Presidente dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura
Di Arch. Piero Luigi Carcerano
Presidente Commissione Comunicazione ed Editoria INBAR
Vicedirettore di Interiorissimi
Rilasciata in occasione di “ThinkinGreen 2025 – Il Salotto dell’Economia Sostenibile”, Messina-Taormina, 26–28 giugno 2025
«Il Mediterraneo è sempre stato un crocevia di culture» scriveva Fernand Braudel, ricordandoci che la nostra identità non nasce per accumulo di pietre ma per incessante mescolanza di traiettorie, venti, lingue, saperi. Le coste intorno allo Stretto di Messina – lama d’acqua che separa e congiunge al tempo stesso – sono un laboratorio in cui tale mescolanza resta visibile, sonora, quasi tattile: basalto vulcanico e arenarie greco-romane, agrumeti arabi e falesie normanne, città ricostruite dopo i terremoti come palinsesti di resilienza. Oggi questa pluralità geografica e simbolica chiede una nuova grammatica ecologica, capace di tenere insieme giustizia climatica e dignità culturale.
Il pensiero europeo più recente spinge in questa direzione. La Convenzione di Faro ricorda che un bene diventa “patrimonio” solo quando le comunità vi si riconoscono e lo governano in chiave di diritti umani e democrazia; la Convenzione Europea del Paesaggio allarga lo sguardo, definendo il territorio «componente essenziale dell’identità dei popoli». Nel 2013 l’UNESCO ha incluso perfino la Dieta Mediterranea fra i patrimoni immateriali dell’umanità, sottolineando il valore di ospitalità, convivialità e cura dei luoghi che essa incarna. Tutto converge verso un’idea di sostenibilità integrale, in cui la riduzione delle emissioni si misura anche in quantità di senso, memoria, cooperazione sociale.
Jane Jacobs ci ha insegnato che «le città possono offrire qualcosa a tutti solo quando sono create da tutti». L’architettura del XXI secolo, dunque, non si limita a performare sul piano energetico: diventa infrastruttura di equità, dispositivo di prossimità, narrazione vivente dei territori. Con questo spirito presentiamo l’intervista all’Arch. Anna Carulli, messinese, , Presidente nazionale dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura (INBAR) , Presidente della Fondazione Architetti nel Mediterraneo Messina e Presidente della Commissione VINCA del Comune di Messina, che porta al centro della scena il concetto di “decarbonizzazione identitaria”: tecnologia avanzata innestata su filiere locali, rigenerazione urbana come atto di ricucitura storica, comunità energetiche quali nuove agorà mediterranee. Nel corso di “ThinkinGreen 2025” – salotto dell’economia sostenibile che dall’Etna guarda al futuro dell’area euromediterranea, organizzato da Michel Curatolo – la sua voce richiama con forza l’urgenza di un patto di reciprocità fra persone e paesaggi, scienza e umanesimo, progetto e racconto.
In questa visione, si inserisce con coerenza il progetto CANAPA NEW TECH, presentato proprio a Messina presso l’Enoteca provinciale: un’iniziativa concreta che esplora le potenzialità della canapa industriale per costruire un’economia circolare basata su sostenibilità ambientale, filiere integrate e innovazione sociale. Anche grazie all’impegno di realtà come Millasensi, si sta delineando un modello territoriale che trasforma l’identità locale in leva di sviluppo, nel segno di una nuova alleanza tra tradizione agricola e visione ecologica.

Intervista
D: Architetto, è nata e vive a Messina, snodo fra Ionio e Tirreno. Quanto conta questo paesaggio nella sua visione progettuale?
R: Lo Stretto è, per me, una lezione di complessità ininterrotta: due placche che si sfiorano, due mari che si abbracciano, venti contrapposti che si ricompongono in un’unica corrente. In un luogo così, la nozione stessa di confine evapora. Ho imparato che l’architettura non può limitarsi a “occupare” lo spazio: deve orchestrare forze – geologiche, ecologiche, storiche, mitiche – e farle vibrare in equilibrio dinamico. Da bambina osservavo il volo obliquo dei gabbiani che sfruttano i gradienti termici della costa; oggi, quando affronto i temi del territorio e della riqualificazione urbana, ricerco la stessa intelligenza adattiva: materiali traspiranti, flussi d’aria calibrati, energia catturata senza ferire il contesto. Questa prospettiva mediterranea, fatta di luce rimbalzata sull’acqua e di memorie stratificate, è il mio laboratorio permanente.
D: Ospita il convegno internazionale “ThinkinGreen 2025”. Quale chiave di lettura porta a questo appuntamento?
R: Messina non è solo scenografia, è campo di prova per la “decarbonizzazione identitaria”. Al convegno proporrò un paradigma in tre atti. Primo: ridurre le emissioni incorporando l’ingegnosità artigianale locale – pietra basaltica, calce di cocciopesto, fibre naturali – in luogo di semilavorati importati. Secondo: trasformare la comunità energetica in infrastruttura culturale, perché l’energia condivisa genera anche coesione sociale. Terzo: misurare i benefici in termini di biodiversità, salute pubblica e reddito diffuso, non soltanto in chilowatt-ora. Discuteremo di questo con Massimo Pica Ciamarra, urbanista che da cinquant’anni sperimenta la “città metabolica”: un dialogo che qui, tra i monti Peloritani e il mare, assume un’urgenza fisiologica.
D: La Convenzione Europea del Paesaggio definisce il territorio “componente essenziale dell’identità dei popoli”. Come traduce quel principio nella pratica quotidiana?
R: Non è un proclama poetico: è un algoritmo operativo. Quando mi avvicino a un sito, apro due quaderni. Sul primo annoto le biografie del luogo – culti, dialetti, tecniche costruttive, specie vegetali relitte. Sul secondo traccio il metabolismo: cicli delle acque, bilanci di CO₂, flussi di materia. Progetto solo dove le due mappature si sovrappongono: lì nasce la sinergia fra identità e performance. È così che un ex magazzino agrumario a Scaletta Zanclea diventa polo per agricoltura carbon-positive: la struttura in tufo restaurata custodisce memorie contadine, mentre il tetto fotovoltaico alimenta una micro-fabbrica di oli essenziali che riduce l’impronta logistica della filiera.
D: Il consumo di suolo in Italia supera ancora 2 m² al secondo. Quale strategia propone?
R: Rigenerare l’esistente è oggi il massimo gesto ecologico e culturale. Nel recupero dello scalo ferroviario di Reggio Calabria – progetto pilota con la sezione INBAR dello Stretto – abbiamo preservato qualche centinaio di tonnellate di CO₂ di risparmio incorporato e restituendo cinque ettari di suolo permeabile alla città. Ogni trave riutilizzata è un debito di estrazione non contratto, ogni metro di asfalto rimosso riattiva la capacità “spugna” del terreno, come ci ricorda l’ultimo rapporto ISPRA.

