Se c’è un modo infallibile per far sembrare il XXI secolo più imbarazzante del XII, è questo: prendere un’icona planetaria del corpo umano e metterle le mutande digitali. E non “mutande” in senso metaforico: parlo proprio del buco strategico, del pixel virtuoso, della castrazione grafica in piena regia olimpica.

Ricordate quando i talebani facevano saltare in aria statue come quelle del Buddha di Bamiyan in Afghanistan nel marzo 2001 perché “offendevano” i loro canoni morali? Ecco: senza dinamite e senza kalashnikov, ma con la stessa identica logica, oggi stiamo assistendo a una versione planetaria di quello che il sociologo Luca Ricolfi chiama “follemente corretto”.

Perché durante la copertura TV delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, in una clip della durata di una frazione di secondo durante l’apertura che trasforma l’Uomo Vitruviano in atleti e atlete, qualcuno ha deciso che i genitali di Leonardo fossero troppo… genitali. Il risultato: il cerchio perfetto, il quadrato perfetto, e in mezzo il vuoto cosmico del pudore contemporaneo. Lo racconta anche l’articolo de Il Riformista con un sarcasmo che, francamente, sembra l’unica reazione sanitaria possibile.

La parte ancora più comica, e quindi più tragica, è il rimpallo di responsabilità: Rai dice “non siamo stati noi”, perché la grafica arriva dall’International feed, prodotto da Olympic Broadcasting Services, cioè il braccio produttivo del Comitato Olimpico Internazionale.
E Olympic Broadcasting Services, secondo Reuters, risponde che è un “omaggio”, non una riproduzione diretta, e che avrebbe persino ottenuto i via libera dagli enti competenti, comprese le Gallerie dell’Accademia di Venezia e il Ministero della Cultura.

Capite la grandezza della scena? Nel 1490 Leonardo studia anatomia, proporzioni, scienza. Nel 2026, una pipeline grafica “internazionale” decide che quel dettaglio può urtare qualcuno. Non si sa chi, non si sa dove, non si sa perché. Ma potrebbe. Quindi zac: amputazione preventiva. La versione moderna della paura del tweet indignato, solo con più riunioni e meno dignità.

Il paradosso è che le Olimpiadi sono letteralmente una liturgia del corpo: quadricipiti, pettorali, sudore in HD, tutine che non lasciano spazio all’immaginazione, telecamere che inseguono ogni poro come se fosse un evento geopolitico. E poi, improvvisamente, il panico morale per un disegno rinascimentale. Il corpo reale va benissimo, purché sponsorizzato; il corpo dell’arte no, perché è “contenuto”. E se vi sembra una frase stupida, tranquilli: lo è.

Il Medioevo, questo grande scandalo… per niente

Ora, siccome viviamo nell’epoca in cui si crede che il Medioevo fosse censurato dalla morale, muto e popolato da gente che si frustava cantando, vale la pena ricordare una cosa banale: Il Medioevo era l’epoca di personaggio come Boccaccio, che nel l 1348 nel Decameron usava ironia, astuzie, critica sociale e anche sesso raccontato senza troppe pudicizie. Altro che “family friendly”. Ma anche in The Canterbury Tales e i racconti “bassi” di Geoffrey Chaucer, dove Dentro la cornice del pellegrinaggio ci sono storie apertamente salaci. O i Carmina Burana (XI–XIII sec.), un manoscritto/antologia di testi “profani” in latino medievale e volgari: satira, irriverenza, amore carnale, bevute e cose che non si recitano al catechismo. Fino ad arrivare a Le Roman de la Rose di Guillaume de Lorris e Jean de Meun una Allegoria amorosa in cui la “Rosa” funziona anche come simbolo di sessualità femminile. Diciamo che non è esattamente un testo “muto e pudico”. E non ultimo, il Libro de buen amor di Juan Ruiz (Spagna, XIV sec.), che mischia devozione e comicità con episodi che mescolano erotismo e morale (con ambiguità voluta). In pratica: “ti insegno il bene… però intanto ti racconto anche come gira il mondo”.

