Nella data del 4 ottobre 1582, le persone fecero esperienza di un autentico salto nel tempo mentre si preparavano a riposare. I giorni dal 5 al 14 ottobre furono completamente eliminati dal calendario, e al risveglio del mattino seguente ci si trovò già al 15 dello stesso mese. Questa situazione fu causata dall’adozione del calendario gregoriano.

L’anno bisestile, che veniva inserito ogni 4 anni, non permetteva infatti di sincronizzare in modo preciso l’anno civile con l’anno solare. La discrepanza di durata non era esattamente di 6 ore (365,25 giorni), bensì di 5 ore, 48 minuti e 46 secondi (365,2422 giorni). Di conseguenza, l’anno civile successivo all’anno bisestile iniziava in ritardo rispetto all’anno solare di 11 minuti e 14 secondi, corrispondenti a circa 1 giorno ogni 128 anni.

Nel corso del XVI secolo, che è quanto ha durato il calendario giuliano, vi era un progressivo spostamento all’indietro della data d’inizio delle stagioni, causando un divario di circa 10 giorni tra il calendario civile e l’anno solare. Ad esempio, l’equinozio cadeva l’11 marzo. Questo fenomeno causava notevoli inconvenienti per le festività religiose mobili, in particolare la Pasqua, che si spostava sempre più verso la stagione estiva.

Per affrontare questo problema, papa Gregorio XIII (1501-1585) istituì una commissione composta da varie personalità, tra cui il gesuita Cristoforo Clavio, il medico e astronomo Luigi Lilio, il matematico Ignazio Danti, l’astronomo Giuseppe Scala e il matematico Giuseppe Moleti.

Dopo quattro anni di intensa collaborazione, Antonio, fratello di Luigi Lilio, presentò al papa una nuova proposta di riforma del calendario. Con la bolla papale “Inter gravissimas”, datata 4 ottobre 1582, venne introdotto il calendario gregoriano, che è ancora in uso in quasi tutto il mondo.

Inizialmente adottato nei paesi cattolici come Italia, Spagna e Portogallo, il calendario gregoriano ha poi guadagnato diffusione in molte parti del mondo grazie alla sua praticità, sebbene con alcune eccezioni.

Oggi solo il Nepal, l’Iran, l’Afghanistan e l’Etiopia non lo utilizzano.

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