Di Claudio Pasqua
Torino, 22 maggio 2025. L’Oratorio San Filippo Neri si è trasformato per una sera in un laboratorio di idee, emozioni e visioni: architettura, musica, pensiero digitale e letteratura si sono fusi nel dialogo “Due libri, una visione”, un evento che ha dimostrato quanto la contaminazione tra linguaggi sia oggi più che mai necessaria.
Ad aprire la serata è stato il pianista Massimiliano Genot, che ha interpretato un brano inedito ispirato alle proporzioni auree. Le sue note, sospese tra matematica e poesia, hanno evocato spazi urbani immaginari, in un crescendo che ha preparato il pubblico ai temi centrali dell’incontro: la bellezza come armonia tra le parti e il bisogno di ripensare il nostro rapporto con la città e con noi stessi. Il prof. Liborio Termine ha guidato l’analisi di due opere di Piero Luigi Carcerano: Armonie Urbane, dedicato alla bioarchitettura e alla rigenerazione urbana, e Oltre lo Specchio, un romanzo che affronta con sguardo critico e ironico le identità frammentate dell’era digitale. Termine ha evocato Pirandello per sottolineare come, in entrambi i casi, la ricerca sia la stessa: comprendere la complessità, trovare un ordine possibile nell’apparente caos, restituire senso e bellezza a ciò che ci circonda — dentro e fuori di noi.
Un cambio di registro è arrivato con l’intervento di Elena D’Ambrogio Navone, che ha lanciato un messaggio chiaro: la connessione digitale, se priva di profondità, può generare isolamento. Quando lo schermo sostituisce il volto, e la parola diventa solo performance, si perde empatia. E con essa, anche il senso autentico dello spazio urbano, fatto di relazione e presenza. Da qui l’invito a ritrovare luoghi e tempi per un dialogo reale, umano, vissuto.

Lo stesso Carcerano ha poi illustrato come il concetto di armonia leghi le due opere, pur così diverse. Armonie Urbane propone un’architettura che non si impone sul paesaggio ma lo interpreta, rigenerando quartieri e creando benessere sociale. In Oltre lo Specchio, la molteplicità del sé riflette la nostra condizione contemporanea: ogni persona è fatta di infinite sfaccettature, proprio come ogni progetto architettonico nasconde tensioni che, se ben orchestrate, possono diventare bellezza. L’architetto Giò Dardano ha mostrato come queste visioni possano tradursi in pratiche concrete, presentando interventi reali di riqualificazione urbana a Torino. Dai materiali naturali alla progettazione bioclimatica, dai sistemi di raccolta delle acque piovane ai corridoi verdi che restituiscono respiro alle periferie: un’idea di città-ecosistema, dove estetica e sostenibilità si coniugano con inclusione e funzionalità.
Sulla stessa linea, l’intervento di Caterina Greco, consigliere comunale, ha delineato la visione di una “Torino diffusa”: una città in cui ogni quartiere può diventare centro attivo grazie a poli culturali, coworking, co-housing e mobilità dolce. Le piazze virtuali diventano così spazi di partecipazione, trasparenza e innovazione democratica. A chiudere l’incontro, ancora Liborio Termine, che ha richiamato la forza trasformativa del Rinascimento: un’epoca in cui la riscoperta dell’intelletto e della città hanno dato nuova linfa alla società. Oggi, come allora, è proprio dall’intreccio tra cultura e progetto che può nascere una rinascita collettiva.
Tra brindisi e conversazioni informali nel rinfresco conclusivo, il pubblico ha continuato a interrogarsi su ciò che ha ascoltato, dimostrando quanto il bisogno di confronto culturale sia vivo.

In un mondo in cui le identità si moltiplicano e i confini tra fisico e digitale si assottigliano, eventi come “Due libri, una visione” diventano fondamentali. Parlano al cuore del design contemporaneo, che non è solo estetica ma etica, relazione, ascolto.
Come in un edificio ben progettato, anche nella società ciò che tiene tutto insieme non è la forma, ma l’armonia. E se qualcuno vi dice che “è tutto semplice”, attenzione: potrebbe nascondere un’architettura invisibile… o il segreto per uscire da un labirinto.





























