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Materia Oscura debutta a Stranimondi

Il primo volume, L’anomalia, attraversa fantascienza, fantasy e narrativa speculativa con cinque racconti originali, saggi, approfondimenti scientifici, articoli, rubriche e recensioni dedicati al fantastico contemporaneo.

 
materia-oscuraMateria Oscura, nuova rivista aperiodica dedicata alla fantascienza e al fantasy, sarà presentata per la prima volta a Stranimondi, il 17 e 18 ottobre 2026 a Milano, presso lo stand R24 del Collettivo Scrittori Uniti. La manifestazione si terrà negli spazi di Gadames 57, in via privata Gadames 57.

Diretta da Claudio Secci, con Giuliano Olivotto vicedirettore, Materia Oscura nasce dal lavoro di una redazione che riunisce competenze letterarie, scientifiche e artistiche. Il progetto mette in dialogo narrativa e approfondimento, con racconti, saggi, interviste e recensioni dedicati ai mondi del fantastico.

Il primo numero, L’anomalia, esplora ciò che incrina le regole e cambia il modo di interpretare la realtà. Nelle storie e nei contributi del volume, una deviazione diventa il punto di partenza per interrogare sistemi scientifici, sociali e immaginari, seguendone gli effetti sulle persone e sul mondo che abitano.

Il numero ospita cinque racconti selezionati attraverso un bando, affiancati da riflessioni sull’anomalia nella scienza e nella narrativa, approfondimenti sul solarpunk e sui sistemi magici, e recensioni di fantascienza, fantasy e weird. Tra i contenuti figura un’intervista inedita di Raffaele Mazzilli del Max PLank Institute a Reinhard Genzel, premio Nobel per la fisica 2020, che ripercorre la ricerca sui buchi neri e le domande ancora aperte sulla natura dell’universo.
Materia Oscura 01 – L’anomalia è già disponibile su Amazon in edizione cartacea; il formato ebook sarà disponibile prossimamente.

Dai singoli dispositivi a un sistema integrato: come cambia la domotica residenziale

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Luci, climatizzazione, schermature, sicurezza e consumi possono essere gestiti singolarmente, ma il vero valore della domotica emerge quando questi sistemi comunicano e lavorano insieme.

La tecnologia è entrata nelle case spesso un dispositivo alla volta, con il rischio di creare un insieme frammentato di app, account e comandi separati. Eppure, la Smart Home è sempre più diffusa: secondo l’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, nel 2025 il mercato italiano ha raggiunto un miliardo di euro.

Per rendere una casa realmente intelligente non basta quindi aggiungere dispositivi: servono compatibilità, semplicità e soprattutto un progetto capace di trasformare tecnologie differenti in un sistema coerente.

Dal comando remoto alla domotica coordinata

Controllare un dispositivo da smartphone è una possibilità utile, ma rappresenta solo una parte di ciò che può offrire un sistema domotico. Il passaggio decisivo avviene quando impianti e tecnologie della casa smettono di funzionare come elementi indipendenti e iniziano a condividere informazioni e logiche di funzionamento.

I dati provenienti da sensori, impianti e dispositivi possono essere utilizzati per coordinare più funzioni e permettere all’abitazione di reagire alle condizioni effettive e alle diverse modalità di utilizzo degli spazi. Una variazione di presenza, temperatura, luminosità o dello stato di un serramento può così diventare un’informazione disponibile per più sistemi, generando risposte coordinate anziché azioni isolate.

Non si tratta quindi soltanto di automatizzare singoli comandi. Scenari e logiche possono coinvolgere più funzioni contemporaneamente, evitare funzionamenti non necessari, segnalare anomalie e adattare il comportamento degli impianti alle condizioni dell’edificio.

Il valore della domotica non dipende dal numero di dispositivi installati, ma dalla qualità delle relazioni che si riescono a costruire tra di essi. È il passaggio da una casa composta da tecnologie connesse a un edificio in cui impianti, informazioni e comandi fanno parte di un unico sistema.

Una tecnologia che deve restare sullo sfondo

Dal punto di vista dell’interior design, l’efficacia di un sistema domotico non dipende dalla quantità di tecnologia visibile, ma dalla sua capacità di integrarsi nell’edificio e operare in modo coordinato. Illuminazione, climatizzazione, schermature, sicurezza e gestione energetica possono condividere dati e informazioni, adattando il proprio funzionamento alle condizioni degli ambienti e al loro utilizzo.

