Di Piero Luigi Carcerano
Presidente Commissione Comunicazione ed Editoria Inbar
Roma non è soltanto un luogo dove la storia si vede: è un luogo dove la storia ti ricorda che le idee, per durare, devono diventare struttura. È anche per questo che l’iniziativa del 21 gennaio 2026 alla Casa dell’Architettura ha avuto un peso che va oltre la cornice di un convegno: mettere al centro il tema “Bioarchitettura nelle leggi di architettura come politica nazionale” significa scegliere deliberatamente la zona più difficile della discussione, quella in cui la cultura del progetto incontra i meccanismi dello Stato e chiede di essere tradotta in criteri, responsabilità, strumenti applicativi.
L’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, con la Presidente Anna Carulli, ha dato alla giornata una direzione netta: non la bioarchitettura come recinto specialistico, ma come grammatica contemporanea della qualità del costruire. In un’epoca in cui la sostenibilità rischia spesso di ridursi a lessico, a etichetta o a “sensibilità personale”, l’Istituto ha richiamato il punto decisivo: la sostenibilità ha valore pubblico solo quando diventa conoscenza verificabile, misurabile e replicabile, capace di entrare nei processi senza scivolare né nella retorica né in una burocrazia che blocca invece di orientare.
La collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Roma e provincia ha reso questa impostazione particolarmente concreta. L’Ordine non è soltanto un luogo di rappresentanza: è un presidio civico che lavora sul rapporto tra qualità, formazione, prassi professionale e interesse generale. Portare insieme Istituto e Ordine su un tema come questo significa riconoscere che la qualità del costruire non è una questione di categoria, ma una questione di Paese: incide sulla salute, sulla sicurezza, sull’energia, sulle risorse, sui costi lungo l’intero ciclo di vita, sulla qualità urbana e quindi sulla quotidianità delle persone.
Il merito dell’incontro è stato soprattutto nel metodo. Si è parlato di leggi senza trattare la legge come un atto magico.

La legge è un patto e, quando riguarda l’architettura, definisce ciò che una comunità decide di rendere operativo: che cosa intende per qualità, quali criteri pretende, come li verifica, come responsabilizza la filiera. È un passaggio culturale prima ancora che tecnico: perché sposta la sostenibilità dal piano delle dichiarazioni a quello dei meccanismi.
Da qui, inevitabilmente, il confronto sulle proposte di legge sull’architettura: un terreno in cui si riconosce l’ambizione di rimettere al centro qualità, concorsi, rigenerazione urbana, efficienza energetica, materiali e processi. Ma proprio qui emerge la vera prova di maturità: non basta l’orizzonte, serve l’attuazione. Ogni proposta normativa vive e muore sugli strumenti: criteri chiari, processi coerenti, capacità amministrativa, controlli, responsabilità lungo la filiera. Senza questi passaggi, anche la migliore delle leggi rischia di diventare una copertina: bella, promettente, innocua.
In questo quadro si comprende perché, durante la giornata, la discussione abbia continuamente intercettato il tema dei Criteri Ambientali Minimi. I CAM sono già oggi uno snodo concreto della sostenibilità, perché trasformano un principio in requisito nella domanda pubblica. E proprio mentre si discute di “politica nazionale” in senso ampio, entra in vigore un aggiornamento che rafforza la centralità della progettazione nei processi green: il nuovo decreto CAM edilizia 2025, con efficacia dal 2 febbraio 2026.
Il significato non è solo procedurale. È culturale e politico: la sostenibilità viene spinta dove deve stare, cioè all’inizio del processo, nel momento in cui si impostano scelte, prestazioni, verifiche e costi nel tempo. Se si vogliono risultati ambientali reali, bisogna chiedere qualità in progetto e saperla riconoscere, valutare, verificare. Questo rafforza in modo evidente il ruolo del progettista non per ragioni identitarie, ma per una ragione molto semplice: è nella progettazione che si determina l’impronta ambientale e prestazionale di un’opera, non nelle dichiarazioni a valle.
In definitiva, l’iniziativa dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura e dell’Ordine degli Architetti di Roma ha avuto un valore che vale la pena rivendicare: non una celebrazione, ma un lavoro di messa a fuoco. Ha riportato la bioarchitettura nel suo territorio più serio, quello in cui la sostenibilità smette di essere un capitolo laterale e diventa disciplina della coerenza: tra obiettivi pubblici e strumenti, tra parole e verifiche, tra qualità dichiarata e qualità dimostrabile.
Il passo successivo non è aggiungere altri aggettivi alla parola “sostenibilità”. È affinare i dispositivi: rendere coerenti i testi e gli strumenti, chiarire criteri e responsabilità lungo la filiera, rafforzare la capacità delle amministrazioni di chiedere qualità senza generare paralisi, sostenere una formazione che renda la sostenibilità un sapere operativo e non un linguaggio ornamentale. Se la politica nazionale dell’architettura vuole essere all’altezza del proprio nome, deve fare esattamente questo: trasformare l’idea di qualità in una pratica pubblica. E quando questo accade, Roma torna a essere maestra nel modo più utile: non per nostalgia delle forme, ma per la disciplina con cui le idee diventano città.
Intervista all’Architetto Anna Carulli, Presidente Nazionale dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura (INBAR)





























