“Potevi sprizzare scintille ovunque. C’era una fantastica universale impressione che qualunque cosa si facesse fosse giusta, che si stesse vincendo. Era quella, credo, la nostra ragion d’essere, quel senso di inevitabile vittoria contro le forze del Vecchio e del Male”.

Questo frammento, tratto dal romanzo “Paura e disgusto a Las Vegas” (Hunter Stockton Thompson, 1971), racchiude parte della descrizione di Thompson su cosa abbiano rappresentato per lui gli anni ‘60. Anni di ribellione, eccentrici e stravaganti, gli anni ‘60 furono gli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, del festival Woodstock e delle nottate folli, dei blue jeans e delle minigonne.
In un panorama così frizzante, continuò ad avanzare imperterrita l’onda crescente del design, con innovazioni nei materiali, nelle forme e nei motivi utilizzati. Sulle note di Twist and Shout dei Beatles, menti eccelse come Castiglioni, Boeri, Magistretti e Colombo, per citarne alcuni, cavalcavano quell’onda, ideando pezzi di design senza tempo, che riteniamo ancora oggi intramontabili.

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Lo stile del design anni ‘60, pur mantenendo le forme tondeggianti e i colori sgargianti degli anni ‘50, fu caratterizzato da enormi rivoluzioni, di cui sicuramente la più degna di nota è l’introduzione della plastica come materiale principale. A lungo discussa e criticata per non essere un materiale degno di sostituire i cosiddetti materiali nobili, la plastica ricoprì un ruolo da protagonista negli arredi di quel tempo. Lodata per la sua resistenza e per le pressoché infinite possibilità cromatiche, essa venne utilizzata per progettare pezzi unici (come la Panton Chair di Verner Panton in collaborazione con Vitra nel 1960), e successivamente impiegata anche per rivestire materiali come il legno, potendo così adeguare qualsiasi arredo ai colori spumeggianti dell’epoca.

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L’oggetto si trasforma così in un divertimento, per il designer e per il consumatore, stimolando i sensi con materiali innovativi, morbidi, spugnosi e super colorati. I mitici anni ‘60 diedero alla luce sedute che non rispettavano la postura stereotipata: ne sono degli esempi la Boborelax di Boeri (1967) realizzata in schiume poliuretaniche, la poltrona a sacco di Zanotta (1969) e la Tube Chair di Joe Colombo prodotta da Cappellini (1969).

In quegli anni appaiono i primi divani componibili, i tavoli diventano più ampi assumendo forme rotonde o ovali e le lampade evolvono le loro funzioni diventando direzionabili e regolabili. Iconiche in quegli anni furono la lampada Splügen Bräu (1961), la lampada Taccia (1962), la lampada Arco (1962) e la Toio (1962) realizzate dai fratelli Castiglioni.

Le linee degli oggetti di design si ispiravano alle forme sinuose del corpo femminile, in quegli anni la televisione raggiunse gran parte della popolazione e le persone adottarono differenti icone di stile. Esempi lampanti della predilezione di queste linee furono sicuramente la Chimera di Magistretti (1969) e la Up5 di Gaetano Pesce (1969). I motivi più utilizzati erano quello a scacchi e i mitici pois, apprezzati tanto da ispirare Mina nella realizzazione del famosissimo brano “Una zebra a pois”. È proprio nel fervore di quegli anni che si tenne la prima edizione del Salone Internazionale del Mobile di Milano (1961).

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Quell’eleganza snob e sbarazzina che caratterizzò il decennio, può forse trovare causa anche nel massiccio utilizzo di nuove droghe come l’LSD e gli acidi, che spingevano al limite l’esperienza percettiva. Non a caso nacque intorno agli anni ‘60 l’Optical Art (poi sviluppatasi maggiormente negli anni ‘70), che iniziò ad arredare i muri di moltissime abitazioni con carte da parati dai colori sgargianti e dai motivi psichedelici.

A concludere, una frase celebre di Robin Williams, che racchiude tutta l’eccentricità descritta finora: “se riesci a ricordare gli anni ‘60, vuol dire che non li hai vissuti veramente”.

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