Di Piero Luigi Carcerano

L’analisi di Rosalind Krauss e l’applicazione al movimento rappresentativo del XIX secolo attraverso gli occhi di Eadweard Muybridge

Nel presente articolo, ci proponiamo di esaminare il concetto di fotografia come oggetto teorico, come proposto dalla teorica dell’arte Rosalind Krauss, e di applicarlo al contesto storico della rappresentazione del movimento alla fine del XIX secolo. Esploreremo il modo in cui la fotografia, intesa come griglia o filtro, può organizzare i dati di un campo esterno e offrire risposte alle domande sul movimento e il suo rapporto con lo spazio e il tempo. Inoltre, esamineremo l’influenza delle riflessioni di Walter Benjamin sull’opera d’arte nella sua riproducibilità tecnica per comprendere ulteriormente il ruolo della fotografia come oggetto teorico.

La trasformazione dell’immagine rappresentativa

Secondo Krauss, la fotografia come oggetto teorico implica una trasformazione generale del concetto di immagine rappresentativa. Con l’avvento della riproduzione meccanica e della riproducibilità tecnica, si è ribaltato il rapporto tra rappresentazione e realtà fenomenica degli oggetti. La fotografia diventa un medium in grado di scomporre, ricomporre, accelerare e decelerare il movimento, consentendo una rappresentazione dettagliata e una manipolazione infinita. L’unicità e l’aura dell’atto artistico vengono sostituite dalla riproducibilità seriale, aprendo nuove prospettive per l’interpretazione del movimento.

Immagine di Piero Carcerano

L’inconscio ottico e la rappresentazione del movimento

Secondo Benjamin, la fotografia rivela un “inconscio ottico”, ovvero aspetti del movimento che non sono immediatamente evidenti all’occhio umano. Attraverso la fotografia, è possibile catturare e rendere visibile l’increspatura, la minuzia e il gesto semi-nascosto che si manifestano nell’istante in cui si allunga il passo. La fotografia istantanea, in particolare, diventa l’esempio classico di questo processo, permettendo di evidenziare dettagli altrimenti sfuggenti e di rivelare formazioni strutturali della materia e mondi di immagini precedentemente ignoti.

Immagine di Piero Carcerano

Il passaggio al metodo fotografico nel XIX secolo

Un pioniere nel campo della fotografia del movimento nel XIX secolo fu Eadweard Muybridge. Tra il 1872 e il 1885, Muybridge condusse una serie di esperimenti fotografici sul movimento umano e animale presso l’Università di Stanford e in vari luoghi negli Stati Uniti. Utilizzando una serie di telecamere posizionate lungo una pista, riuscì a documentare oggettivamente il movimento nelle sue varie fasi. I suoi studi sul galoppo dei cavalli e sul movimento umano sono diventati fondamentali per l’analisi scientifica del movimento e hanno aperto nuove strade per la rappresentazione visiva.

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L’eredità di Muybridge e l’evoluzione della fotografia del movimento:

L’influenza di Muybridge si estese a molti fotografi successivi, che svilupparono ulteriormente le sue idee e tecniche. Ad esempio, la fotografa francese Étienne-Jules Marey introdusse la cronofotografia, una tecnica che catturava il movimento attraverso una serie di immagini fisse su una pellicola rotante. Marey fu anche pioniere nell’uso di strumenti tecnici, come il fusil fotografico, per analizzare il movimento in dettaglio. La sua ricerca sull’anatomia del movimento e sulle dinamiche muscolari influenzò notevolmente l’evoluzione della fotografia del movimento.

Nel contesto delle riflessioni bergsoniane sulla durata e della teoria fotografica di Marey, emerge una spazializzazione artificiale del tempo nella fotografia del movimento. Tale spazializzazione si manifesta attraverso due articolazioni: il modo greco o metafisico, che dissolve la durata in una finzione di eternità, e il modo moderno o scientista, che dissolve la durata in una finzione di istantaneità. Entrambe queste prospettive rappresentano una forma di illusione cinematografica del pensiero, in cui l’estrazione e la ricostruzione artificiosa del movimento si basano su istantanee fisse.

