Una riflessione sul design portatile e sull’identità progettuale del nuovo brand italiano di illuminazione nato dalla passione e dall’importante background nel settore dell’imprenditore Ferdinando Ingenito

Nel panorama del design contemporaneo, la luce si è affrancata dai vincoli funzionali per diventare linguaggio, gesto e presenza. Sempre più spesso, l’illuminazione non è vincolata a pareti o impianti, ma si fa libera, mobile, accessibile. È in questa direzione che si muove un nuovo progetto nato nel 2023, espressione di un design che coniuga tecnologia, artigianato e cultura materiale.

Alla guida di questa nuova avventura c’è Ferdinando Ingenito, figura storica del settore, con oltre quarant’anni di esperienza. Dalla fondazione di MITO negli anni Ottanta — realtà che ha valorizzato giovani talenti poi divenuti maestri riconosciuti come Ferruccio Laviani e Massimo Iosa Ghini — fino alle sperimentazioni più recenti nel campo della tecnologia LED, il suo percorso è stato sempre segnato da una duplice tensione: da un lato la visione imprenditoriale, dall’altro il rispetto profondo per il progetto e per chi lo realizza con le mani.

La nuova collezione si fonda sull’idea di lampade ricaricabili da tavolo, capaci di adattarsi con flessibilità agli spazi domestici e contract. Oggetti che nascono per accompagnare, non per imporsi. Pensati per interni, ma pronti a spostarsi anche in esterno, si svincolano dalle prese elettriche per restituire all’utente il pieno controllo della luce. È un design che non ha bisogno di dichiararsi “smart”: è intelligente per la sua capacità di ascoltare i bisogni reali, per l’attenzione al dettaglio, per l’equilibrio tra estetica e tecnica.

lumiere

A dare forma alla collezione è un team di progettisti eterogeneo: Daniele Della Porta, che firma anche la direzione artistica, Francesco Cappuccio, Angelo Ferrucci, Francesco Giannattasio, Luca Ingenito e Luigi Polisi. Ognuno porta un linguaggio personale, ma condivide la stessa attenzione al dialogo tra materiali, funzione e percezione. Il risultato sono lampade diverse tra loro per forma e finitura, realizzate in metallo, vetro, legno tornito, pietra naturale. Ogni scelta è frutto di una riflessione progettuale, ma anche di una filiera corta, che valorizza il lavoro di maestri artigiani locali, attivi nel territorio campano attorno a Nocera Inferiore.

Il design qui non è solo forma, ma processo. Fare è una parola chiave: fare come gesto concreto, come collaborazione tra competenze, come costruzione fisica dell’oggetto. In ogni prodotto si legge la cura di chi assembla, testa, calibra. L’ingegneria applicata alla luce non è qui un vezzo, ma un sapere radicato, frutto di una lunga esperienza. È questo equilibrio tra manualità e innovazione a generare prodotti autentici, destinati a durare.

La portabilità diventa così una libertà progettuale e abitativa. Spostare la luce, deciderne il punto d’appoggio, modularne l’intensità, significa poter ridefinire ogni volta l’atmosfera di uno spazio. Si tratta di un piccolo gesto quotidiano, che però modifica il nostro rapporto con l’ambiente: la luce non è più qualcosa di dato, ma qualcosa da scegliere.

Nella prima collezione si coglie una riflessione profonda sul ruolo della luce nel progetto d’interni. Non c’è eccesso, non c’è ostentazione. C’è piuttosto una volontà di sottrarre, di ridurre all’essenziale, di ascoltare i materiali e lasciarli parlare. Le lampade si inseriscono nello spazio con discrezione, diventando compagne silenziose delle nostre abitudini.

Nel contesto attuale, dominato spesso da sovra-design e da effetti spettacolari, questo approccio risulta controcorrente. E proprio per questo necessario. Non si tratta di un ritorno al passato, ma di una riscoperta dell’autenticità del fare, del valore del dettaglio, della bellezza dell’imperfezione artigiana.

Dire. Fare. Illuminare. Tre verbi che raccontano un progetto nato dal vissuto, costruito con rigore e destinato ad accendere non solo ambienti, ma anche riflessioni sul significato del design oggi.

C’è una certa intelligenza, nel design di Lumere, che si coglie nei dettagli: nella qualità dell’interruttore, nell’autonomia della batteria, nella scelta delle finiture. Ma c’è anche – e soprattutto – una riflessione sulla presenza della luce nello spazio, sulla sua funzione non solo pratica ma relazionale. In un’epoca in cui si moltiplicano le tecnologie “smart” ma spesso si dimentica l’essenzialità del gesto, Lumere torna al progetto come atto primario, fatto di saper fare e saper pensare.

Non è un caso che il claim scelto per descrivere il marchio sia: “Dire. Fare. Illuminare.”. Un gioco linguistico che va oltre lo slogan, per raccontare una filosofia produttiva che parte da una narrazione personale, passa attraverso il fare artigiano e culmina nell’effetto percettivo della luce. Il progetto della lampada portatile diventa così metafora del progetto di vita: nomade ma radicato, tecnico ma poetico, quotidiano ma identitario.

In un mercato dell’illuminazione sempre più saturo di forme iconiche e repliche autoreferenziali, l’ingresso di un nuovo marchio come Lumere non è solo un dato economico o commerciale. È un segnale culturale. È la prova che c’è ancora spazio per un design che sappia essere racconto, tensione, invenzione. Un design che non urla, ma illumina.

E che – forse per la prima volta in modo così naturale – sta davvero a portata di mano.

 

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