Il dibattito sull’esistenza o meno del Metaverso può essere inteso in diversi modi, a seconda di cosa si intende per “esistenza” e “Metaverso”. Dal punto di vista filologico, ovvero dello studio del linguaggio e del significato delle parole nel loro sviluppo storico e culturale, affermare che il Metaverso “non esiste” potrebbe essere una semplificazione o una mancanza di riconoscimento della complessità del fenomeno.

Il dibattito sull’esistenza del Metaverso può essere mal interpretato se non si chiarisce cosa si intende per “esistenza” e “Metaverso”. Dal punto di vista filologico, affermare che il Metaverso “non esiste” è una semplificazione che non considera la complessità del fenomeno. Il Metaverso è un concetto che si riferisce a una realtà virtuale condivisa e persistente, una sorta di estensione di Internet che diventa un luogo di interazione sociale. Nella filosofia del linguaggio, dire che qualcosa “non esiste” implica necessità di contestualizzare il tipo di “inesistenza”. Il Metaverso come idea esiste sicuramente, e sta iniziando ad esistere anche praticamente con diverse implementazioni e piattaforme, quindi dire che “non esiste” potrebbe riflettere un’attesa di una realizzazione più completa che non è ancora stata raggiunta. Il significato delle parole cambia con il contesto, quindi le affermazioni degli “intellettuali” potrebbero essere legate a critiche etiche, sociali o culturali, o allo scetticismo riguardo l’impatto che il Metaverso avrà. Alcuni componenti del Metaverso sono già operativi, come i mondi virtuali e le comunità online, ma l’idea di un Metaverso onnicomprensivo è ancora in sviluppo e potrebbe essere prematuro dichiarare la sua completa esistenza come per tecnologie consolidate. Infine, l’esistenza può essere vista come un processo; il Metaverso potrebbe essere in uno stato di divenire, un fenomeno in continua evoluzione. Parlare del grado di realizzazione del Metaverso o dei vari aspetti che sono già realtà potrebbe essere più significativo che affermare assolutamente che il Metaverso “non esiste”.

È vero che il Metaverso non esiste?

Il Metaverso, quindi, va inteso come un ambiente digitale in evoluzione che si espande e si trasforma con il progresso tecnologico e l’ingresso di nuovi utenti e creatori. La sua non esistenza non può essere dichiarata in termini assoluti perché è un concetto che si sta costantemente ridefinendo e ampliando. Inoltre, le piattaforme di realtà virtuale e aumentata attualmente in uso sono esempi tangibili di come il Metaverso sia già una realtà parziale e funzionante in determinati settori, come il gaming o l’educazione.

La realtà aumentata (AR) e la realtà virtuale (VR), tecnologie spesso associate al Metaverso, sono già ampiamente utilizzate in svariati ambiti, da quelli ludici a quelli professionali, e contribuiscono a creare un tessuto di esperienze che possiamo associare al Metaverso. Gli utenti possono già acquistare terreni virtuali, partecipare a eventi, socializzare e creare contenuti all’interno di questi spazi. Questo dimostra che alcuni aspetti del Metaverso non sono semplici proiezioni futuristiche, ma componenti attive della nostra realtà tecnologica.

In parallelo, ci sono questioni di governance, privacy e sicurezza che vengono discusse e analizzate proprio perché il Metaverso ha un impatto concreto sul modo in cui viviamo e interagiamo. Questi dibattiti enfatizzano ulteriormente la realtà del Metaverso, dal momento che le politiche e le regolamentazioni sono create per gestire cose che hanno un’esistenza e un’influenza nel mondo reale.

Alla luce di questo, l’affermazione che il Metaverso “non esiste” potrebbe essere vista come un commento sulla sua incompleta manifestazione piuttosto che sulla sua totale assenza. Potrebbe essere un riconoscimento che, sebbene ci siano elementi del Metaverso già funzionanti e accessibili, l’esperienza totale e immersiva che alcuni immaginano quando pensano al Metaverso non è ancora pienamente realizzata.

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PERCHÉ DIRE CHE IL METAVERSO NON ESISTE È GNOSEOLOGICAMENTE SCORRETTO? 