Immagine di Piero Carcerano

Secondo Bergson, l’approccio umano alla conoscenza segue un meccanismo cinematografico in cui le immagini sono considerate come istantanee separate che solidificano la continuità fluida della realtà. Le cronofotografie di Marey catturano l’aspetto esteriore e apparente del movimento, ma rimangono intrappolate nella loro immobilità ed estraneità rispetto al flusso della durata. Da una prospettiva bergsoniana, queste immagini rappresentano solo una forma di movimento limitata, come una marcia sul posto, e non riescono a cogliere l’essenza stessa della durata e dell’esperienza vissuta.

Tuttavia, secondo l’analisi di Georges Didi-Huberman, nelle cronofotografie di Marey emerge un elemento che introduce una distinzione all’interno dell’immagine stessa: la scia impressa sulla lastra fotografica dal soggetto in movimento. Questa scia rappresenta il segno del passaggio e consente di percepire contemporaneamente la materia del mobile e la memoria del movimento. Essa diviene l’elemento che introduce il tempo qualitativo, la durata, nell’immagine stessa.

 

La visualizzazione della traccia, come esibizione dell’inconscio ottico di Benjamin e come iconografia dell’intervallo, diventa quindi un modo per rappresentare la presenza del tempo e della durata nell’immagine fotografica del movimento. Essa apre la strada a una comprensione del tempo qualitativo e vissuto, andando oltre la misurazione quantitativa e la rappresentazione statica.

L’approccio bergsoniano alla fotografia del movimento pone la sfida di catturare la vera essenza della durata e dell’esperienza vissuta attraverso immagini statiche. Tuttavia, l’analisi di Didi-Huberman sottolinea l’importanza della traccia e della scia come elementi che introducono il tempo qualitativo nell’immagine stessa. Questa riflessione invita a considerare la complessità e la ricchezza della fotografia del movimento come mezzo per esplorare e rappresentare il tempo nella sua totalità.

Dal punto di vista socio-culturale, la fotografia del movimento ha avuto un impatto significativo sulla società e sulla cultura dell’epoca. Ha permesso uno studio più approfondito della biomeccanica umana e animale, dell’evoluzione delle specie e dei processi fisici che sottendono al movimento. Questi progressi hanno avuto Questi progressi hanno avuto implicazioni sia nella ricerca scientifica che nella cultura popolare, stimolando la curiosità e l’interesse per il corpo umano e la sua relazione con l’ambiente circostante.

Inoltre, l’evoluzione della fotografia del movimento ha avuto un impatto rilevante sulla pratica artistica. Fotografi come Muybridge e Marey hanno aperto nuove possibilità creative, consentendo agli artisti di rappresentare il movimento in modi mai visti prima. Questa nuova estetica del movimento ha influenzato l’arte visiva, il cinema e la cultura in generale, aprendo la strada a nuove forme di espressione e narrazione.

Come sottolineato da Georges Didi-Huberman, è interessante notare che Bergson, nel presentare i due momenti filosofici caratterizzati dalla negazione più evidente del movimento inteso come durata qualitativa, ha fatto riferimento a due regimi dell’immagine. Ciò mette in luce l’importanza che Bergson attribuiva all’immagine e alla rappresentazione visiva nel contesto della comprensione del tempo e del movimento.

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Piero Luigi Carcerano è un architetto e designer italiano con una vasta esperienza professionale in ambito nazionale ed internazionale e Caporedattore della sezione Design e Architettura di Interiorissimi. Dopo essersi laureato in Architettura presso il Politecnico di Torino, ha avviato la sua attività professionale in Italia. Negli anni successivi, ha lavorato sia in Italia che all’estero, in particolare in Cina , dove ha maturato importanti esperienze nell’ambito del design e della progettazione architettonica. Nel 1999 ha fondato il primo centro di realtà virtuale in Italia

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