Sensori di presenza, luminosità, temperatura o apertura dei serramenti permettono di attivare logiche automatiche, modulando illuminazione, comfort e consumi senza richiedere continui interventi da parte dell’utente. I comandi fisici mantengono un ruolo essenziale per le azioni quotidiane, mentre app e supervisori consentono monitoraggio, configurazione e controllo remoto. Anche gli scenari diventano parte di una logica più articolata: non semplici sequenze di comandi, ma configurazioni coordinate che possono dipendere da presenza, orari, condizioni ambientali e modalità d’uso degli spazi. La domotica entra così nel progetto insieme a illuminazione, acustica e distribuzione degli ambienti, come un’infrastruttura capace di mettere in relazione impianti, spazio e persone.

Compatibilità e possibilità di evoluzione

La compatibilità tra tecnologie è un aspetto centrale nella progettazione di un sistema domotico. Protocolli differenti, ecosistemi chiusi e soluzioni proprietarie possono infatti limitare l’integrazione tra gli impianti e rendere più complessi futuri ampliamenti, aggiornamenti o sostituzioni.

Per questo è importante progettare architetture aperte e interoperabili, capaci di mettere in comunicazione dispositivi e sottosistemi differenti. KNX, utilizzato sia nelle abitazioni sia negli edifici complessi, permette ad esempio di coordinare illuminazione, climatizzazione, schermature, sicurezza e gestione energetica all’interno di un’infrastruttura comune.

La compatibilità, però, non riguarda soltanto la comunicazione tra dispositivi: significa anche costruire un sistema espandibile, aggiornabile e non vincolato a un singolo produttore. Una scelta che incide sulla durata dell’investimento e consente all’impianto di evolvere nel tempo, integrando nuove funzioni, sensori, sistemi di gestione dei carichi, impianti fotovoltaici, sistemi di accumulo o soluzioni dedicate all’assistenza.

Il ruolo di una piattaforma unica

È nel passaggio dai singoli automatismi a una gestione integrata dell’abitazione che si inseriscono soluzioni come BIGStudio. Il software sviluppato da Building Intelligence Group permette di mettere in relazione impianti, dispositivi e protocolli differenti all’interno di un’unica architettura, raccogliendone informazioni e stati e rendendoli disponibili per logiche di gestione trasversali.

I dati provenienti dai diversi sistemi non vengono quindi soltanto visualizzati, ma possono contribuire alla costruzione di automazioni che coinvolgono più funzioni contemporaneamente. In questo modo, ciò che accade in una parte dell’impianto può diventare un’informazione utile per il funzionamento delle altre, permettendo di coordinare la risposta dell’abitazione alle condizioni ambientali e alle modalità di utilizzo degli spazi.

In ambito residenziale, questo approccio consente di considerare la tecnologia come parte dell’infrastruttura della casa, riducendo la frammentazione tra sistemi e interfacce differenti. L’obiettivo non è moltiplicare i dispositivi connessi, ma organizzare la complessità tecnica affinché gli impianti possano interagire in maniera coerente.

Per chi abita gli spazi, il risultato è una gestione più semplice e immediata, con la possibilità di intervenire quando necessario senza dover governare continuamente ogni singola funzione.

Massaggi, tecnologie e stile di vita, come costruire un approccio combinato alla cellulite

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Perché due persone che seguono lo stesso trattamento anticellulite ottengono risultati diversi su gambe, cosce e glutei? Spesso la differenza si gioca a monte, nel modo in cui manualità, tecnologie e abitudini quotidiane vengono pensate insieme e messe in sequenza, non nella singola seduta. Un percorso costruito su queste tre leve, con verifiche periodiche, tende a offrire un cambiamento più stabile rispetto a un trattamento isolato, per quanto ben eseguito.

Un centro estetico romano, IUNO Estetica & Benessere, con sede in via Matera, descrive il proprio percorso anticellulite come un lavoro rivolto al ripristino della circolazione sanguigna e linfatica, costruito attraverso sedute in salone abbinate a macchinari di estetica avanzata. È un esempio utile per introdurre il tema di questo articolo: capire come manualità, tecnologie e abitudini quotidiane possano essere pensate insieme, non come alternative tra cui scegliere una volta per tutte. Chi valuta trattamenti anticellulite a Roma per gambe, cosce e glutei troverà probabilmente più utile, in consulenza, chiedere come vengono combinati gli strumenti disponibili, piuttosto che quale singolo macchinario sia considerato il migliore.