Dire che il metaverso non esiste è gnoseologicamente inesatto poiché il concetto del metaverso è in costante evoluzione e non può essere confinato a una definizione univoca e statica. Considerare la sua inesistenza può derivare da una comprensione limitata o da una prospettiva che non tiene conto del suo sviluppo futuro. Gnoseologicamente, un’idea o un concetto si dice che esista non appena viene formulato nel pensiero umano e il metaverso, come idea e come insieme di esperienze digitali, è certamente già una realtà in tale contesto.

Le manifestazioni pratiche del metaverso attraverso mondi virtuali e piattaforme dimostrano la sua presenza tangibile, anche se queste rappresentano solo lo stato iniziale della visione più ampia del metaverso. Queste realtà digitali, utilizzate attivamente da milioni di persone, sono prove della sua esistenza pratica. Dalla prospettiva del realismo ingenuo, potrebbe sembrare che solo ciò che è fisicamente tangibile esiste, ma il costruttivismo ci insegna che la conoscenza della realtà si forma attraverso le esperienze sociali e cognitive, e in questo senso il metaverso esiste come costrutto sociale all’interno di una realtà condivisa.

Le piattaforme digitali che offrono esperienze simili al metaverso forniscono un livello di realtà alternativa dove si svolge l’interazione umana, suggerendo che aspetti del metaverso sono già in atto. Questo tocca i dibattiti filosofici sulla realtà, esplorando la distinzione tra realtà fisica e virtuale e discutendo l’esistenza di entità non fisiche.

Negare l’esistenza del metaverso trascura i modi in cui le conoscenze e le concezioni emergono e si manifestano. La discussione sul metaverso è una materia complessa che intreccia tecnologia, etica, sociologia e filosofia della mente, rendendo la sua esistenza non solo un fatto tecnologico ma anche un fenomeno socio-culturale significativo.

Affermare che il metaverso non esiste basandosi sull’idea che non ha una forma fisica tangibile sarebbe simile a dire che i virus non sono esseri viventi perché non possono replicarsi autonomamente; in entrambi i casi, l’affermazione trascura una comprensione più sfumata dell’esistenza. I virus, per esempio, esistono effettivamente e hanno un impatto significativo sul mondo vivente, nonostante la loro capacità di replicarsi dipenda dall’essere all’interno di una cellula ospite.

Nel contesto della biologia, la definizione di vita è oggetto di dibattito proprio perché i virus si trovano in una sorta di zona grigia: non sono né pienamente viventi né completamente inanimati secondo i criteri tradizionali della biologia che includono l’autoreplicazione, il metabolismo e la reazione agli stimoli. Tuttavia, a causa del loro ruolo negli ecosistemi e della loro interazione con le forme di vita, vengono studiati nel campo della biologia e considerati parte del panorama della vita.

Similmente, il metaverso può non esistere nel senso tradizionale del mondo fisico, ma ha una presenza e un’influenza nel mondo delle idee e delle interazioni digitali che è reale quanto gli impatti dei virus nel regno biologico. La sua realtà si estende oltre la mera fisicità per includere la sua presenza in spazi digitali, il suo ruolo nelle interazioni umane e nel modo in cui modella le esperienze e i comportamenti sociali.

In entrambi i casi, la sfida gnoseologica consiste nel riconoscere che l’esistenza può assumere forme diverse e può essere influenzata da come definiamo e interpretiamo i concetti di “vita” e “realtà”.

BENEDETTO CROCE COLPISCE ANCORA: LA MIOPIA INTELLETTUALE CHE DIVIDE LA SOCIETÀ IN “DUE CULTURE”  

Il dibattito sulla realtà del metaverso e il suo potenziale impatto sulla società evoca una questione profondamente radicata nel modo in cui percepiamo e valutiamo il progresso tecnologico. Coloro che sostengono che il metaverso non esiste o che non avrà un ruolo significativo nella nostra vita quotidiana sono probabilmente affetti da Effetto Dunning-Kruger o miopia intellettuale, non troppo diversa da quella degli scettici di un tempo che dubitavano del potenziale dei computer.

