Santander – Opera in primo piano dell’arch. Renzo Piano

Di Arch. Piero Luigi Carcerano
Presidente Commissione Comunicazione ed Editoria INBAR
Vicedirettore di Interiorissimi

L’architettura nasce come gesto di sopravvivenza, ma ogni riparo che innalziamo diventa specchio di ciò che crediamo, temiamo e desideriamo. In queste pagine attraverseremo diecimila anni di tentativi umani di “stare al sicuro”: dalle capanne neolitiche alle torri di vetro, dai cortili mediterranei alle scenografie barocche, fino ai quartieri anfibi che oggi affrontano la crisi climatica.

Non offriremo una sfilata di stili, bensì un racconto critico di bisogni che evolvono: la fame di protezione, il piacere dell’armonia, la ricerca di identità collettiva. Aneddoti antropologici, svolte tecniche e visioni urbane si intrecciano per mostrare come i luoghi che costruiamo plasmino, a loro volta, i nostri corpi e le nostre relazioni. 

L’istinto di riparo

In principio fu il freddo, poi il vento, poi la pioggia. L’uomo, creatura vulnerabile, scoprì il gesto di rannicchiarsi in una cavità rocciosa, di stendere rami su rami per sigillare la notte e trattenere un frammento di calore. Nasce così l’architettura: non da un capriccio estetico, ma dalla fame di riparo, dalla paura dei denti del buio. Ogni muro alzato, ogni tetto teso, ogni soglia tracciata è prima di tutto un atto di difesa che diventa, nel tempo, forma di convivenza.

Questa pulsione a «mettersi al sicuro» concentra in sé due facce della stessa moneta. La prima è biologica: difendere il corpo, trattenere il calore, evitare la pioggia sul fuoco. La seconda è simbolica: dentro lo spazio protetto i corpi imparano a raccontarsi storie, a condividere cibo, a riconoscere ruoli. Il rifugio fisico si sdoppia in rifugio mentale. Quando un bambino costruisce una capanna di coperte in salotto, ricrea in miniatura la dinamica che spinse i primi clan a fissare palizzate nel terreno: separare il «dentro» dal «fuori» per dare un nome alle cose e un margine all’ignoto.

Nei secoli la casetta di rami si trasforma in capanna, s’ingrossa in casa, si addensa in villaggio, si verticalizza in città. Ma il motore non cambia: è sempre il bisogno. È per bisogno che gli abitanti delle paludi olandesi accumulano terra per tenere asciutti i pavimenti; per bisogno che i popoli del deserto alzano torri del vento per catturare una brezza; per bisogno che a Venezia si piantano milioni di pali nel fango pur di non abbandonare la laguna. Il linguaggio dell’architettura è un dialetto del paesaggio, condizionato dalle stagioni, dalle risorse, dai pericoli.

Venezia
Venezia

Gli antichi, scrive Vitruvio nel De Architectura (I 3), chiamavano firmitas, utilitas, venustas la triade del costruire: stabilità, servizio, bellezza. Ma se scostiamo la coltre d’erudizione, scopriamo che firmitas è la paura che il tetto crolli; utilitas è il desiderio di farci stare dentro tutta la famiglia; venustas è la spinta, una volta soddisfatti gli altri due, a rendere quel riparo anche piacevole agli occhi e alla memoria. Il bisogno, insomma, non si annulla quando la tecnica avanza: si sofisticano le domande. Oggi come allora vogliamo protezione, ma la vogliamo economica, sostenibile, confortevole, persino emotiva.

