di Piero Luigi Carcerano

nella foto in copertina: Parco Dora a Torino

Immobilismo e Visione nel Governo del Territorio

L’Italia contemporanea sembra trovarsi di fronte a una paradossale contraddizione: da un lato, la storia di un paese che ha saputo reinventarsi nel dopoguerra attraverso progetti urbanistici e architettonici di ampio respiro; dall’altro, la percezione di un attuale immobilismo, una sorta di stallo nelle iniziative di grande portata con un’oculata prospettiva futura.

Nel fervore ricostruttivo del dopoguerra, l’Italia ha espresso un dinamismo visionario che ha portato alla realizzazione di icone urbane e infrastrutture che hanno contribuito a definire la modernità del paese. Ciò nonostante, oggi questo slancio sembra essersi attenuato, lasciando spazio a una cautela che a tratti sfocia in inerzia, dove i grandi progetti di sviluppo territoriale stentano a decollare.

La sfida del governo del territorio si confronta con un contesto burocratico e normativo complesso, dove le procedure sono spesso lunghe e i vincoli numerosi, rallentando significativamente la realizzazione di opere che richiedono una visione d’insieme e un ampio consenso politico e sociale. Esempi di questa situazione si ritrovano nei ritardi accumulati da progetti infrastrutturali di rilevanza nazionale o nelle difficoltà di gestione e valorizzazione del patrimonio paesaggistico e culturale.

La sfida contemporanea non è soltanto di superare gli ostacoli amministrativi o legislativi, ma piuttosto di innovare il modo in cui si progetta il futuro delle aree urbane e non. La crisi di visione che sembra affliggere l’Italia nel campo dell’urbanistica e dell’edilizia si radica in una difficoltà più profonda, che tocca le fondamenta stesse del processo decisionale e creativo.

Il concetto di progettare in modo partecipativo e inclusivo esige un rinnovamento metodologico che implichi tutti gli stakeholder: cittadini, politici, esperti e investitori. Si tratta di trasformare il tradizionale approccio top-down in un dialogo orizzontale, dove le voci della comunità non sono solo ascoltate ma anche assecondate. La co-progettazione diventa, quindi, una prassi fondamentale, capace di garantire che i progetti riflettano le reali esigenze e aspirazioni di chi vivrà gli spazi trasformati. Un esempio di questa prassi può essere osservato nelle politiche di rigenerazione urbana adottate in alcune città europee, dove la riconversione di spazi industriali abbandonati in aree verdi e centri culturali è stata guidata da un’ampia consultazione pubblica. Questi processi hanno portato alla creazione di luoghi vivibili che promuovono la coesione sociale e rispondono alle esigenze ambientali del XXI secolo.

Sviluppo sostenibile significa anche adottare una prospettiva a lungo termine che consideri l’impatto ambientale, economico e sociale di ogni intervento urbano. L’Italia, con il suo ricco patrimonio storico e culturale, ha l’opportunità di divenire un modello per uno sviluppo urbano che preserva il passato mentre innova per il futuro. L’adozione di tecnologie verdi, la promozione di mobilità sostenibile e l’attenzione al risparmio energetico sono solo alcuni degli aspetti da considerare in una pianificazione che si proietti nel futuro senza dimenticare le lezioni del passato.

La mancanza di una visione lungimirante rischia, infatti, di rendere l’Italia obsoleta rispetto ai cambiamenti globali. In un’epoca caratterizzata dalla digitalizzazione, dalla transizione ecologica e dalle nuove dinamiche demografiche, l’urbanistica e l’edilizia devono essere strumenti dinamici e flessibili, capaci di anticipare e accompagnare questi cambiamenti.

Per esempio, il rilancio delle piccole città e dei borghi, affrontando il problema dello spopolamento attraverso l’urbanistica, può essere un’area di innovazione. La creazione di hub tecnologici e di coworking, spazi multifunzionali che integrino abitazioni, servizi e aree di lavoro, potrebbe rivitalizzare queste realtà, rendendole attrattive per le nuove generazioni e per i lavoratori digitali, contribuendo così a una distribuzione più equilibrata della popolazione sul territorio nazionale.

Un esempio concreto di questa tendenza può essere osservato nella gestione delle periferie urbane, dove l’assenza di interventi strategici ha spesso lasciato spazio a degrado e marginalizzazione.

Le iniziative di riqualificazione urbana in città come Torino e Bologna hanno offerto lezioni importanti sulle dinamiche di sviluppo urbano, evidenziando sia successi che limiti. Anche se alcuni progetti hanno portato a miglioramenti tangibili, non tutte le esperienze di riqualificazione hanno raggiunto i risultati sperati. In alcuni casi, le opportunità non sono state pienamente sviluppate o realizzate, forse a causa di una serie di sfide intrinseche a questi processi complessi.

Uno degli aspetti cruciali è il coinvolgimento della comunità. La partecipazione attiva dei residenti è fondamentale per il successo di qualsiasi progetto di riqualificazione. Tuttavia, questo coinvolgimento deve essere autentico e significativo, non solo una formalità. Deve esserci un vero scambio bidirezionale in cui le idee e le preoccupazioni dei cittadini sono ascoltate, prese in considerazione e integrate nel processo di pianificazione e implementazione. A volte, questo aspetto non viene gestito correttamente, portando a un disallineamento tra le aspettative dei residenti e l’uso effettivo degli spazi riqualificati.