Cellulite: cosa significa davvero migliorare

La cellulite non riguarda solo la pelle in superficie. Coinvolge insieme la circolazione sanguigna e linfatica, un tessuto adiposo che in alcune zone tende a essere più voluminoso e a spingere verso il derma, e uno stato infiammatorio di basso grado nelle aree più colpite, tipicamente cosce e glutei. In ambito medico-estetico, per descrivere questo insieme di fattori si usa talvolta un termine tecnico, pannicolopatia edemato-fibro-sclerotica, che rende bene l’idea di una condizione multifattoriale, non riducibile a un solo meccanismo.

Vale la pena dirlo con onestà, perché aiuta a impostare aspettative corrette: già anni fa la letteratura scientifica descriveva il tema come un ambito controverso, segnalando una conoscenza incompleta dei fattori che scatenano la condizione. Studi più recenti hanno aggiunto elementi utili, tra cui alcune caratteristiche specifiche del tessuto adiposo gluteofemorale, come una presenza ridotta di una proteina del connettivo chiamata fibulin-3, senza però chiudere la questione. Questo non significa che i trattamenti non abbiano senso: significa che nessun professionista serio dovrebbe presentarli come una soluzione valida indistintamente per chiunque.

Un obiettivo realistico, in questo contesto, è lavorare su texture della pelle più uniforme, sensazione di maggiore compattezza e minore pesantezza percepita a fine giornata. Non è cancellare la cellulite in poche sedute. È una distinzione che vale la pena chiarire già alla prima consulenza, per evitare aspettative che nessun percorso, per quanto curato, potrebbe soddisfare.

Le tre leve dell’approccio combinato: manualità, tecnologie, stile di vita

Ognuna delle tre leve lavora su un piano diverso, ed è questa complementarità a spiegare perché combinarle abbia più senso del singolo trattamento isolato. La manualità agisce soprattutto su drenaggio e mobilizzazione dei tessuti: molte persone riferiscono una sensazione soggettiva di leggerezza, ma non è uno strumento pensato per intervenire da solo sul tessuto più consistente, dove entra in gioco piuttosto il lavoro tecnologico o la costanza nel tempo. Le tecnologie possono offrire uno stimolo più mirato e contribuire alla percezione di compattezza; il mantenimento di quella sensazione, però, sembra legato anche alle abitudini quotidiane, non solo alla singola seduta. Lo stile di vita resta spesso la variabile meno considerata, anche se il suo peso reale su ciascun percorso va valutato caso per caso, senza generalizzazioni.

Il centro citato in apertura dichiara inoltre di offrire consulenze personalizzate con professionisti qualificati, per costruire un percorso studiato su misura. È proprio in questo passaggio iniziale, prima ancora della prima seduta, che ha senso capire quale mix di manualità e tecnologia proporre e con quale sequenza, più che decidere a priori quale strumento useremo per primo.

Massaggi anticellulite: scegliere la manualità in base ai segnali

Il linfodrenaggio e le tecniche drenanti trovano indicazione soprattutto quando prevale una sensazione di gonfiore, pesantezza serale o ritenzione più marcata dopo lunghe ore in piedi o sedute. Qui serve una precisazione che aiuta a mantenere aspettative corrette: le revisioni degli studi disponibili sul drenaggio linfatico manuale riguardano soprattutto contesti clinici specifici, come la gestione del linfedema dopo interventi oncologici al seno, dove alcune analisi recenti non hanno rilevato un vantaggio statisticamente significativo di questa manovra rispetto alle altre componenti del trattamento complessivo. Questo non permette di trarre conclusioni automatiche sull’uso estetico della stessa tecnica: significa che, anche in quel caso, la manovra va presentata come supporto alla sensazione di leggerezza, senza promesse che vadano oltre quanto osservato.

Il massaggio connettivale e le mobilizzazioni più profonde possono avere senso quando il tessuto appare più consistente, con una pelle a buccia d’arancia evidente anche a riposo, non solo quando si contrae il muscolo. Il massaggio tonificante su glutei e coscia aggiunge una componente diversa, che lavora sulla resa estetica della pelle sovrastante in modo complementare, non sovrapponibile, al lavoro sulla circolazione: pensare che una tecnica escluda l’altra è spesso un errore di impostazione, più che una scelta ragionata.

