgendo emotivamente chi si trovava in presenza delle sue opere. Bernini desiderava suscitare stupore e meraviglia, elementi che si riflettono chiaramente nel suo capolavoro della Piazza San Pietro, dove l’abbraccio del colonnato simula un gesto accogliente e divino.

Colonnato di Piazza San Pietro
Colonnato di Piazza San Pietro

D’altra parte, Borromini era un innovatore ostinato, la cui architettura rifletteva una ricerca incessante di soluzioni spaziali nuove e una predilezione per le forme geometriche complesse. Mentre Bernini giocava con il chiaroscuro per accentuare il movimento, Borromini deformava e torceva gli elementi architettonici per creare spazi fluidi e dinamici. San Carlo alle Quattro Fontane, con le sue onde di pietra e la facciata concavo-convessa, è un emblema della sua capacità di creare un’architettura vibrante, quasi animata da un respiro interno.

Il contrasto tra i due non era solo stilistico, ma anche temperamentale e filosofico. Bernini era carismatico, amato dalle élite, capace di navigare con astuzia le acque complicate del mecenatismo barocco; Borromini, più introspettivo e talvolta considerato difficile, preferiva spesso la compagnia dei suoi disegni e modelli alle corti papali.

Nonostante le loro differenze, o forse proprio a causa di esse, Bernini e Borromini hanno definito insieme l’architettura Barocca, spingendo i confini dell’innovazione e creando opere che ancora oggi parlano della loro genialità e della loro rivalità. Entrambi hanno contribuito a far sì che Roma divenisse il fulcro dell’arte barocca, influenzando generazioni di architetti e plasmando l’estetica europea del loro tempo.

San Carlo alle Quattro Fontane – Roma
San Carlo alle Quattro Fontane – Roma

Il dualismo Bernini-Borromini, perciò, non deve essere inteso semplicemente come una competizione tra due personalità opposte, ma piuttosto come una dialettica creativa, uno stimolo reciproco che ha generato una tensione artistica capace di elevare l’architettura del loro tempo a vette mai raggiunte prima. In un certo senso, Roma deve a questa rivalità parte del suo volto barocco, segnato da quella straordinaria capacità di suscitare meraviglia e contemplazione che solo il dialogo – o la disputa – tra due grandi maestri può provocare.

Piazza Navona - Roma
Piazza Navona – Roma

Due Visioni del Barocco: L’Incontro e lo Scontro tra Bernini e Borromini

Gian Lorenzo Bernini – Piazza San Pietro

La Piazza San Pietro è un capolavoro di ingegneria urbana. Bernini concepisce il colonnato come due braccia aperte, le quali accolgono e guidano il flusso dei fedeli verso il centro nevralgico della cristianità. Il colonnato è costituito da quattro file di colonne doriche, arrangiate in un modo tale che, vista da un certo punto all’interno della piazza, le file si allineano perfettamente, creando l’illusione che ci sia una singola fila di colonne – una prospettiva calcolata con meticolosa precisione. Inoltre, la pavimentazione della piazza, con il suo disegno radiante, guida lo sguardo e il cammino dei pellegrini verso la basilica, mentre l’obelisco e le fontane fungono da punti focali e contrappunti visivi che equilibrano l’insieme.

La disposizione ellittica del colonnato è un’espressione tangibile della maestria di Bernini nella manipolazione dello spazio, una sintesi tra geometria e simbolismo che non ha eguali. L’impiego di travertino, pietra che si illumina sotto il sole di Roma, esalta l’impatto visivo della struttura, creando un dialogo costante tra architettura e luce.

Sant'Ivo alla Sapienza
Sant’Ivo alla Sapienza

Francesco Borromini – Sant’Ivo alla Sapienza

Sant’Ivo alla Sapienza si distingue per l’uso innovativo della geometria complessa, che Borromini manipola per creare un’esperienza spaziale dinamica e coinvolgente. La chiesa presenta una pianta centrale, ma invece di optare per una forma tradizionale, Borromini sviluppa una figura basata su curve concave e convesse che si fondono in una stella a sei punte. Questo schema geometrico è ripreso e complicato ulteriormente dal movimento ascensionale della cupola, che si eleva in una spirale simbolica dell’ascesa mistica verso la conoscenza e il divino.

Un elemento distintivo di Sant’Ivo è la lanterna che sormonta la cupola, progettata con volute che si avvolgono attorno a un globo, sormontato da un’iconica spirale che sembra toccare il cielo. La complessità costruttiva di questa struttura riflette la maestria di Borromini nel maneggiare i mattoni e il concetto di “spazio infinito” nel Barocco, dove la struttura fisica dell’edificio diviene un mezzo per alludere all’infinito.

Oltre alla forma, la texture degli interni di Sant’Ivo è un altro dettaglio costruttivo che merita attenzione. Borromini utilizza stucchi e dettagli scultorei per creare un gioco di luci e ombre che animano le superfici, rendendo l’intera struttura un organismo vibrante.

Entrambi gli architetti, quindi, attraverso i loro dettagli costruttivi, non solo definiscono l’estetica dell’architettura barocca, ma la carichiamo di significati simbolici e funzionali, utilizzando l’innovazione tecnica e la creatività per trasformare la pietra e lo spazio in narrazioni viventi.