La storia della tecnologia è ricca di episodi in cui nuove invenzioni sono state accolte con scetticismo o addirittura con derisione. Il telefono, l’automobile e naturalmente il computer, tutti inizialmente incontrarono opposizioni da parte di chi non poteva prevedere il loro impatto trasformativo. Questi esempi storici dimostrano un pattern ricorrente di sottovalutazione dell’innovazione tecnologica, spesso a causa di una comprensione limitata del suo potenziale.

La “miopia tecnologica” si manifesta quando gli individui non riescono a estendere la loro visione oltre l’orizzonte immediato delle applicazioni attuali della tecnologia. Questo limite nella prospettiva può essere attribuito a vari fattori, tra cui una comprensione superficiale della tecnologia stessa, una mancanza di immaginazione o una certa riluttanza a abbandonare le convenzioni consolidate.

In questo contesto, affermare che il metaverso non esiste può riflettere una scarsa comprensione della velocità con cui la tecnologia sta evolvendo e del modo in cui sta influenzando ogni aspetto della vita umana. Il metaverso, come concetto, rappresenta molto di più di una semplice collezione di mondi virtuali; è l’embrione di un nuovo ecosistema digitale che promette di rivoluzionare il modo in cui interagiamo, lavoriamo, giochiamo e apprendiamo.

Il paragone tra la supposta limitazione della scienza affermata da Benedetto Croce e l’atteggiamento di alcuni intellettuali verso il metaverso è illuminante (solo in Italia però). Croce sosteneva una netta separazione tra la “cultura”, che per lui comprendeva la filosofia, l’arte e la letteratura, e la “scienza”, che egli vedeva come una disciplina fredda, limitata e distante dal vero spirito umano. Questa divisione è stata oggetto di critiche, in quanto si basa sull’errata premessa che la scienza sia priva di creatività, emozione e significato culturale.

Allo stesso modo, oggi alcuni potrebbero vedere la scienza e la tecnologia come domini distanti dalla realtà umana quotidiana, una visione che trascura il modo in cui la scienza è profondamente intrecciata con la cultura e il progresso umano. Il metaverso, in particolare, sfida questa visione perché si colloca all’intersezione della tecnologia, dell’arte, della cultura e della socialità umana.

L’errore di sottovalutare il metaverso deriva, in parte, dall’ignorare la storia della tecnologia, che è piena di innovazioni inizialmente trascurate che poi hanno avuto impatti profondi. I computer, ad esempio, una volta visti come strumenti esclusivi per compiti specifici, ora pervadono quasi ogni aspetto della vita moderna, sostituendo o amplificando le capacità umane in modi che un tempo si credeva fossero impossibili.

Prendere sul serio il metaverso richiede una comprensione che vada oltre il suo stato attuale. Richiede di vedere il potenziale nascosto nelle sue applicazioni correnti, proprio come un tempo i primi sviluppatori di computer vedevano oltre le capacità limitate dei loro prototipi. Il metaverso rappresenta un salto nella convergenza tra realtà e virtualità, nella quale l’interazione umana, la produttività economica, l’esperienza di intrattenimento e persino la nostra identità possono essere reinventate.

Allo stesso modo, la miopia tecnologica riflette un’incapacità di prevedere come la tecnologia possa alterare i paradigmi sociali

Il  Metropolitan Museum of Art di New York entra nel Metaverso

IL FALSO DILEMMA DELLA MANCANZA DI INTEROPERABILITÀ

Il problema dell’interoperabilità è infatti uno dei grandi ostacoli per la piena realizzazione e l’accettazione del metaverso. Attualmente, il metaverso è un concetto ancora in fase di definizione, con diverse piattaforme che lo interpretano e lo realizzano in modi diversi. La questione dell’interoperabilità è quindi centrale per permettere agli utenti di navigare tra queste esperienze digitali mantenendo la propria identità, i propri oggetti digitali, e le proprie esperienze senza dover ricominciare da capo ogni volta che si passa da una piattaforma all’altra.

Questo è paragonabile ai problemi che si hanno oggi quando si tenta di aprire un documento di testo creato in un formato proprietario con un software che supporta un altro formato. Nonostante i progressi fatti con standard aperti come il formato ODF (Open Document Format), molti utenti incontrano ancora difficoltà nel mantenere la formattazione e le caratteristiche del contenuto quando si sposta da un processore di testo all’altro.

