«Le nostre città sono organismi sedimentati. Non esistono ricette climatiche universali: servono diagnosi, misura e interventi puntuali»
Il progetto, quando attraversa territori differenti, può diventare qualcosa di più di una professione: un metodo per leggere la complessità.
È questa la traiettoria dell’Arch. Piero Luigi Carcerano, architetto e designer, il cui percorso professionale si è sviluppato per oltre quarant’anni tra restauro, architettura, design industriale, automotive, innovazione tecnologica e strumenti digitali.
La formazione accanto ad Andrea Bruno gli ha insegnato molto presto il valore dell’esistente, della materia e del tempo; il design e l’industria gli hanno imposto il confronto con prestazioni, produzione e fattibilità; l’automotive gli ha mostrato quanto forma, tecnologia e funzione debbano appartenere allo stesso sistema. Parallelamente, l’interesse per la modellazione matematica, la realtà virtuale e le nuove tecnologie ha progressivamente ampliato gli strumenti attraverso i quali osservare e verificare il progetto.
Esperienze diverse, legate da una stessa convinzione: prima di intervenire occorre comprendere le relazioni.
È da questa posizione che Carcerano affronta oggi uno dei problemi più evidenti della città contemporanea: il caldo urbano.
Architetto Carcerano, in questi mesi sentiamo proporre molte soluzioni contro il caldo: alberi, ombreggiamenti, acqua, superfici drenanti. Sono davvero queste le risposte?
Sono strumenti. E alcuni sono certamente necessari. Ma uno strumento non è ancora un progetto.
Il rischio è trasformare una questione estremamente complessa in un repertorio di rimedi apparentemente universali.
Le nostre città non sono superfici vuote sulle quali possiamo distribuire indifferentemente alberi, tende, acqua o nuovi materiali. Sono il risultato di secoli di sedimentazione architettonica, urbanistica e infrastrutturale.
Sotto una strada esistono reti e sottoservizi. Sotto una piazza possono esserci stratificazioni archeologiche. Intorno esistono edifici, vincoli, attività, mobilità, visuali, esigenze di accessibilità.
Prima della cura viene quindi la diagnosi.
Le città non hanno bisogno di ricette climatiche. Hanno bisogno di diagnosi progettuali.
Quindi anche soluzioni apparentemente ovvie possono essere sbagliate?
Certamente.
Esistono interventi possibili, interventi necessari e altri che, pur affascinanti sul piano teorico o comunicativo, possono diventare utopici quando incontrano la città reale.
Pensiamo a un albero.
La domanda non può essere semplicemente: dove possiamo piantarlo?
Bisogna conoscere il terreno disponibile, l’apparato radicale, l’acqua, i sottoservizi, la relazione futura della chioma con gli edifici e con lo spazio pubblico.
E soprattutto bisogna chiedersi come sarà quell’albero tra venti o trent’anni.
Se progettiamo soltanto l’immagine del giorno dell’inaugurazione, non abbiamo progettato un albero.Abbiamo progettato una fotografia.
Lei introduce così un tema che sembra attraversare tutto il suo lavoro: il tempo.
È inevitabile per chi ha lavorato sul restauro e sulla trasformazione dell’esistente. La materia contiene tempo.
Un edificio storico non è mai il risultato di un solo gesto: è una stratificazione di decisioni, trasformazioni, adattamenti.
Le città lo sono ancora di più.
Oggi dobbiamo applicare questo stesso principio anche in avanti. Ciò che progettiamo adesso dovrà probabilmente funzionare tra cinquanta anni in condizioni climatiche differenti.
La capacità di adattarsi senza perdere identità sarà una delle qualità decisive dell’architettura futura.
Il caldo urbano, quindi, non è soltanto conseguenza del cambiamento climatico?
Il cambiamento climatico rappresenta naturalmente il quadro generale. Ma la forma della città può amplificare o mitigare fortemente i suoi effetti.