Alcuni segnali meritano attenzione, perché l’intensità di un massaggio non equivale alla sua efficacia:

  • lividi che si ripetono dopo ogni seduta;
  • dolore che persiste per più giorni, non solo qualche ora;
  • sensazione di indurimento anomalo nella zona trattata.

Sono elementi da riportare al professionista, non un segnale che il trattamento stia lavorando meglio del previsto.

Tecnologie: come orientarsi senza farsi guidare solo dal nome della macchina

Prima di scegliere una tecnologia, alcune domande aiutano a capire se il percorso proposto ha una logica dietro: qual è l’obiettivo specifico, quante sedute sono indicativamente previste, come verrà verificato il progresso e cosa succede dopo la fase più intensiva. Tra le procedure che comparivano nei percorsi anticellulite professionali si trovano radiofrequenza, onde d’urto, carbossiterapia, mesoterapia e tecnologie combinate: nessuna sostituisce da sola il lavoro sulle abitudini quotidiane, ma ciascuna può avere un ruolo diverso a seconda della fase del percorso e del tipo di tessuto da trattare.

La sequenza con cui gli strumenti vengono usati può contare quanto il nome dell’apparecchio: prima favorire drenaggio e mobilizzazione, poi lavorare su compattezza, infine passare a un mantenimento più diradato. Una revisione sistematica pubblicata di recente ha analizzato 24 studi randomizzati, per un totale di oltre duemila partecipanti, e ha segnalato risultati interessanti soprattutto per onde d’urto, radiofrequenza e alcune procedure iniettive. In pratica, molti percorsi professionali inseriscono queste tecnologie in cicli di più sedute piuttosto che come intervento singolo, anche se la revisione non permette di stabilire se questa impostazione sia superiore a un utilizzo isolato: resta un’indicazione utile, non una prova definitiva.

In presenza di condizioni mediche particolari, o anche solo di dubbi personali sulla propria situazione, chiedere un parere medico prima di iniziare un ciclo di trattamenti resta la scelta più prudente, indipendentemente dalla tecnologia proposta.

Stile di vita: abitudini da considerare, senza aspettarsi effetti automatici

Nessuna di queste abitudini sostituisce un percorso professionale. Vanno lette come possibili accorgimenti da discutere in consulenza, non come regole valide per chiunque:

  • Movimento regolare. Camminare con costanza, alternare le scale all’ascensore, inserire piccole pause quando si sta molte ore sedute: alcune persone riferiscono di percepire meno pesantezza alle gambe quando riducono i lunghi periodi immobili, anche se resta un’osservazione individuale, non un dato clinico.
  • Lavoro di forza leggero su glutei e cosce. Un’attività di questo tipo viene spesso citata come possibile supporto al tono muscolare, che a sua volta può influenzare la resa visiva della pelle sovrastante.
  • Idratazione regolare. Bere con costanza durante la giornata è un’abitudine che molte persone associano a una minore sensazione di gonfiore serale, senza che questo implichi un effetto garantito.
  • Piccole abitudini quotidiane. Alcune persone segnalano di percepire meno pesantezza riducendo l’uso prolungato di tacchi alti o di capi molto stretti: sono osservazioni personali, utili da discutere con il professionista più che da applicare come regola.

Ciò che sembra contare, più della singola abitudine, è la continuità: mantenere questi comportamenti con regolarità nel tempo, invece di intensificarli per pochi giorni prima di un evento specifico.

Il metodo pratico: costruire un percorso anticellulite combinato

Il primo passaggio, prima ancora di scegliere manualità o macchinario, è una consulenza in cui il professionista raccoglie informazioni utili: abitudini quotidiane, eventuali reazioni avute in passato, obiettivi realistici e limiti da tenere in considerazione. Alcuni segnali aiutano a capire, già a questo primo incontro, se il percorso proposto è stato pensato con metodo:

  • vengono poste domande sulle abitudini quotidiane, non solo sull’inestetismo da trattare;
  • viene osservata la pelle e la consistenza del tessuto nelle diverse zone;
  • vengono chiariti obiettivi realistici e tempi indicativi, senza promesse assolute;
  • vengono spiegati eventuali limiti o situazioni in cui è preferibile un confronto medico preventivo;
  • viene proposto un momento di verifica intermedio, non solo un numero fisso di sedute da acquistare in blocco.