La più famosa rappresentazione di un Gesù nudo è probabilmente il Battesimo di Gesù e dei dodici apostoli, grande mosaico che riempie la cupola del Battistero degli Ariani di Ravenna. Tutt’attorno vi sono gli apostoli, vestiti di bianco e che tengono in mano una corona. Nel tondo al centro, invece, ecco Giovanni Battista, il fiume Giordano umanizzato come un vecchio (in stile paganeggiante), e tra loro Gesù, già immerso in acqua. Si tratta di un Gesù giovane, senza barba, con un corpo per nulla scultoreo e forse con un accenno di seno.
La più famosa rappresentazione di un Gesù nudo è probabilmente il Battesimo di Gesù e dei dodici apostoli, grande mosaico che riempie la cupola del Battistero degli Ariani di Ravenna. Tutt’attorno vi sono gli apostoli, vestiti di bianco e che tengono in mano una corona. Nel tondo al centro, invece, ecco Giovanni Battista, il fiume Giordano umanizzato come un vecchio (in stile paganeggiante), e tra loro Gesù, già immerso in acqua. Si tratta di un Gesù giovane, senza barba, con un corpo per nulla scultoreo e forse con un accenno di seno.

E nell’Arte medievale, anche le chiese sapevano essere esplicite. 

Prendiamo le chiese romaniche (XI-XII secolo), quelle dove, secondo la favola pop, tutti erano così puri da arrossire davanti a un gomito. E invece trovi figure esplicitamente esibizioniste scolpite nella pietra, spesso piazzate su edifici religiosi, non in qualche “museo trasgressivo”. Un esempio celebre sono le sheela-na-gig, figure femminili nude che mostrano in modo plateale i genitali, diffuse nell’Europa romanica.

Ripeto: genitali scolpiti sulle chiese. Non censurati, non pixellati, non coperti da un banner “Accetta i cookie”. E non perché fossero “pornografia medievale”, ma perché la cultura visuale del tempo sapeva usare il corpo anche come simbolo, ammonimento, satira, allegoria.

E poi ci sono le misericordie, supporti sotto i sedili ribaltabili dei cori: molte hanno intagli secolari, grotteschi e talvolta volutamente sconvenienti. Il punto non è “la Chiesa era porno”, ma che nello spazio medievale sacro convivevano anche satira, folklore e umorismo corporeo. (Esempio famoso: Exeter Cathedra)

Andiamo avanti: XIII secolo, manoscritti miniati. Chi pensa che i monaci passassero la vita a disegnare solo fiorellini e aureole non ha mai guardato davvero i margini dei codici. Il Rutland Psalter, per esempio, è famoso proprio per un programma di immagini marginali che si spinge nel grottesco e nel profano.

E nel tardo Medioevo, nel mondo della miniatura, esistono scene esplicitamente licenziose e comiche: studi seri sulla produzione del Roman de la Rose ricordano il celebre motivo della “suora che raccoglie falli dall’albero” (e non è una metafora delicata, è proprio quello).

Quindi no: non sto dicendo che nel Medioevo “non veniva censurato nulla” (magari). Sto dicendo che anche in secoli spesso dipinti come ipermoralisti, l’arte e l’immaginario visivo non erano così infantilizzati. Il corpo c’era, a volte come peccato, a volte come satira, a volte come natura, a volte come simbolo. La differenza è che non lo scambiavano automaticamente per “contenuto sessuale esplicito” da rimuovere per non turbare l’algoritmo della decenza.

La deriva: quando la cultura scambia l’arte per pornografia

Ed eccoci al punto che fa davvero male: oggi questa pruderie non è solo ridicola. È culturalmente analfabeta. Perché scambia l’arte millenaria per pornografia. E questo, spiace dirlo con parole gentili, è semplicemente ridicolo, ignorante e imbecille.

E il bello è che la malattia non si ferma ai confini del nostro melodramma italico.

Nel 2023, in Florida, una dirigente scolastica della Tallahassee Classical School è stata costretta a dimettersi (o “dimettiti o ti licenziamo”, che è la versione adulta del ricatto infantile) dopo che in classe erano state mostrate immagini del Michelangelo Buonarroti, cioè del David, e alcuni genitori hanno urlato alla pornografia.
Capolavoro del Rinascimento: pornografia. Nel Paese che si autodefinisce progressista a giorni alterni, ma poi inciampa su un marmo del Cinquecento.

O nella europeissima Glasgow, dove un cartellone pubblicitario con la scultura è stato giudicato inappropriato per la nudità. Un nuovo puritanesimo occidentale, che colpisce l’arte ma tollera usi commerciali e distorti del capolavoro, come la pubblicità di armi negli USA.