Pensiamo alla casa mediterranea con il cortile interno. Il suo cuore non è la facciata che guarda la strada, bensì quel vuoto centrale dove il vento si placa e la luce si dosa. È uno spazio di respiro, un microclima addomesticato. All’opposto, la yurta mongola è un bozzolo circolare che segue le mandrie nelle steppe: telaio leggero, pelle di feltro, foro di fumo al centro, apertura sempre rivolta a sud. Protegge dal gelo e racconta un popolo in movimento. Quando la rivoluzione industriale cambia il mondo, la questione del riparo assume scala urbana. La città moderna promette salario e futuro, ma produce sovraffollamento e alienazione. Nei quartieri operai di Manchester la gente dorme in dieci per stanza. In risposta sorgono esperimenti come i quartieri giardino proposti dall’urbanista Ebenezer Howard nel suo Garden Cities of ToMorrow (1898): case basse, verde condiviso, distanza dai fumi delle fabbriche. Sono ancora tentativi di protezione, questa volta dalla nocività della propria crescita.

Oggi il rifugio si popola di sensori, algoritmi, assistenti vocali. Il termostato «intelligente» regola il caldo secondo i ritmi di chi abita, le finestre fotovoltaiche filtrano la luce, le pareti respiranti assorbono smog. Ma la domanda di fondo resta identica: come difendersi—non più soltanto dagli artigli di una belva, ma dall’inquinamento, dal rumore, dall’isolamento sociale. Non basta essere al sicuro: vogliamo sentire che tra le pareti pulsa un ecosistema che ci somiglia. Ecco perché certe immagini archetipiche continuano a risorgere nel progetto contemporaneo. Il portico, che allunga l’interno verso l’esterno proteggendo dal sole; la finestra profonda, che regola luce e privacy; il tetto a falde sporgenti, che incanala l’acqua lontano dalle fondamenta. Sono forme nate da una trattativa secolare con gli elementi, non da un’estetica di moda.

New York

Perfino i grattacieli, simbolo di potere più che di rifugio, devono fare i conti con il bisogno. Quando un gruppo di colleghi e di famiglie trascorre nove ore al giorno sospeso a duecento metri d’altezza, il pericolo non è solo il vento che spinge sulle facciate: è la stanchezza sensoriale, l’assenza di verde, il senso di estraneità. Ecco le hall trasformate in giardini verticali, i piani comunitari con cucine condivise e asili nido, i vetri che si aprono per un filo d’aria reale. Il grattacielo diventa villaggio stratificato.

Se guardiamo alle emergenze climatiche, il fabbisogno di riparo si fa ancora più urgente. Le ondate di calore uccidono più del freddo, gli uragani sradicano insediamenti costieri, le alluvioni sommergono quartieri. Qui la risposta architettonica non può essere puramente tecnologica: serve un cambio di mentalità. Case rialzate su pilotis nelle zone umide, quartieri «spugna» con suoli drenanti, tetti verdi che abbassano la temperatura urbana. In Africa occidentale si riscoprono i mattoni di terra cruda, traspiranti e a basso impatto; in Asia sudorientale si moltiplicano scuole e mercati galleggianti adattabili alle piene dei fiumi.

Il bisogno, dunque, non è statico. È un pendolo che oscilla tra protezione e apertura, tra intimità e condivisione. Troppa chiusura diventa prigione; troppa esposizione diventa rischio. La buona architettura è il punto d’equilibrio—diverso per latitudini, culture, generazioni—che permette di restare umani dentro un mondo in rapido mutamento.

Chianti hills with vineyards and cypress. Tuscan Landscape between Siena and Florence. Italy

Colline del Chianti

Raccontare il costruire non significa solo elencare firme celebri. Significa capire perché certi gesti, consapevoli o istintivi, si ripetono nei millenni. La casa lunga vichinga e la lunga casa sudamericana, il trullo pugliese e l’igloo inuit: forme lontane, ma unite dal medesimo calcolo fra temperatura, materiale disponibile, vita comunitaria. Ogni popolo lascia tracce di una sapienza iscritta nel fango, nella pietra, nel legno.

E allora il lettore non specialista può avanzare nella storia dell’architettura come in un racconto di sopravvivenza. Non è necessario ricordare tutti i nomi, basta riconoscere le condizioni. C’è sempre una mano che lavora, una madre che teme l’umidità, un anziano che consiglia l’orientamento dell’ingresso. Dietro ogni edificio, piccolo o grande, esiste una scena primordiale: qualcuno guarda il cielo e decide che lì, proprio lì, è il posto giusto per piantare un palo e dire «qui stiamo al sicuro».