Per quanto riguarda il metaverso, le questioni di interoperabilità sono molto più complesse. Si parla di portare avanti non solo l’avatar o l’identità digitale di un utente, ma anche il suo inventario virtuale, i suoi progressi in giochi o esperienze, le sue relazioni sociali e persino le sue transazioni economiche. Questo richiede uno sforzo collaborativo tra aziende, sviluppatori e standardizzatori che lavorano insieme per definire protocolli e standard che permettano questa interoperabilità. Questi standard dovranno affrontare questioni tecniche, legali, di privacy e di sicurezza.

Alcuni progetti blockchain e cripto-valute stanno cercando di affrontare questi problemi, proponendo soluzioni per la proprietà digitale (tramite NFTs, ad esempio) che potrebbero essere trasferibili tra diverse piattaforme del metaverso. Tuttavia, rimane ancora molto da fare per raggiungere una piena interoperabilità che permetta un’esperienza utente fluida e senza interruzioni tra diverse piattaforme e universi digitali.

SIAMO ALL’INTERNO DI UNA RIVOLUZIONE DIGITALE, E PER QUESTO NON CI POSSIAMO ACCORGERE DEL CAMBIAMENTO 

È interessante notare come i cambiamenti significativi nella società spesso si verifichino in modo così graduale e pervasivo che quasi non vengono percepiti finché non si fa un passo indietro per valutare il percorso compiuto. Questa acclimatizzazione al nuovo avviene in maniera subdola, con le tecnologie che si insinuano nella vita quotidiana quasi senza essere notate. Prendiamo l’evoluzione digitale e il metaverso: si tratta di concetti e tecnologie che si infiltrano a poco a poco nelle abitudini quotidiane.

Quando si viaggia all’estero, specialmente nelle smart cities dove le tecnologie digitali sono particolarmente avanzate, la nostra esperienza è profondamente influenzata da un tessuto connettivo di dati e algoritmi che interagiscono costantemente con i dispositivi mobili. In queste metropoli del futuro, ogni nostro passo può essere tracciato, non necessariamente in modo invasivo, ma come parte di un sistema integrato che mira a ottimizzare l’esperienza urbana.

Appena mettiamo piede in una smart city, possiamo essere immersi in un ecosistema dove la connessionività è onnipresente. I sistemi di navigazione non si limitano a indicarci il percorso più veloce verso una destinazione, ma possono anche tener conto del traffico in tempo reale, della qualità dell’aria e persino della densità della folla. App e piattaforme digitali diventano i nostri compagni di viaggio, consigliandoci non solo le strade da percorrere, ma anche quali locali frequentare.

Le raccomandazioni personalizzate sono un altro aspetto fondamentale di questa interazione digitale. Basandosi sui nostri precedenti comportamenti, le nostre preferenze espresse e i dati aggregati da altri utenti, questi sistemi intelligenti ci suggeriscono ristoranti, alberghi, e persino eventi culturali come teatri, cinema e opportunità di shopping. Questo non solo rende il viaggio più piacevole ma anche più efficiente, permettendoci di scoprire angoli della città che potrebbero altrimenti rimanere inesplorati.

Questo nuovo paradigma di viaggio potenziato dalla tecnologia mette in evidenza temi chiave come la privacy e la sicurezza dei dati. Mentre da un lato l’efficienza e la personalizzazione migliorano l’esperienza, dall’altro emergono preoccupazioni legittime riguardo a chi detiene il controllo dei nostri dati e come vengono utilizzati. Inoltre, l’accesso a tali servizi può variare notevolmente a seconda delle politiche locali, dell’infrastruttura tecnologica e delle normative in materia di dati.

In sintesi, il viaggio in una smart city può essere un’esperienza avveniristica dove la tecnologia digitale si fonde con la vita reale per creare un’esperienza utente arricchita, ma porta con sé anche importanti considerazioni sul bilanciamento tra convenienza e privacy.

L’adozione di queste tecnologie non avviene di punto in bianco, ma attraverso un progresso costante e misurato che consente alle persone di ambientarsi a ogni novità prima di passare alla successiva. Le infrastrutture che rendono possibile questa evoluzione digitale operano in gran parte invisibili, rendendo meno evidente l’impatto che hanno sulla società.

