Di Piero Luigi Carcerano
Presidente Commissione Comunicazione ed Editoria INBAR

CROTONE – Il 20 e 21 dicembre 2025 Crotone ha ospitato, all’interno della Festa dell’Architettura e dell’Arte, la tappa conclusiva 2025 del programma nazionale “Città Osmotica”, promosso dall’Istituto Nazionale di Bioarchitettura (INBAR) per ripensare l’acqua come infrastruttura ambientale e costruire una riflessione condivisa su città, paesaggio e resilienza urbana.

Ad aprire i lavori, i saluti istituzionali del Presidente dell’OAPPC di Crotone Giovanni Gentile e del Presidente della Fondazione Architetti Crotone Francesco Livadoti, che INBAR ringrazia per l’accoglienza e per aver reso possibile un confronto di alto profilo tra istituzioni, professionisti e comunità.

Da sinistra: Presidente della Fondazione Architetti Crotone Francesco Livadoti -  Presidente INBAR, Arch. Anna Carulli - Presidente dell’OAPPC di Crotone Giovanni Gentile.
Da sinistra: Presidente della Fondazione Architetti Crotone Francesco Livadoti –  Presidente INBAR, Arch. Anna Carulli – Presidente dell’OAPPC di Crotone Giovanni Gentile.

La Presidente INBAR, Arch. Anna Carulli

Il cuore politico-culturale della giornata è stato affidato alla Presidente INBAR, Arch. Anna Carulli, che ha dato al pomeriggio una traiettoria netta: Città Osmotica non come titolo suggestivo, ma come programma nazionale capace di trasformare una sensibilità in metodo e una visione in scelte verificabili.

Carulli ha aperto i lavori con l’inaugurazione della mostra “Città osmotica”, sottolineando un punto comunicativo decisivo: rendere visibile il tema non è un gesto estetico, ma un atto pubblico. La resilienza non si costruisce solo nei progetti, ma anche nell’immaginario collettivo e nella responsabilità condivisa, perché una città che “assorbe”, “filtra” e “restituisce” non è un’utopia: è un modo pratico di progettare spazio pubblico, suoli e infrastrutture verdi e blu.

Il suo intervento – “INBAR e il ruolo pubblico della Bioarchitettura” – ha definito l’asse portante dell’intera giornata: passare dalla cultura del progetto agli strumenti per la transizione ecologica nei territori. Carulli ha insistito su un tema chiave: non basta più “parlare di sostenibilità”, serve una grammatica operativa fatta di visione, alleanze, strumenti e responsabilità. In questa cornice, “Città Osmotica” diventa una piattaforma nazionale che connette istituzioni, professionisti e comunità intorno a una domanda concreta: come trasformare le fragilità (acqua, suolo, clima) in infrastrutture di benessere e qualità urbana, senza ridurre tutto alla solita amministrazione dell’emergenza.

La sua chiave di lettura è stata riassunta in un titolo quasi-manifesto: “La visione di Bioarchitettura: Mediterraneo che cambia e respira, tra cielo e mare”. A Crotone, questa frase pesa: qui il Mediterraneo non è cartolina, ma confine mobile, stress climatico, costa e città che devono imparare a “respirare” insieme. E la bioarchitettura, nel discorso della Presidente, torna ad essere un ruolo pubblico: una responsabilità progettuale che tiene insieme ambiente, salute urbana, manutenzione intelligente e qualità dello spazio comune.

I contributi: margini, continuità, biourbanistica, strumenti, cura

Dopo la cornice istituzionale, gli interventi hanno dato sostanza ai temi del programma.

Arch. Giò Dardano (Consigliere Nazionale INBAR – Responsabile Affari Istituzionali) ha sviluppato il tema “Abitare ai margini: Bioarchitettura dei suoli e delle acuqe”, mettendo a fuoco una questione decisiva per territori come quello calabrese: i margini non come periferie da subire, ma come luoghi in cui suolo e acqua diventano infrastrutture fondamentali per resilienza, qualità dello spazio pubblico e rigenerazione. In questa prospettiva, costa e margini ionici non sono “fine città”, ma campo di progetto.

A seguire, Giovanni Fiamingo ha sviluppato il tema “Figure della continuità fra terra e acqua” non come lezione astratta, ma come racconto di progetto: una sequenza di esperienze in cui l’architettura smette di imporsi sul luogo e comincia ad assecondarlo, fino a diventarne parte integrante. Nei lavori presentati, il rapporto tra costruito e paesaggio passa spesso dallo spessore del suolo – la “linea di terra” come materiale progettuale – e dall’acqua intesa non solo come presenza fisica, ma come forza che scava, raccoglie, ridisegna e dà forma agli spazi. In questa prospettiva, la continuità fra terra e acqua non è un’immagine poetica: è una strategia. È la scelta di intervenire in modo che l’opera si leghi alle pendenze, alle tracce, alle preesistenze e alle relazioni del contesto, costruendo un’architettura che non “sta sopra” il territorio, ma lo interpreta, lo ricuce e lo rende abitabile con misura.