Oggi quel gesto si rinnova in modi inattesi. Il coworking sostituisce il focolare comunitario, la connessione internet funge da tetto simbolico che protegge dal senso d’esclusione. Ma il principio è identico: cercare una membrana, fisica o virtuale, che contenga la fragilità e generi scambio. Per questo gli spazi ibridi—mezzo biblioteca, mezzo bar, mezzo laboratorio—proliferano nelle città: restituiscono la certezza di un porto pur tra le correnti di un’epoca liquida.

Fra le trasformazioni collettive più eloquenti emerge quella della città europea tra Medioevo e Barocco. La pianta irregolare, cucita alle mura difensive, nasce dall’urgenza di sicurezza e di scambio: vie strette che frenano il vento, torri che sorvegliano la campagna, piazzemercato dove il commercio convive con l’assemblea civica. Ma dal Cinquecento la misura prospettica incrina quell’assetto difensivo e introduce la scena urbana.

Torino

Roma traccia i tridenti di papa Sisto V e dispiega, con Bernini, quinte teatrali che guidano i pellegrini lungo assi processionali; Torino disegna un reticolo ortogonale protetto da portici che permettono il passeggio al riparo; Parigi innesta le places royales — da Place Dauphine (1607) a Place des Vosges (1612) — veri salotti all’aperto dove la residenza nobiliare incontra il piacere dello stare in vista. Nel Seicento Londra, devastata dal Grande Incendio del 1666, accoglie le proposte di John Evelyn e soprattutto il Plan for Rebuilding London di Christopher Wren: viali rettilinei, nodi radiali, giardini pubblici a rompere il groviglio medievale. Anche quando questi piani restano incompiuti, imprimono un cambiamento d’immaginario: la città diventa teatro, la strada palcoscenico del quotidiano. La trasformazione urbana, nata da calamità o crescita demografica, s’intreccia così con il desiderio di bellezza civica, inaugurando quella dialettica fra bisogno e piacere che alimenterà l’Illuminismo e culminerà, due secoli più tardi, nei boulevard di GeorgesEugène Haussmann.

In definitiva, parlare di architettura significa parlare di noi—delle nostre paure, delle nostre ambizioni, della nostra capacità di prenderci cura. L’evoluzione del costruire non è una rassegna di stili, ma la cronaca di una specie che impara a domare il clima, a gestire la densità umana, a trasformare un riparo provvisorio in culla di cultura. E se oggi la frontiera non è più la foresta ma lo spazio digitale, il bisogno resta identico: delimitare, condividere, celebrare. Ogni volta che chiudiamo una porta alle spalle e sentiamo il mondo di fuori smorzarsi, compiamo il più antico gesto dell’architettura.

E tuttavia, nessun rifugio è completo se non vibra anche sul piano dell’armonia. La città — somma di migliaia di ripari accostati — diventa vivibile solo quando la sua tessitura produce ritmo, respiro, proporzione. Non basta proteggere: occorre accordare volumi e vuoti, luci e ombre, suoni e silenzi, perché i corpi possano orientarsi e i pensieri distendersi. È qui che l’estetica si rivela non come lusso, ma come estensione del bisogno originario: dare forma sensibile alla sicurezza, trasformare il riparo in paesaggio condiviso. Dai cardini ortogonali di Hippodamos alle visioni giocose di Antoni Gaudí, ogni epoca ha cercato leggi di armonia capaci di convertire la stabilità in gioia percettiva. Questo orizzonte — il volto poetico della soglia — sarà il tema del nostro prossimo cammino.

Così, continuando il nostro viaggio oltre pietre e pixel, teniamo accesa la scintilla originaria: il desiderio, testardo e vitale, di essere protetti senza smettere di vivere.

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