Segue una fase più intensiva, la cui durata e frequenza vanno definite insieme al professionista, con obiettivi osservabili: sensazione di leggerezza, misure prese con il centimetro, foto scattate sempre nelle stesse condizioni di luce e posizione. La fase di consolidamento serve poi a diradare le sedute mantenendo gli stimoli che si sono rivelati più utili, evitando l’interruzione improvvisa che rischia di vanificare il lavoro fatto. Tra gli errori più comuni: cambiare tecnica a ogni seduta senza un filo logico che le colleghi, cercare il dolore come prova che il trattamento stia funzionando, aspettarsi risultati stabili senza mai intervenire sulle abitudini quotidiane.

Confine tra estetico e medico: quando serve una valutazione specialistica

Non tutto ciò che assomiglia a cellulite lo è. Il lipedema, ad esempio, è una condizione cronica del tessuto adiposo diversa dalla cellulite comune: si associa spesso a dolore, gonfiore simmetrico delle gambe e facilità a formare lividi, e non risponde a dieta ed esercizio fisico come farebbe un accumulo di grasso comune. Riconoscere questi segnali è utile perché, in presenza di dolore persistente, gonfiore marcato e simmetrico o lividi frequenti senza causa apparente, la strada corretta è una valutazione da parte di un professionista sanitario, non un ciclo di trattamenti estetici più intenso. Distinguere correttamente cellulite, ritenzione e condizioni come il lipedema resta un passaggio importante per impostare il percorso più appropriato, ed è compito della consulenza iniziale far emergere eventuali dubbi in questo senso.

Scegliere un percorso a Roma con criterio: una checklist editoriale

Al di là della zona della città, alcuni elementi restano validi ovunque per capire se un percorso è stato pensato con metodo. Conta la trasparenza del protocollo: cosa include tra manualità, tecnologie e indicazioni per casa, quanto dura indicativamente, cosa viene spiegato in termini di limiti e alternative. Conta la personalizzazione per distretto, perché coscia interna, coscia esterna, gluteo e zona sopra il ginocchio non rispondono allo stesso modo agli stessi stimoli. Conta il monitoraggio nel tempo, con foto standardizzate, misure e un confronto periodico su come cambia la sensazione di pesantezza o gonfiore. Conta, infine, la sostenibilità logistica: una posizione comoda da raggiungere, orari compatibili con la vita reale e un piano di sedute realmente sostenibile. A Roma, dove l’offerta di percorsi dedicati alla cura della persona è ampia, questi criteri aiutano a scegliere senza farsi guidare solo dalla vicinanza o dal primo risultato trovato online.

Un percorso costruito con questa logica non promette un cambiamento immediato e stabile senza alcun impegno, ma offre qualcosa di più utile nel tempo: un metodo replicabile, che si può aggiustare seduta dopo seduta in base a come risponde davvero la pelle, con verifiche periodiche e la possibilità di correggere la rotta quando serve.

Domande frequenti

Quante sedute servono per vedere risultati su cellulite a gambe e cosce?

Non esiste un numero valido per ogni situazione: dipende dal distretto, dal tipo di tessuto e dagli obiettivi concordati con il professionista. Per alcuni cicli basati su onde d’urto si osservano indicazioni di alcune settimane con più sedute settimanali; per altre combinazioni la frequenza può essere diversa. È un aspetto da definire in consulenza, non da stabilire a priori.

Che differenza c’è tra cellulite e ritenzione idrica? Il linfodrenaggio aiuta davvero?

La ritenzione riguarda soprattutto l’accumulo di liquidi, mentre la cellulite coinvolge anche tessuto connettivo e adiposo, con una componente infiammatoria localizzata. Il linfodrenaggio può contribuire alla sensazione di leggerezza, ma le analisi più solide sulla sua efficacia riguardano contesti clinici specifici, come la gestione del linfedema dopo interventi oncologici, dove non sempre emerge un beneficio aggiuntivo netto: un dato che invita a prudenza nelle promesse, più che a conclusioni definitive sull’uso estetico.

Ci sono controindicazioni ai trattamenti anticellulite in gravidanza o con problemi circolatori?

In presenza di condizioni mediche particolari, o anche solo di dubbi personali, la scelta più prudente è chiedere un parere medico prima di iniziare qualunque ciclo di trattamenti, indipendentemente dalla manualità o dalla tecnologia proposta.