Una superficie minerale esposta alla radiazione solare, un materiale che accumula energia, una strada priva di ombra, un suolo completamente impermeabilizzato, una scarsa circolazione dell’aria: sono tutte condizioni che modificano il microclima.
Questo significa che il caldo urbano è, almeno in parte, anche una conseguenza delle nostre decisioni progettuali.
Ed è una constatazione importante, perché se una parte del problema è stata costruita, una parte può essere trasformata.
Da dove dovrebbe partire questa trasformazione?
Dalla conoscenza puntuale della città.
Dobbiamo capire dove si accumula il calore, dove manca ombra, dove il terreno può essere reso nuovamente permeabile, dove la vegetazione può realmente vivere, dove l’acqua può essere trattenuta e dove invece esistono condizioni che rendono queste operazioni impossibili o poco efficaci.
Non tutti i metri quadrati della città hanno lo stesso valore strategico.
Talvolta un intervento preciso può produrre effetti molto maggiori di una trasformazione estesa e indifferenziata.
È un principio che appartiene profondamente all’architettura: la qualità non dipende dalla quantità dell’intervento, ma dalla sua capacità di modificare correttamente un equilibrio.
L’acqua sembra avere un ruolo particolare in questa lettura.
Perché mostra molto bene una contraddizione che abbiamo costruito nel tempo.
Per decenni abbiamo progettato secondo un principio lineare: l’acqua cade, viene raccolta e deve essere allontanata rapidamente.
Contemporaneamente abbiamo impermeabilizzato superfici sempre più grandi.
Il risultato è che durante una precipitazione intensa possiamo avere improvvisamente un eccesso d’acqua, mentre poche ore dopo quella stessa risorsa non è più disponibile dove sarebbe necessaria per il terreno e la vegetazione.
Dobbiamo tornare a progettare cicli.
Trattenere dove possibile, rallentare, infiltrare, accumulare, riutilizzare.
Ma anche in questo caso bisogna evitare le formule generali. Geologia, morfologia, sottosuolo, densità urbana e storia costruita cambiano radicalmente da un luogo all’altro.
È qui che la sua esperienza nel design e nell’automotive diventa utile anche nel ragionamento sulla città?
Molto più di quanto possa sembrare.
L’industria insegna rapidamente che una buona idea deve confrontarsi con la realtà.
Deve funzionare, essere prodotta, rispettare vincoli, prestazioni, costi.
Nell’automotive una scelta formale non è mai soltanto formale: entra in relazione con struttura, tecnologia, ergonomia, aerodinamica, produzione.
L’architettura possiede una complessità diversa e ancora maggiore, perché introduce il luogo, la società, la storia, il tempo.
Ma la lezione rimane la stessa: non possiamo progettare una parte ignorando ciò che accade alle altre.
Un sistema non funziona perché ogni componente è perfetto. Funziona quando le componenti trovano un equilibrio tra loro.
E il restauro le ha insegnato quasi l’atteggiamento complementare?
Esattamente.
L’industria insegna il controllo.
Il restauro insegna l’ascolto.
Quando intervieni sull’esistente devi comprendere prima di modificare. Devi leggere la materia, riconoscere le stratificazioni e capire ciò che deve rimanere e ciò che può trasformarsi.
Questo principio dovrebbe guidarci anche quando parliamo di adattamento climatico.
Torino non è Messina. Venezia non è Palermo. Un centro storico non è una periferia realizzata cinquant’anni fa.
La buona progettazione comincia dalla capacità di riconoscere le differenze.
Nei centri storici questa posizione diventa particolarmente delicata.
Diventa più esigente.
Ma tutela non significa immobilità.
Le città storiche sono il risultato di continue trasformazioni. Il problema consiste nel sapere distinguere ciò che costituisce un valore irrinunciabile da ciò che può essere modificato affinché quel luogo continui a vivere.
A volte potranno essere utili alberature. Altrove ombreggiamenti stagionali o reversibili. In altri casi bisognerà lavorare sulle superfici, sull’acqua, sulla ventilazione, sugli edifici.