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IL METAVERSO ESISTE PROPRIO DOVE NON CI ACCORGIAMO CHE È PRESENTE 

Il metaverso si staglia come una frontiera digitale tanto pervasiva quanto invisibile, avvolgendo la nostra realtà in un abbraccio di bit e pixel che sfugge alla consapevolezza diretta. Immersi in questa matrice, la nostra percezione del mondo viene silenziosamente modellata da forze informatiche, mentre l’illusione di un’esistenza non mediatizzata persiste. Non è la tecnologia in sé che si nasconde; è la sua onnipresenza che diventa trasparente, integrata così intimamente nel tessuto delle nostre vite quotidiane da sembrare inesistente.

Come nelle profondità di una foresta, dove il singolo albero sfugge alla vista per la densità del bosco, così la singola tecnologia si dissolve nell’immensità del metaverso. Viviamo in un’epoca in cui la realtà aumentata e la realtà virtuale, insieme ad altre interfaccie digitali, tessono una seconda natura intorno a noi, una natura così ricca e complessa che può mimetizzare la sua stessa esistenza. In questo spazio, la linea tra il digitale e il fisico non solo si sfuma; a volte si cancella completamente, lasciandoci in una sorta di limbo percettivo.

In questo contesto, il metaverso diventa una sorta di “Matrix” non per la sua capacità di intrappolarci in un simulacro, ma per la sua abilità di fondersi con la nostra realtà fino a diventare impercettibile. Siamo come nuotatori in un oceano di dati, spesso inconsapevoli dell’acqua che ci circonda, perché è la condizione di esistenza che abbiamo sempre conosciuto. Questa intrecciata coesistenza con la tecnologia digitale pone questioni fondamentali sull’autenticità dell’esperienza umana e sulla definizione stessa di realtà.

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Non tutti vivono allo stesso modo questi cambiamenti a causa delle disparità nell’accesso alle nuove tecnologie. Mentre alcuni sono in prima linea a sperimentare l’ultima novità, altri possono non aver ancora avuto modo di interagire con tecnologie ormai considerate standard altrove. Anche il mondo intellettuale riconosce questi cambiamenti, seppur talvolta rimanga un divario tra la teorizzazione di questi e la loro manifestazione pratica nella vita di tutti i giorni. Inoltre, le differenze generazionali giocano un ruolo cruciale: per i giovani cresciuti a pane e digitale, tali tecnologie sono la norma, mentre per le generazioni precedenti possono rappresentare una deviazione marcata dalla norma.

Infine, spesso esiste una soglia di rilevanza che, una volta superata, rende impossibile ignorare i cambiamenti in corso. Potrebbe trattarsi di un evento significativo o di un punto di svolta che fa sì che le persone prendano coscienza di quanto profondamente il mondo attorno a loro sia cambiato. Il metaverso, in questo senso, ancora in bilico tra il potenziale e la realtà concreta, potrebbe presto diventare un argomento di discussione non solo tra esperti ma anche nel dibattito pubblico, man mano che la sua presenza si fa più tangibile e le sue applicazioni più evidenti nella vita di tutti i giorni.

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Giornalista scientifico. Dopo gli studi al Politecnico di Torino, laurea in ingegneria, e un Master in Scienze della Comunicazione svolge le sue prime docenze presso la Facoltà di Architettura, all’Università di Torino e all’Università Statale di Milano su materie legate alla comunicazione digitale e alla progettazione CAD architettonica. Nel 1998, sotto la supervisione del direttore del laboratorio modelli reali e virtuali, realizza l’opera multimediale vincitrice del Premio Compasso d’Oro Menzione d’Onore. Ha collaborato e diretto da oltre 20 anni decine di testate giornalistiche. Ha pubblicato due libri sulla comunicazione digitale di impresa ed è stato relatore di tesi al Matec – Master in Progettazione e Management del Multimedia per la Comunicazione (Torino) e all’estero (Miami, USA). Attualmente insegna comunicazione digitale e nuovi media, giornalismo scientifico e materie legate alla progettazione architettonica e alla bioarchitettura. Contatti Email: info@interiorissimi.it

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