È possibile eliminare completamente la cellulite o si può solo ridurre l’aspetto?

Un percorso ben costruito può migliorare texture, compattezza e comfort percepito nel tempo, ma presentarlo come una soluzione totale e priva di manutenzione non sarebbe corretto: si tratta di un miglioramento da sostenere con continuità.

Quando la cellulite potrebbe essere in realtà lipedema e serve una valutazione medica?

Se compaiono dolore persistente, gonfiore simmetrico delle gambe o lividi frequenti senza causa apparente, è opportuno rivolgersi a un professionista sanitario per una valutazione, prima di proseguire con trattamenti estetici mirati alla sola cellulite.

Direttiva case green e appartamenti in classe G: cosa cambia per chi deve rimettere mano alla casa

Classi energetiche edifici: Case Green a emissioni zero entro sette anni?

Chi possiede un appartamento in classe energetica G ha sentito parlare della direttiva case green soprattutto in forma di minaccia: date ravvicinate, obblighi di ristrutturazione, immobili che da un giorno all’altro sarebbero diventati invendibili. Buona parte di quel racconto nasceva dalla proposta iniziale della Commissione europea, che nel 2021 prevedeva davvero soglie minime per ogni singolo edificio residenziale, classe E entro il 2030 e classe D entro il 2033. Quel meccanismo, nel testo definitivo, non c’è più. La Direttiva (UE) 2024/1275, entrata in vigore il 28 maggio 2024, ha preso un’altra strada, e capire quale sia serve a chi sta valutando dei lavori più di qualunque titolo allarmato letto in rete.

Il punto di partenza, per chi vive in un condominio costruito tra gli anni Sessanta e Ottanta, resta comunque scomodo. Gli attestati di prestazione energetica emessi in Italia finiscono da tempo, per una quota vicina alla metà, nelle due classi peggiori, e dietro quelle lettere ci sono muri senza isolamento, serramenti a vetro singolo, caldaie che hanno superato da un pezzo la vita utile prevista. La direttiva non obbliga il proprietario a intervenire entro una data. Obbliga lo Stato a far scendere i consumi dell’intero patrimonio residenziale, e prima o poi questo si traduce in scelte che arrivano fino al singolo appartamento.

Cosa prevede la direttiva case green per gli edifici residenziali esistenti

Per le abitazioni già costruite l’obiettivo è una riduzione del consumo medio di energia primaria del parco residenziale del 16% entro il 2030 e di una percentuale compresa tra il 20 e il 22% entro il 2035, sempre rispetto ai valori del 2020. Il dettaglio che interessa chi abita in classe G sta in una clausola meno citata: almeno il 55% di questa riduzione deve arrivare dal 43% degli edifici con le prestazioni peggiori. Tradotto: i piani nazionali dovranno concentrare risorse e incentivi proprio sulle case che oggi consumano di più, cioè su quelle che a una lettura frettolosa sembravano destinate a essere punite.

C’è poi il capitolo degli impianti. La direttiva fissa al 2040 l’orizzonte per l’uscita dalle caldaie a combustibili fossili e ha chiesto agli Stati di smettere di incentivare quelle alimentate soltanto a gas già dal 2025, indicazione che in Italia si è riflessa nell’esclusione di questi apparecchi dalle detrazioni. Per le nuove costruzioni lo standard diventa l’edificio a emissioni zero, dal 2028 per quelle pubbliche e dal 2030 per tutte le altre. Chi ristruttura un appartamento esistente non è vincolato a quel livello, però prodotti, progettisti e imprese si stanno già riorganizzando attorno a quelle regole, e i listini se ne accorgono.

Recepimento in Italia: scadenza mancata e nuovo decreto requisiti minimi

Gli Stati membri avevano tempo fino al 29 maggio 2026 per trasformare la direttiva in norme nazionali. L’Italia non ha rispettato la scadenza: il recepimento era rimasto fuori dalla legge di delegazione europea 2025 e il Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici non è stato presentato nei tempi previsti. A settembre il Governo ha annunciato che la delega entrerà, con un emendamento, nel disegno di legge di delegazione europea 2026, il che sposta i decreti attuativi più avanti di qualche mese nella migliore delle ipotesi. Finché quel passaggio non si completa, per il proprietario privato non esiste alcun nuovo obbligo derivante dalla direttiva, e chi prospetta scadenze vincolanti per il singolo appartamento sta descrivendo una norma che ancora non c’è.