E allora spiegatemi: com’è possibile che oggi si arrivi a questo livello di figuraccia globale? Io un’idea ce l’ho, e non è “la gente è più sensibile”. È che la sensibilità è diventata una forma di potere: non una virtù, ma un manganello.

Giulio Giorello aveva già avvisato tutti

In un’intervista ripresa da Barbadillo, Giulio Giorello lo dice senza troppi pizzi: “Il politicamente corretto? Ha un sottofondo totalitario ed è inaccettabile per un ribelle.”
Totale, sì. Perché quando l’obiettivo non è più “rispetto”, ma “bonifica del linguaggio e delle immagini”, il passo dalla sensibilità alla sorveglianza è breve. Anzi, è già stato fatto, e noi stiamo discutendo del Vitruviano in mutande come se fosse normale amministrazione.

Non serve immaginare un Ministero della Verità con i timbri: basta un ufficio grafico, una guideline internazionale, un terrore vago di “offendere qualcuno”, e una cultura che non sa più distinguere tra nudo artistico e porno.

Il follemente corretto: l’inclusione che esclude, la libertà che si restringe

Qui entra in scena il sociologo Luca Ricolfi con il suo libro “Il follemente corretto”“. La descrizione dell’editore (La Nave di Teseo) mette a fuoco una metamorfosi: il politicamente corretto nato per coesione e rispetto che, spinto dalla dinamica social, diventa qualcos’altro, fino a “restringe[re] drammaticamente la nostra libertà di espressione” e a creare fratture sociali.
Ricolfi, tra le altre cose, dice una cosa che dovremmo tatuarci in fronte (così almeno anche quello diventa “contenuto”): il follemente corretto non lo capisci cercando una definizione statica, perché è un meccanismo. Non chiederti solo “cos’è”, chiediti “come funziona”.

E come funziona, in pratica? Funziona così:

  1. Si prende un simbolo condiviso (arte, parole, gesti).
  2. Si presume un’offesa potenziale (spesso non reale, solo ipotetica).
  3. Si interviene preventivamente per “proteggere”.
  4. Si rivende l’intervento come virtù.
  5. Chi obietta viene trattato come barbaro, anche se sta difendendo la cultura.

Il Vitruviano censurato è un caso da manuale: non stai difendendo qualcuno da un danno concreto, stai difendendo l’immagine dell’istituzione da una polemica possibile. È gestione reputazionale travestita da moralità. E nel frattempo, tu, adulto del 2026, guardi un disegno rinascimentale e lo tratti come se fosse un sito vietato ai minori.

Il dettaglio più grottesco: l’arte resta, la figuraccia pure

C’è una nota finale che rende tutto ancora più patetico: l’opera originale è al sicuro, intatta, e non ha bisogno di essere “ripulita” per esistere. Ma noi sì: abbiamo un disperato bisogno di ripulire il mondo, perché non sappiamo più stare dentro le complessità.

E intanto la polemica monta: in parlamento si è chiesto chiarimenti e la questione è finita su testate internazionali.
Il ministro Alessandro Giuli viene chiamato in causa.
E la Rai ribadisce: il feed è internazionale, noi non possiamo toccare nulla.

Perfetto. Quindi la conclusione è questa: nessuno è responsabile, ma i gioielli di famiglia disegnati da Leonardo spariscono lo stesso. È la magia del mondo moderno: la censura senza censori, la scelta senza decisore, la mutilazione senza mano. Un miracolo burocratico.

E se c’è una cosa che fa riflettere è l’idea che la nostra cultura, dopo millenni di arte che ha raccontato il corpo in ogni modo possibile, oggi venga ridotta a un insieme di slogan, di marchi industriali dove il nudo è uguale a pericolo, anatomia uguale scandalo, Rinascimento uguale “contenuto sensibile”.

E la prossima volta che qualcuno mi dice “bisogna farlo per non offendere”, giuro, mi immagino Leonardo davanti al monitor: osserva, annota, e poi realizza una versione aggiornata, perfettamente congrua al nostro tempo. L’Uomo Postmoderno, ancora inscritto nel cerchio e nel quadrato, certo, ma ormai corredato da un terzo elemento imprescindibile: un rettangolo nero centrale, “brandizzato” da una multinazionale qualsiasi, con chiosa a margine in calligrafia impeccabile: “Hic iacet ratio: obscurata decori causa.”

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