San Carlo alle Quattro Fontane
San Carlo alle Quattro Fontane

Ombre e Luci nella Piazza: Il Duello Silente tra Bernini e Borromini

La Fontana dei Quattro Fiumi, capolavoro di Gian Lorenzo Bernini in Piazza Navona, si erge non solo come una celebrazione delle arti barocche, ma anche come un silenzioso campo di battaglia, teatro di una rivalità quasi mitologica con Francesco Borromini. In quest’opera, Bernini dispiega tutto il suo virtuosismo scultoreo, unendo natura, mito e simbologia in una composizione che è insieme fonte di meraviglia e, secondo una lettura più intrigante, di sottile beffa.

Fronteggiando la fontana, si erge la chiesa di Sant’Agnese in Agone, su cui Borromini lavorò, imprimendo il suo inconfondibile stile fatto di curve e controcurve, di una geometria che sembra quasi ribellarsi alla linearità classica. Qui, secondo la leggenda, si svolge un dialogo muto ma eloquente tra i due maestri: le statue della fontana, in particolare quella del Rio de la Plata, con il braccio alzato in un gesto che sembra quasi di difesa, sono state interpretate come una manifestazione della sfida silenziosa di Bernini verso il suo rivale.

L’aneddoto, che si perde tra storia e mito, parla di una rivalità che va oltre la semplice competizione professionale. È un confronto tra due filosofie architettoniche, due visioni del mondo: da una parte, il teatralismo di Bernini, che nella fontana trova una delle sue massime espressioni, una sintesi tra spettacolo e struttura, tra mito e realtà; dall’altra, l’intellettualismo rigoroso di Borromini, il cui linguaggio architettonico sfida le convenzioni e cerca una sintesi tra ragione e misticismo.

Piazza Navona
Piazza Navona

Questo episodio diventa metafora di un dialogo più ampio nella Roma del XVII secolo, dove l’arte non è solo espressione ma anche argomento di dibattito, un dibattito che si svolge non a parole, ma attraverso la pietra, lo spazio e la luce. Nell’interpretazione di Argan, l’architettura non è mai solo questione di estetica, ma è sempre carica di significati più profondi, riflessioni sulla natura umana, sulla società e sul tempo.

In questo contesto, la Piazza Navona diventa non solo un luogo fisico ma un crocevia di idee, un palcoscenico su cui si svolge uno degli atti più affascinanti del teatro barocco, dove Bernini e Borromini, pur nella loro ostilità, collaborano involontariamente alla creazione di un’armonia che supera la somma delle singole parti. In questa luce, la Fontana dei Quattro Fiumi non è solo una fontana, ma un capitolo nella storia dell’arte, un messaggio cifrato che parla della tensione creativa che anima ogni grande opera.

La rivalità tra Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, due tra le più fulgide stelle nel firmamento dell’architettura barocca, offre una lezione di rilevanza eterna: la diversità di visioni e approcci non solo è inevitabile ma è essenziale per il progresso e l’evoluzione dell’arte e della cultura. In ogni campo creativo, l’esistenza di contrasti e di tensioni non è segno di discordia, ma piuttosto di un fertile terreno di confronto e di crescita.

La morale che emerge dalla storia di Bernini e Borromini è che la diversità non è solo una condizione umana ma una necessità artistica e culturale. La loro rivalità ha alimentato l’innovazione e ha spinto entrambi a superare i propri limiti. Bernini, con la sua maestria nel fondere insieme scultura, architettura e pittura, e Borromini, con il suo genio nel manipolare forme e spazi in modi inediti, hanno entrambi arricchito il linguaggio architettonico. Questa lezione è particolarmente rilevante nel mondo contemporaneo, dove la globalizzazione e l’interconnettività hanno portato a un’interazione senza precedenti tra diverse culture e idee.

Guardando al futuro, il dualismo Bernini-Borromini suggerisce che l’innovazione più significativa spesso nasce dal dialogo, talvolta anche conflittuale, tra approcci diversi. Nel mondo contemporaneo, dove le sfide architettoniche includono la sostenibilità, l’adattabilità e la risposta ai bisogni sociali in rapida evoluzione, l’integrazione di diverse visioni può ispirare soluzioni creative e sostenibili.

Il Quirinale – Roma
Il Quirinale – Roma

Inoltre, la loro storia ci ricorda l’importanza di equilibrare la visione individuale con il contesto più ampio, sia esso sociale, ambientale o storico. Mentre le archistar contemporanee spesso progettano con un forte accento personale, la lezione di Bernini e Borromini ci esorta a considerare come le nostre creazioni si inseriscono e dialogano con il contesto circostante.

L’eredità lasciata da questi due giganti dell’architettura barocca va oltre le loro opere fisiche; è un invito a riconoscere e celebrare la diversità come motore di progresso, a perseguire il dialogo e l’equilibrio tra visioni diverse, e a considerare l’arte e l’architettura non solo come espressioni individuali, ma come contributi a un discorso collettivo più ampio. La loro storia è una testimonianza della potenza creativa che scaturisce dal confronto e dall’integrazione di prospettive differenti.

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