Qualcosa, nel frattempo, si è mosso lo stesso, e riguarda proprio la lettera stampata sull’attestato. Dal 3 giugno 2026 è in vigore il nuovo decreto sui requisiti minimi del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, che aggiorna le metodologie di calcolo della prestazione energetica degli edifici. Un APE redatto dopo quella data può quindi restituire una classe diversa da quella di un attestato di qualche anno fa, anche se in casa non è stato spostato un mattone. Chi ha in mano un APE vecchio e sta per vendere, affittare o programmare dei lavori farebbe bene a tenerne conto prima di trarre conclusioni sul proprio immobile.

Ristrutturare un appartamento in classe G: interventi, priorità e costi

Per chi possiede un immobile energivoro, la domanda utile riguarda la convenienza di intervenire adesso, con regole ancora in via di definizione e incentivi ridimensionati rispetto alla stagione del Superbonus. La risposta dipende molto da dove si trova l’appartamento. In condominio, il salto di classe più consistente passa quasi sempre per lavori che il singolo non può decidere da solo: il cappotto termico, la sostituzione della centrale termica, l’isolamento della copertura. Dentro casa restano i serramenti, la termoregolazione, l’eventuale passaggio a una pompa di calore dove l’impianto lo consente, e gli impianti elettrici, che in molti appartamenti degli anni Settanta andrebbero rifatti comunque, energia o non energia.

L’errore più frequente è procedere a pezzi, cambiando le finestre un anno e la caldaia tre anni dopo, senza una diagnosi complessiva. Un appartamento con infissi nuovi e pareti non isolate può ritrovarsi con condensa e muffa agli angoli che prima non aveva, perché il punto più freddo della stanza si è semplicemente spostato. Conviene partire da un rilievo serio dello stato di fatto e da una sequenza ragionata dei lavori; chi vuole farsi un’idea di fasi, permessi e voci di spesa prima di convocare un tecnico può consultare la guida di CLM Design su come ristrutturare casa, utile soprattutto per distinguere le decisioni da prendere all’inizio da quelle che possono aspettare.

Le detrazioni fiscali per la ristrutturazione restano lo strumento principale, con aliquote più favorevoli per l’abitazione principale, ma la loro architettura potrebbe cambiare proprio quando il recepimento definirà le misure di sostegno legate al piano nazionale. Chi ha un cantiere già maturo difficilmente ha motivo di rimandarlo per inseguire regole che nessuno conosce. Chi invece è all’inizio può usare questi mesi per preparare il terreno: un APE aggiornato, un’assemblea condominiale che discuta almeno la fattibilità degli interventi sull’involucro, qualche preventivo davvero confrontabile, voce per voce.

Valore dell’immobile e mercato: quanto pesa già oggi la classe energetica

C’è infine un effetto che non aspetta alcun decreto. Il mercato ha cominciato a leggere la classe energetica come un indicatore di costi futuri, e chi confronta due appartamenti simili nello stesso quartiere mette sul piatto bollette, lavori da fare e la possibilità che le regole si irrigidiscano. Le banche guardano con attenzione crescente alla prestazione degli immobili dati in garanzia, e i mutui green a condizioni migliori per le case efficienti sono ormai un prodotto ordinario nei listini. Nessuno vieta di vendere o affittare un appartamento in classe G, e la direttiva non introduce divieti di questo tipo. Il prezzo, però, lo decide la trattativa, e in trattativa quella lettera è diventata un argomento che chi compra non manca di usare.

Per molti proprietari la variabile decisiva resterà il condominio: i tempi di un’assemblea, di un progetto sull’involucro e di una delibera di spesa si misurano in anni, e sono quelli, più delle scadenze fissate a Bruxelles, a stabilire quando un appartamento in classe G smetterà davvero di esserlo.

Orticolario 2026: a Villa Erba l’“Enciclopedia del quasi-reale” tra workshop, arte e natura

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Orticolario 2026 / en rêverie: oltre la meraviglia, un sogno collettivo

Oltre la meraviglia, un sogno collettivo

1–4 ottobre 2026 – Villa Erba, Lago di Como

Orticolario en rêverie, l’evento internazionale che celebra la natura in tutte le sue forme, alla sua sedicesima edizione. Dall’1 al 4 ottobre a Villa Erba, sul Lago di Como, per diffondere la cultura del paesaggio. Anche a scopo sociale.