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Crotone – Veduta sulla Cattedrale di Santa Severina e San Dionigi

Un passaggio particolarmente importante è stato offerto dall’Arch. Elisabetta Dominijanni con l’intervento “Dalla bioarchitettura alla biourbanistica: il ritorno al futuro”. Il senso del titolo è programmatico: se la bioarchitettura ha costruito negli anni un’etica e una tecnica dell’abitare, oggi la sfida si sposta di scala e diventa urbana. “Ritorno al futuro” significa allora riprendere un patrimonio di principi (clima, suolo, acqua, salute, risorse) e farne una strategia per la città: non aggiungendo tecnologia come trucco cosmetico, ma ricostruendo criteri di progetto capaci di governare i sistemi complessi. In altre parole: non basta l’edificio virtuoso se intorno resta una città che impermeabilizza, surriscalda, separa e consuma; serve una biourbanistica che lavori sulle continuità ecologiche, sulle reti blu-verdi e sulla qualità dello spazio pubblico come infrastruttura primaria.

Arch. Piero Luigi Carcerano ha legato innovazione e responsabilità dell’abitare con l’intervento “Oltre l’icona: la nuova architettura della cura”, riportando il discorso dalla forma alle conseguenze: comfort reale, prestazioni, salubrità e qualità dell’esperienza quotidiana come criteri non negoziabili. Il focus su comfort, prestazioni e responsabilità dell’abitare ha chiarito che oggi la sostenibilità non è una dichiarazione, ma un metodo verificabile che guida le scelte di progetto. In questo senso la case history internazionale Zibo – Boundary Zone è stata presentata come esempio concreto di passaggio dal quadro dei criteri alle decisioni operative; e, oltre i confini nazionali, ha mostrato come queste esperienze possano dialogare anche con l’Oriente, facendo del confronto tra contesti diversi un’occasione per misurare l’architettura sui risultati e sul rapporto con clima e territorio.

Il valore della tavola rotonda: mettere in relazione i temi

Momento decisivo è stata la tavola rotonda “Calabria Osmotica, priorità operative”: non una chiusura di rito, ma un dispositivo di confronto capace di mettere in relazione i temi da più punti di vista, offrendo un quadro tematico unitario e orientato all’azione. Il confronto tra sala, enti, professionisti e imprese ha permesso di comporre una sintesi condivisa e di individuare piste di lavoro replicabili sul territorio.

Conclusioni: la politica della visione 

Le conclusioni, nella linea della Presidente Anna Carulli, non sono un “riassunto”, ma una presa di posizione: la città non può più permettersi di vivere in uno stato di eccezione permanente. La retorica dell’emergenza – che si attiva quando l’acqua arriva troppo, troppo in fretta, troppo tardi – ha un effetto collaterale micidiale: sospende la politica, riduce il progetto a reazione, trasforma l’amministrazione in pronto soccorso e il territorio in paziente cronico. La “Città Osmotica”, invece, è l’idea opposta: riportare l’acqua dentro una governance che non rincorre i sintomi, ma cura le cause; che non “tampona”, ma costruisce continuità. In questa prospettiva, l’acqua smette di essere soltanto un rischio da contenere e torna a essere una risorsa strutturale, un bene comune che chiede di essere letto insieme a suolo, clima, energia e spazio pubblico. È qui che la visione di Carulli si fa politica in senso pieno: perché la politica, quando è degna del nome, non è propaganda, ma scelta di priorità, capacità di tenere insieme tempi diversi (l’urgenza di oggi e la durata di domani) e soprattutto responsabilità verso ciò che non ha voce: i suoli, le falde, le reti ecologiche, i corpi che abitano la città e ne subiscono il caldo, l’umidità, la fragilità.

Da qui deriva un cambio di lessico – e dunque di prassi – fondamentale. Le infrastrutture verdi e blu, i suoli permeabili, i tetti verdi, l’ombra, la continuità tra terra e acqua non sono “abbellimenti”, non sono la parte gentile del progetto: sono infrastrutture di civiltà, dispositivi che producono benessere collettivo e riducono vulnerabilità. Dire che un tetto verde o una piazza drenante sono un servizio ecosistemico significa affermare una cosa molto concreta: che la qualità urbana non è un lusso, è un investimento pubblico misurabile, con effetti su salute, comfort, sicurezza e costi futuri. La “bioarchitettura”, nella lettura di Carulli, torna così al suo senso originario: non stile, ma responsabilità pubblica del progetto.

È anche per questo che la chiusura non può restare nel campo delle idee. La politica della visione ha bisogno di strumenti, procedure, regole e alleanze: un’intelligenza istituzionale capace di trasformare un orientamento culturale in pratiche. In questa direzione va la proposta di un tavolo tecnico congiunto tra Ordine, Fondazione e INBAR: non come atto formale, ma come luogo di traduzione, dove i temi messi in relazione durante l’incontro diventano criteri, indirizzi, capitolati, percorsi replicabili. Perché la resilienza, se resta slogan, consola; se diventa grammatica quotidiana delle trasformazioni urbane, governa. E governare, oggi, significa esattamente questo: smettere di chiamare “emergenza” ciò che è ormai struttura del presente, e iniziare a chiamarlo progetto.

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