Di Arch. Piero Luigi Carcerano
Presidente Commissione Comunicazione ed Editoria INBAR
Vicedirettore di Interiorissimi

Foto in copertina: Ugo Bruno- Liborio termine – Piero Luigi Carcerano

Venerdì 26 settembre, al Centro Pannunzio di Torino, ho tenuto una conferenza dedicata a un luogo poco noto ma di straordinario fascino: la Sala ipogea di Palazzo Carignano. Introdotto da Lucia, ho avuto modo di presentare una lettura critica del progetto elaborato da Andrea Bruno, con cui ho collaborato direttamente al progetto, mentre Ugo Bruno ha portato la testimonianza dell’esperienza vissuta al fianco del padre nello studio. L’incontro è stato l’occasione per intrecciare storia, memoria e progetto, riportando all’attenzione della città uno spazio quasi sconosciuto ma carico di potenzialità.

La Sala ipogea di Palazzo Carignano è un luogo che non si incontra per caso. Non si manifesta alla città come la sontuosa facciata barocca di Guarino Guarini né come l’imponente completamento ottocentesco di Giovanni Battista Ferri. È uno spazio nascosto, sotterraneo, un ventre che custodisce la stratificazione di secoli e che proprio per questo diventa straordinario dispositivo critico: scendere sotto la superficie significa confrontarsi con le radici profonde dell’architettura e con il senso stesso del restauro. È stato questo il cuore della conferenza dedicata alla Sala ipogea, occasione preziosa per ripensare Torino a partire da uno dei suoi luoghi più emblematici.

Ho introdotto l’incontro cercando di collocare la vicenda della sala e di Palazzo Carignano entro la lunga durata della storia urbana. Nel Seicento, quando Guarini disegna e realizza il palazzo, la città vive una fase di espansione e di ridefinizione. Dall’opera di Ascanio Vittozzi a quella di Carlo e Amedeo di Castellamonte, fino all’elaborazione scenografica di Filippo Juvarra, il tema della città è centrale: per dare forma ai palazzi occorreva partire dalla definizione dell’impianto urbano. Palazzo Carignano nasce così come un unicum: architettura dinastica e al tempo stesso esperimento linguistico, con il suo impianto ovale e le facciate mosse da un ritmo che rompe la rigidità della tradizione. Guarini, abate, concentra la sua ricerca sulla qualità stilistica e sulla bellezza, e in questo edificio consegna a Torino uno dei capolavori più straordinari del barocco europeo. Non è un caso che il committente, il principe Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano, fosse un esponente della dinastia privo di diritti diretti alla corona: attraverso l’architettura affermava la propria presenza politica, trasformando il palazzo in simbolo di un’identità da rivendicare.

Due secoli dopo, l’Ottocento porta con sé un’altra stagione, fatta di necessità più che di bellezza. Ferri interviene per completare il palazzo quando la sala ovale del Guarini non è più sufficiente: servono spazi adeguati al nuovo Parlamento dell’Italia unita. È in quel momento che vengono costruite le facciate su Piazza Carlo Alberto e le parti laterali.

L’operazione è rigorosa, attenta, capace di replicare nei dettagli lo stile guariniano: cornici, proporzioni, materiali, tutto appare identico. Eppure, percettivamente, l’occhio distingue. I materiali hanno un’anima, una storia, un’età: nonostante la perfezione della riproduzione, avvertiamo dove finisce il Seicento e inizia l’Ottocento. Sono due mondi diversi. Da un lato l’innovazione compositiva del barocco, dall’altro la monumentalità politica di un edificio funzionale alle istituzioni dello Stato. È in questa dialettica che si inserisce la riflessione critica: il Seicento come epoca della bellezza e della sperimentazione, l’Ottocento come epoca della necessità politica. Due sensibilità che si fronteggiano, generando due paradigmi architettonici.

In questo quadro si colloca l’intervento di Andrea Bruno, grande maestro del restauro, con cui ho avuto l’onore di collaborare direttamente. Bruno immagina la Sala ipogea come spazio capace di tenere insieme le due anime del palazzo. Non una mediazione banale, ma un atto critico: una sala sotto il cortile, realizzata in acciaio e cemento, che lascia visibili le fondazioni degli edifici antichi. L’architettura contemporanea non isola, non cancella, non si impone: accoglie, mette in dialogo, trasforma il vuoto in luogo di incontro tra epoche. La sua filosofia è sempre stata quella di leggere il restauro come interpretazione, non come ritorno all’originario. Per Bruno ogni intervento è un progetto che aggiunge un nuovo strato al palinsesto della storia, senza negare quelli precedenti. Così la Sala ipogea diventa non solo un ambiente funzionale, ma un dispositivo culturale: consente di guardare le fondamenta, di percepire le stratificazioni, di riconoscere che l’architettura è tempo incarnato nella materia.

Durante la conferenza abbiamo scelto di non limitarci alla descrizione tecnica del progetto, ma di proporne una lettura critica corale. La liberazione del tamburo, ad esempio, è emersa come gesto di straordinaria forza simbolica: non soltanto un’operazione spaziale, ma un’apertura a punti di vista molteplici, che rende l’architettura esperienza dinamica e polisemica. In questo si riflette la concezione stessa del restauro di Andrea Bruno: non chiusura, ma apertura, non cristallizzazione, ma vitalità proiettata nel futuro.

