Il contributo dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura a B-CAD Roma 2025

di Piero Luigi Carcerano
Presidente commissione comunicazione
Istituto Nazionale di Bioarchitettura

L’architettura contemporanea vive un paradosso. Mai come oggi dispone di tecnologie raffinate, di strumenti predittivi e di materiali innovativi; eppure, mai come oggi appare fragile nel dare risposte convincenti alla crisi ambientale, alla frattura sociale, alla perdita di identità dei paesaggi. 

È in questo spazio di contraddizione che si colloca l’azione dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura (INBAR ETS), che al convegno inaugurale di B-CAD Roma 2025, tenutosi il 19 settembre alla Nuvola, ha proposto un titolo eloquente:

“Costruire futuro: la bellezza del fare bene. Bioarchitettura, CAM e formazione come strumenti per cambiare il progetto e la società”.

Un titolo che già contiene una dichiarazione di metodo: non la bellezza come estetica separata, ma come esito di un processo etico; non il progetto come esercizio solitario, ma come pratica collettiva.

Anna Carulli: Mediterraneo come paradigma

Il convegno è stato aperto da Anna Carulli, Presidente Nazionale INBAR, che ha posto al centro un concetto di straordinaria attualità: radicare l’architettura nell’identità mediterranea. In un mondo globalizzato, dove le soluzioni si ripetono in ogni latitudine con l’inerzia della standardizzazione, rivendicare un approccio mediterraneo significa difendere un’idea di abitare come equilibrio tra natura e cultura, tra misura e innovazione.

La sua riflessione ha riportato l’architettura alla dimensione della responsabilità: “La sfida è costruire un’architettura radicata nel paesaggio e nell’identità mediterranea, capace di coniugare innovazione, decarbonizzazione e responsabilità sociale”. Un’affermazione che richiama la tradizione critica di pensatori come Zevi, che vedevano nell’architettura non un linguaggio autoreferenziale, ma un gesto politico e sociale.

Inaugurazione B_CAD – 2025
Inaugurazione B_CAD – 2025

Giò Dardano: verso un codice dell’armonia

A seguire, l’intervento di Giò Dardano, Consigliere Nazionale e Delegato agli Affari Istituzionali, ha aperto una prospettiva di grande densità culturale: la necessità di un codice della bellezza e dell’armonia.

Non si tratta, ha spiegato, di tornare a norme rigide o a proporzioni codificate, ma di riconoscere che l’architettura non può vivere in una condizione di frammentazione continua, piegata solo alle prestazioni energetiche o ai parametri normativi. Occorre un principio unificante, capace di ricondurre i diversi sistemi progettuali entro una logica di coerenza e di equilibrio.

Qui riecheggia, in filigrana, il pensiero di Tomás Maldonado: l’idea che ogni progetto debba confrontarsi con la complessità dei sistemi, ma allo stesso tempo cercare un ordine culturale che restituisca senso alla molteplicità.

Piero Luigi Carcerano: tre progetti come laboratorio di cultura

L’architetto Piero Luigi Carcerano, Presidente della Commissione Comunicazione ed Editoria di INBAR, ha offerto una testimonianza concreta di questa tensione etica e culturale presentando tre progetti emblematici:

  • Il restauro del Castello di Rivoli, in collaborazione con Andrea Bruno: un intervento che ha unito conservazione e innovazione, dimostrando che la sostenibilità non riguarda solo l’energia o i materiali, ma la capacità di rendere un bene culturale vivo, accessibile, contemporaneo.
  • La sala ipogea di Palazzo Carignano a Torino, anch’essa con Bruno: un’opera che mostra come la tecnologia possa essere discreta, invisibile, al servizio del patrimonio storico e della collettività.
  • Il progetto Sino-German a Zibo, in Cina: un suo progetto internazionale che ha messo in dialogo culture diverse nel segno della sostenibilità, confermando che l’architettura può essere ponte fra civiltà, non mero prodotto esportabile.

In tutti e tre i casi emerge un tratto comune: il progetto non come risposta individuale, ma come gesto culturale e collettivo, capace di parlare alla comunità, di rispettare la memoria, di aprirsi a nuovi immaginari.

Oltre la tecnica: un istituto come presidio culturale

Il programma di INBAR per il triennio 2025-2027 – linee guida per la progettazione rigenerativa, nuove certificazioni ecologiche, la piattaforma INBAR Hub, sportelli ambientali territoriali – non va letto solo come agenda operativa. È piuttosto un manifesto culturale: l’idea che la bioarchitettura non sia un settore, ma un orizzonte disciplinare necessario.

Come avrebbe detto Maldonado, la tecnica senza un quadro culturale diventa cieca; la cultura senza pratica si riduce a retorica. L’INBAR tenta di tenere insieme questi due poli, proponendo un’architettura capace di misurarsi con la complessità del presente senza rinunciare a una visione etica.

Arch. Tiziana Campus - Segretario CNAPPC,   Arch. Anna Carulli
Arch. Tiziana Campus – Segretario CNAPPC,   Arch. Anna Carulli

Conclusione: costruire come atto collettivo

I ‘intervento “Costruire futuro” ha reso evidente una verità che troppo spesso viene dimenticata: costruire significa assumersi una responsabilità collettiva. Ogni edificio lascia un’impronta sulla società e sull’ambiente. La vera bellezza non è ornamento, ma armonia tra memoria e innovazione, tra natura e cultura, tra individuo e comunità.

In questo senso, l’INBAR si configura come un presidio culturale indispensabile, capace di ricordare che l’architettura non appartiene solo agli architetti, ma alla società intera. Non è un fatto privato, ma un bene comune.

Il futuro che immaginiamo – sostenibile, inclusivo, radicato nei luoghi – comincia dalle scelte progettuali di oggi. È questo il senso più profondo del “fare bene”: un impegno etico che restituisce dignità all’architettura come atto sociale e culturale, capace di tenere insieme bellezza, armonia e responsabilità.

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