Un altro fattore critico è la sostenibilità delle iniziative nel lungo periodo. Per esempio, la manutenzione di spazi come i parchi, le piazze e i centri culturali richiede investimenti continui e una gestione attenta. Senza una pianificazione finanziaria adeguata, anche i progetti più promettenti possono perdere valore e diventare sottoutilizzati o trascurati.

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Calascibetta – Enna

La progettazione degli spazi stessi può influenzare la loro riuscita. Se il design non riflette le necessità o i desideri della comunità locale, o se non è versatile abbastanza per adattarsi ai cambiamenti nel tempo, gli spazi riqualificati possono finire per essere poco attraenti o inadeguati alle attività quotidiane dei cittadini.

Per esempio, nella riqualificazione di aree industriali dismesse, è essenziale considerare come questi spazi si inseriscono nel tessuto urbano esistente. La loro accessibilità, la relazione con il contesto circostante e la disponibilità di servizi sono tutti fattori che determinano l’efficacia della riqualificazione. Un progetto può avere un aspetto esteticamente gradevole, ma se non è facilmente raggiungibile o se non offrisse funzioni e servizi necessari, potrebbe non essere abbracciato dalla comunità.

Nelle trame complesse dell’urbanistica contemporanea, il design emerge come un protagonista silenzioso ma decisivo, capace di influenzare il benessere collettivo ben oltre la mera estetica. Questa rinnovata coscienza del design nel processo di riqualificazione urbana prende spunto da un bisogno di spazi che siano non solo scenografie per la vita quotidiana ma palcoscenici attivi dove la comunità possa rappresentare la propria identità e aspirazioni.

Un design attentamente ponderato si rivela fondamentale per la riuscita di ogni progetto di riqualificazione. Esso deve essere funzionale, adattabile e soprattutto inclusivo, permettendo agli spazi di essere vissuti e apprezzati da un’ampia varietà di individui. La vera sfida sta nel creare luoghi che siano versatili a sufficienza per ospitare una pluralità di attività, da quelle sociali a quelle più intime, senza trascurare l’accessibilità, per non escludere nessuno dalla possibilità di fruirne.

L’architettura del paesaggio urbano si integra nel tessuto sociale esistente e deve rispecchiare la storia, le tradizioni e l’evoluzione di un luogo. In questo tessuto, ogni filo ha un suo ruolo, dal più umile marciapiede fino all’audace skyline di un quartiere rinnovato. La sostenibilità emerge qui non solo come una scelta ma come un imperativo, una direttiva che guida il selezionare materiali, il disegnare il flusso delle energie e il pianificare il ciclo di vita degli spazi urbani.

L’estetica non è da meno. La bellezza di un luogo risiede nella sua capacità di dialogare con chi lo abita, evocando emozioni e sentimenti di appartenenza. La sicurezza, sia reale che percepita, viene assicurata attraverso un design che sappia illuminare i luoghi comuni e rendere visibile l’interazione umana, fondamentale per creare un ambiente in cui le persone si sentano a loro agio.

Esempi di design che non hanno colto appieno il potenziale di un luogo sono purtroppo diffusi quanto quelli riusciti. Un parco che non vede il passaggio di pedoni non è solo un mancato incontro, è la testimonianza di un dialogo interrotto, di un potenziale inespresso. Questo accade quando la voce dei cittadini non trova eco nelle scelte progettuali o quando il processo di partecipazione si riduce a una mera formalità.

In questo scenario, il processo di co-progettazione assume un valore inestimabile. Quando i futuri utenti degli spazi vengono coinvolti direttamente nel processo di design, il risultato è uno spazio che riflette veramente le esigenze e i desideri della comunità. Questo non solo garantisce la funzionalità e l’appropriazione dello spazio ma tessendo una trama di relazioni e significati che radica il design nel vissuto quotidiano delle persone.

Così, tra le pagine del libro dell’urbanistica moderna, il design si riconferma come uno dei capitoli più vitali, narrando storie di spazi trasformati, di comunità rinascite e di luoghi che, attraverso la saggezza di un design empatico e partecipativo, diventano specchio dell’umanità che li abita.

La rapidità con cui cambiano le dinamiche urbane richiede una flessibilità e un adattamento costanti. Le esigenze della popolazione possono evolvere rapidamente, e le strategie di riqualificazione devono essere abbastanza agili da adattarsi a queste evoluzioni per rimanere rilevanti e utili.

Alla luce di questo scenario, l’urbanistica e l’edilizia dovrebbero riprendere il loro ruolo di catalizzatori di progresso e benessere collettivo, agendo come strumenti di trasformazione sociale e ambientale. Le politiche territoriali dovrebbero mirare a un equilibrio tra conservazione e innovazione, tra la tutela del patrimonio esistente e la creazione di nuovi spazi di vita e relazione.

Per superare l’attuale fase di immobilismo, è essenziale che l’Italia recuperi quella capacità di visione che ha caratterizzato le grandi trasformazioni del passato, facendo leva su una pianificazione urbanistica che sia al tempo stesso coraggiosa e sostenibile. Solo così potrà essere garantito uno sviluppo equilibrato che tenga conto delle esigenze presenti senza precludere le opportunità future, facendo del paesaggio urbano un laboratorio vivente di democrazia e innovazione.

L’Architetto Piero Luigi Carcerano firma il Progetto: Il Parco di Innovazione Industriale di Zibo, Cina

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