Progetto strutturale Ing. Gianni Vercelli

 

Da questa chiave, Liborio Termine ha ampliato il discorso, mettendo in evidenza i risvolti storici e simbolici della Sala ipogea. La sua lettura ha collegato il progetto alle vicende della città, ricordando come l’architettura sappia diventare linguaggio critico, capace di interpretare epoche e trasformazioni, restituendo senso al rapporto tra memoria e futuro.

Ugo Bruno ha poi riportato l’attenzione al piano più concreto e quotidiano, raccontando la vita del progetto nello studio accanto al padre. Il lavoro di rilievo, le scelte progressive, il confronto costante con la materia viva del palazzo hanno mostrato come la progettualità non nasca tutta in un istante, ma cresca giorno dopo giorno. La sua testimonianza ha restituito non solo l’iter del progetto, ma anche il valore della trasmissione di un metodo e di una sensibilità: la lezione di Andrea Bruno non è mai stata dogmatica, ma un continuo esercizio critico, un invito a leggere, interpretare, problematizzare. Sentire la voce di chi ha condiviso quella pratica quotidiana ha permesso di comprendere fino in fondo come la Sala ipogea sia stata non solo un atto architettonico, ma un’esperienza di formazione, di dialogo, di crescita.

Così, intrecciando i tre sguardi – critico, simbolico e applicativo – la Sala ipogea si è rivelata non solo ponte tra stratificazioni storiche e nuove possibilità d’uso, ma anche un laboratorio di pensiero, in cui memoria, interpretazione e pratica progettuale si sono fuse un’unica prospettiva.

Ed è in questa prospettiva che la testimonianza di Ugo ha restituito non solo l’iter progettuale, ma anche il valore della trasmissione di un metodo e di una sensibilità: la lezione di Andrea Bruno non è mai stata dogmatica, ma un continuo esercizio critico, un invito a leggere, interpretare, problematizzare. Sentire la voce di chi ha condiviso quella pratica quotidiana ha permesso di comprendere fino in fondo come il progetto della Sala ipogea sia stato non solo un atto architettonico, ma un’esperienza di formazione, di dialogo, di crescita.

In questo intreccio di voci e prospettive, la conferenza ha assunto un significato che va oltre la semplice presentazione di un progetto. È diventata occasione per riflettere sul senso stesso dell’architettura oggi. Liborio Termini ha ricordato come nel Seicento la Chiesa detenesse il monopolio dei percorsi culturali e scientifici, costringendo la scienza e la cultura laica a faticose strategie di emancipazione. L’architettura allora seppe farsi linguaggio alternativo, spazio di libertà. Oggi, paradossalmente, rischiamo l’opposto: una società che progetta solo per rispondere a necessità immediate, senza visione d’insieme, senza capacità di immaginare il futuro. È questa la lezione più attuale che possiamo trarre dalla Sala ipogea: l’architettura deve tornare a essere strumento di crescita collettiva, capace di innescare processi di innovazione e di adeguamento alle nuove tecnologie, ma senza smarrire il legame con la memoria.

Il progetto di Andrea Bruno per Palazzo Carignano incarna esattamente questo principio. Non chiudere la storia in una teca, non rifugiarsi nella nostalgia, ma assumere la stratificazione come risorsa, come occasione per produrre nuova cultura. La Sala ipogea, sotterranea e invisibile, diventa così metafora di un patrimonio che può tornare a vivere solo se lo si rende accessibile, condiviso, aperto al confronto.

Dal silenzio della memoria alla restituzione pubblica: questo è il passaggio che il progetto suggerisce.

La conferenza, allora, non è stata soltanto celebrazione di un luogo nascosto, ma laboratorio di idee. Per me, che ho avuto la fortuna di lavorare accanto ad Andrea Bruno, è stato anche un modo per restituire il senso di quell’esperienza, per rilanciarne il valore critico in un presente che ne ha quanto mai bisogno. E per Ugo Bruno è stata l’occasione di testimoniare, con la forza della memoria personale, la continuità di un metodo e di una visione.

Se oggi parliamo della Sala ipogea non è solo per il suo fascino architettonico, ma perché in essa si riflette una questione più grande: che cosa significa oggi fare architettura, quale responsabilità comporta il custodire e reinterpretare il patrimonio, come possiamo costruire futuro a partire dalle nostre radici. La Sala ipogea ci insegna che non c’è contrapposizione tra memoria e progetto, ma che l’una vive solo attraverso l’altro. In questo dialogo critico sta forse la vera eredità di Andrea Bruno, e la responsabilità di chi continua il suo cammino.

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Piero Luigi Carcerano, architetto e designer internazionale, conduce il laboratorio torinese Frontiere Design. Presidente della Commissione Comunicazione ed Editoria dell’INBAR e Vicedirettore di Interiorissimi, promuove bioarchitettura e design etico. Pioniere digitale, nel 1999 realizza il primo centro italiano di realtà virtuale applicata alla progettazione. Ha firmato in Cina il Parco di Innovazione Industriale e i Ponti Ecologici di Zibo, premiati con il Gold Award Qilu Cap 2023. Riconosciuto dal Bond Street Award 2024 e dal Premio Bronzi di Riace 2021, è autore di “Automotive Design and Engineering”, “Armonie Urbane” e “Oltre lo Specchio”

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