Non esiste una soluzione precostituita.
Esiste la misura dell’intervento.
Ed è proprio nella capacità di trovare questa misura che il progetto dimostra la propria qualità.
Oggi però possiamo conoscere la città con strumenti molto più potenti rispetto al passato.
Ed è un’opportunità straordinaria.
Ho iniziato a utilizzare il modello matematico e gli strumenti digitali quando erano ancora molto lontani dalla diffusione attuale. Per me il digitale non è mai stato semplicemente un modo più sofisticato di rappresentare un progetto, ma uno strumento per verificarlo e modificarlo.
Oggi simulazione, gemelli digitali, sensoristica e intelligenza artificiale possono consentirci di confrontare scenari prima ancora di costruire.
Possiamo studiare ombre, irraggiamento, consumi, flussi, materiali, comportamento dell’acqua.
Ma dobbiamo ricordare una cosa:
il dato non progetta.
Può informarci, mostrarci possibilità, evidenziare conseguenze.
Poi qualcuno deve scegliere.
E la scelta rimane un atto progettuale e di responsabilità.
Quindi l’intelligenza artificiale non ridurrà il ruolo dell’architetto?
Penso possa accadere esattamente il contrario.
Più aumenta la quantità delle informazioni, più diventa necessaria una capacità di sintesi.
L’architetto contemporaneo non deve pretendere di sostituirsi agli specialisti. Deve però comprendere come competenze molto diverse possano entrare all’interno di un’unica visione.
Ingegneria, agronomia, energia, acqua, strutture, mobilità sono indispensabili.
Ma la realtà non funziona per compartimenti disciplinari.
La responsabilità del progetto è ricomporre queste conoscenze.
È in questo contesto che nasce la riflessione sulla Città Osmotica?
È in questo contesto che, come Istituto Nazionale di Bioarchitettura, stiamo affrontando il tema della Città Osmotica.
Mi interessa perché non propone un modello formale di città.
Parte invece dalle relazioni e dagli scambi.
La città scambia continuamente acqua, energia, materia, aria, persone, informazioni con il proprio territorio e con l’ambiente.
Quando edificio, infrastruttura, suolo, vegetazione e mobilità vengono affrontati come sistemi indipendenti, rischiano di lavorare gli uni contro gli altri.
La Città Osmotica pone una domanda differente: come possono questi sistemi tornare a dialogare?
Non è una formula da applicare indistintamente.
È un modo di leggere la complessità prima di trasformarla.
Quindi anche la città futura non avrà un modello universale?
Spero proprio di no.
Possiamo condividere conoscenze, principi, tecnologie e obiettivi. Ma le risposte devono appartenere ai luoghi.
La città europea possiede una ricchezza straordinaria proprio perché è fatta di differenze, stratificazioni, densità, culture e morfologie differenti.
Pensare di risolverne i problemi attraverso una stessa ricetta significherebbe perdere proprio ciò che rende quelle città uniche.
La vera innovazione non consiste nell’applicare un modello nuovo.
Consiste nell’avere strumenti abbastanza avanzati e cultura progettuale abbastanza profonda da costruire ogni volta la risposta appropriata.
Se dovesse allora sintetizzare il suo pensiero sul caldo urbano?
Direi che dobbiamo evitare due errori opposti.
Il primo è non fare nulla perché la città è complessa.
Il secondo è credere che la complessità possa essere risolta attraverso una serie di slogan.
Dobbiamo invece conoscere, diagnosticare, scegliere e intervenire con misura.
In alcuni luoghi saranno necessari alberi. In altri, acqua, ombra, materiali differenti, trasformazioni della mobilità o degli edifici.
E talvolta la soluzione più efficace potrà essere molto piccola.
Questo è il progetto.
Il caldo urbano non si combatte. Si progetta.
Perché progettare significa sapere dove intervenire, perché farlo e fino a che punto possiamo trasformare senza perdere ciò che rende una città se stessa.





























