Di Piero Luigi Carcerano

Una riflessione sull’identità urbana e la trasformazione dei quartieri nella città postmoderna

È curioso come il dibattito urbanistico contemporaneo, pur frammentato da un mondo che sbriciola ogni gerarchia in mille micro-esperienze, riesca a convergere su un punto tanto semplice quanto rivoluzionario: la città deve tornare a essere città. Questa constatazione, apparentemente tautologica, nasconde invece una necessità culturale dirompente. Dopo l’ubriacatura della dispersione, dopo l’abbaglio funzionalista che ha divorato i confini del costruito per inseguire l’utopia astratta dello zoning, dopo che la macchina per abitare si è fatta prigione di alienazione e isolamento, eccoci qui, ancora una volta, a parlare di tessuto, di continuità, di trama e ordito urbano. In una parola: dell’isolato.

Non quello monumentale e impenetrabile dell’Ottocento, né quello dissolto e despecializzato delle periferie moderne, ma l’isolato come cellula viva, come interfaccia fra spazio pubblico e abitare privato, come articolazione tra l’individuo e la collettività. Il ritorno alla città compatta non è un’operazione nostalgica, né tanto meno una regressione stilistica: è un atto politico, sociale, architettonico. È il rifiuto della città-merce, della città da consumare con l’automobile, della città che si sfilaccia nel nulla suburbano. 

Catania – Via del mercato
Catania – Via del mercato

È il tentativo di restituire senso e densità – fisica, funzionale, simbolica – a quello spazio che più di ogni altro modella la vita degli uomini: lo spazio urbano.

Ma non si può parlare di città senza toccare la ferita aperta della trasformazione antropologica che ne svuota l’anima. Il nuovo lusso urbano non è fatto di dorature e stucchi, ma di rendita: assistiamo a una metamorfosi silenziosa e spietata, in cui le abitazioni della gente comune – quelle stesse che componevano la trama silenziosa della convivenza, fatte di nomi, suoni, abitudini, odori – vengono trasformate in alloggi temporanei, boutique apartment, short rent residence, destinati a consumatori che vivono lo spazio per qualche giorno e lo abbandonano senza radici. Interi edifici, prima destinati all’affitto permanente, diventano strutture ricettive camuffate, generando ricchezza per pochi e impoverimento relazionale per tutti. Questa politica del consumo travestita da offerta turistica non rigenera il tessuto urbano, lo svuota. Annulla la geografia dell’incontro, sostituisce l’identità con la prestazione, la durata con la transitorietà.

Nel tempo passato, i quartieri erano mappe vive di relazioni. Ogni porta nascondeva una storia, ogni scala un saluto, ogni bottega una conversazione. Il fornaio sapeva che il giovedì si comprava il pane per il weekend, la drogheria anticipava le esigenze delle famiglie. Oggi, tutto ciò è stato spazzato via dai supermercati, dai centri commerciali, da una distribuzione che organizza i bisogni senza ascoltare le persone. Gli spazi dell’incontro sono stati spostati altrove, decentrati, selezionati: palestre, parrocchie, coworking, lounge. Ma non sono più luoghi di stratificazione relazionale, sono luoghi di interesse specifico. L’eterogeneità del vivere urbano si spegne nella specializzazione dell’incontro. La città smette di essere miscela, diventa filtro.

Amalfi, centro storico: luogo da sempre vocato all’incontro e al commercio, oggi punto nevralgico della vita turistica.
Amalfi, centro storico: luogo da sempre vocato all’incontro e al commercio, oggi punto nevralgico della vita turistica.

È l’inizio di una desertificazione delle relazioni. I quartieri non hanno più nomi propri, gli inquilini cambiano ogni settimana, le voci che salivano dalle finestre sono sostituite da codici di accesso. Le città si riempiono di corpi che non parlano, di sguardi che non si incrociano. Il linguaggio della prossimità è stato archiviato. Lo stesso linguaggio della politica segue la medesima deriva: più che rappresentare istanze complesse, semplifica, separa, classifica. Definisce comportamenti, segmenta i cittadini in target, riduce le città a modelli replicabili. La città, per millenni luogo di espressione umana e di crescita collettiva, viene ora piegata a una logica algoritmica, in cui tutto deve essere previsto, misurato, ottimizzato, gestito. La poesia dell’inatteso non è più ammessa.

Questa trasformazione, apparentemente tecnica, è invece profondamente esistenziale. Non siamo più cittadini, siamo utenti. Non siamo più anime, ma percorsi di consumo. Le città diventano parchi a tema, fondali per selfie, progetti di marketing territoriale. Le persone vengono invitate a muoversi, viaggiare, abitare temporaneamente ovunque, senza lasciare segni. Eppure, abitare non è occupare uno spazio, è radicarsi, intrecciare relazioni, costruire memoria. L’architettura, quando è vera, non si limita a fornire una funzione: costruisce luoghi per vivere con gli altri.

La città compatta, allora, non è solo una forma urbana efficiente, è un gesto di resistenza. È l’idea che si possa ancora abitare uno spazio riconoscendolo. Che si possano progettare quartieri dove il tempo sia alleato, non nemico. Dove l’isolato non sia un recinto ma una casa comune, un laboratorio sociale, una matrice di scambio. È l’idea che l’architettura debba tornare a essere arte civile, non oggetto estetico. Che debba servire le emozioni dell’uomo, la sua esigenza di significato, la sua sete di appartenenza.

Oggi, mentre il marketing urbano lavora per attrarre visitatori e investimenti, il compito dell’urbanistica e dell’architettura è quello opposto: costruire permanenza, costruire identità, costruire comunità. Non è un’utopia, è un’urgenza. Perché una città senza relazioni è una città che muore. Perché una città che non ascolta l’uomo, è una città che dimentica se stessa. E perché, in fondo, lo sappiamo bene: non esiste architettura senza umanità

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