D: In una conferenza a Torino ha parlato di “ruralizzare la città”. Che cosa significa, oltre a piantare qualche albero?
R: Significa reintegrare in ambiente urbano funzioni agricole, idrologiche e bioclimatiche complete. Nel progetto del Parco delle Torri (Ganzirri, per esempio, le dune costiere sono state rimodellate per filtrare i venti di scirocco, trattenere sali marini e restituire umidità notturna; canali di fitodepurazione convogliano acque pluviali verso orti collettivi, mentre un sistema di sensori open-data rende pubblici i parametri microclimatici. L’obiettivo non è decorare lo spazio, ma renderlo organismo: la città diventa un ecosistema capace di produrre cibo, regolare temperatura, favorire migrazioni avi-faunistiche, ospitare riti comunitari.
D: Lei sostiene l’uso di nanotubi di carbonio (CNT) in compositi bio-based. Non è un ossimoro parlare di alta tecnologia in bioarchitettura?
R: L’ossimoro nasce solo se separiamo etica e scienza. I CNT, introdotti in percentuali ridottissime, permettono di sostituire intere stratigrafie tradizionali, riducendo i prelievi di inerti e la massa da trasportare. L’innovazione, però, va innestata in matrice vernacolare: in Sicilia mescoliamo canapulo, calce idraulica naturale e silice di origine vulcanica. Il risultato è un intonaco “tecno-vernacolare” che pesa il 40 % in meno, cattura ossidi d’azoto in facciata e si ricicla come ammendante agricolo a fine vita. In altre parole: tecnologia come acceleratore di cicli ecologici, non come deroga al genius loci.
D: Il “Bio-Score” di INBAR si arricchisce di indicatori sociali. Quali ricadute pratiche vede?
R: Abbiamo inserito la Community Capital Matrix: per ogni progetto calcoliamo ore di volontariato attivate, posti di lavoro artigianali creati, percentuale di manutenzione affidata a imprese locali. È un modo per tradurre in metrica ciò che l’economista Amartya Sen chiamerebbe “capabilities”: la vera sostenibilità è ampliare le libertà delle persone, non solo ridurre i watt. Così un edificio certificato INBAR diventa catalizzatore di competenze, economia circolare e resilienza culturale.
D: Molti piccoli comuni dell’Appennino cercano modelli post-turistici. Come li affiancate?
R: Proponiamo Piani di Paesaggio Energetico Locale. Il metodo è triassiale: cartografia dei servizi ecosistemici; co-design con la cittadinanza tramite “laboratori di futuro”; pacchetti tecnico-finanziari per micro-reti rinnovabili e rifunzionalizzazioni ad “emissioni negative”. Dall’Etna ai Nebrodi vedo borghi che tornano a essere fucine di sapere: falegnamerie che stampano in 3-D il legno lamellare recuperato, mulini ad acqua riconvertiti in idro-turbine smart, scuole che usano i dati climatici in tempo reale per didattiche STEM.

D: Superbonus, PNRR, Green Deal: in una sola priorità, cosa chiederebbe al legislatore?
R: Legare gli incentivi alla qualità integrata del ciclo di vita, non a singole prestazioni di facciata. Significa riconoscere più valore a un edificio che, oltre a ridurre i consumi, prevede decostruzione selettiva, tracciabilità dei materiali, piano di manutenzione paesaggistica ventennale e coinvolgimento delle comunità energetiche. I bonus non devono drogare il mercato, devono orientarlo verso modelli rigenerativi e, soprattutto, replicabili nei territori fragili.
D: Se dovesse evocare, in tre parole, la città mediterranea del 2040?
R: Porosa, cooperante, agro-digitale. Porosa: accetta l’acqua, il vento e le culture migranti come nutrienti vitali, non come minacce. Cooperante: autentica governance diffusa, dove l’energia scambiata è anche energia civica. Agro-digitale: la sapienza agricola millenaria dialoga con dati climatici in tempo reale, generando paesaggi produttivi e resilienti. È un orizzonte possibile se coltiviamo, oggi, la convergenza fra poetica umanistica e rigore scientifico.
Ringraziamenti
Ringraziamo l’architetto Anna Carulli per averci guidato in questo viaggio tra radici mediterranee e scenari futuri. Invitiamo lettori e professionisti a seguire i lavori di ThinkinGreen 2025 e a consultare i materiali didattici e di ricerca disponibili sul sito www.bioarchitettura.it, per contribuire insieme a quel “patto di reciprocità” fra persone e paesaggi che resta la sfida comune.





