Ho fatto un sogno.

Un luogo mai visto prima, che è sempre stato lì: nell’infinito spazio che sta dietro le mie palpebre.

Cernobbio, ottobre 2026 – Oltre la dimensione tangibile. Un invito a chiudere gli occhi e osservare quel che sta dietro le palpebre, sospesi in uno spazio onirico. Nel mondo del fantastico, per sovvertire le regole del reale.

Dalla ricerca della meraviglia – che ha caratterizzato l’edizione 2025 –, il percorso di Orticolario, in programma dall’1 al 4 ottobre a Villa Erba, sul Lago di Como, evolve e si eleva verso una dimensione diversa: quella del sogno, dell’illusione e della fantasia. Non più soltanto il desiderio di scoprire, ma la facoltà di generare, di plasmare con la mente ciò che ancora non esiste, dando forma a infiniti scenari possibili. Al centro di questa dimensione surreale: le piante fantastiche.

SOLIDA FISIONOMIA

Per quattro giorni il parco secolare e il centro espositivo della dimora ottocentesca direttamente affacciata sul lago ospitano oltre 250 espositori italiani e internazionali selezionati con cura per diffondere un’attenta consapevolezza del paesaggio. Piante rare, insolite e da collezione, oggetti d’artigianato e creazioni originali celebrano una natura che si fa arte, un saper fare prezioso in uno scenario esclusivo.

E ancora, i sette giardini tematici selezionati tramite il concorso internazionale Spazi Creativi (il vincitore si aggiudica il premio “La Foglia d’oro del Lago di Como”) e le sette installazioni site-specific ispirate al tema dell’anno fanno da sfondo a un programma di appuntamenti culturali che coinvolge esperti del settore, paesaggisti, agronomi, visionari.

Le performance, le esperienze e i laboratori emozionano e sorprendono anche bambini e ragazzi, con attività pensate appositamente per loro.

LE COORDINATE 2026

Non il sogno letterale (dal latino somnium, figlio di somnus) come esperienza che accade nel silenzio della notte, quando il corpo si abbandona e la mente si lascia attraversare da immagini inattese.

En rêverie è un altrove più sottile. Deriva da rêver, che in francese antico significava vagare, delirare, uscire dalla realtà. Non è il sonno, ma il movimento della mente. Non è l’abbandono, ma la ricerca. È uno stato sospeso, in cui il pensiero si libera, si perde e si ritrova, dando forma a immagini che non appartengono né al giorno né alla notte.

Immaginare mondi oltre la soglia del reale è il principio che guida Hypnos, progetto firmato da Mario Mariani / Central Park e Matteo Boccardo e realizzato con il sostegno di Fondazione Banca Popolare di Milano nel padiglione centrale, polo nevralgico e culturale dell’evento.

Ad ispirare lo scenario surreale di en rêverie: le piante fantastiche.

Al centro della sedicesima edizione ci sono, infatti, quelle specie vegetali che, per forma, colori o caratteristiche peculiari, sembrano provenire da un altro mondo. Piante bizzarre, quasi aliene, che sorprendono per morfologie atipiche, strategie evolutive rare o meccanismi di sopravvivenza inaspettati sono le protagoniste di Phantasos, installazione botanica firmata da Mario Mariani / Central Park e Matteo Boccardo.

Tra i luoghi iconici della sedicesima edizione, l’arte torna a invadere l’atrio di Villa Erba con Les imaginaires. Non un’esposizione sulla natura, ma una sua trasfigurazione poetica, affidata allo sguardo visionario dell’artista Lau Cabantous, alla profondità scientifico-culturale dell’etnobotanica Lucia Papponi e realizzata con il sostegno di Taroni.

Tutti i dettagli:

Hypnos

Phantasos

Les Imaginaires

L’OSPITE D’ONORE

Ospite d’onore di Orticolario 2026 è Luigi Serafini, artista, architetto e autore del celebre Codex Seraphinianus. Libro-culto di fama internazionale, il Codex sfida ogni convenzione enciclopedica, raccontando – in una lingua indecifrabile – organismi, architetture e botaniche che non esistono.

Ogni tavola è corredata da testi e didascalie scritti in una scrittura asemica, priva di significato semantico ma strutturata secondo precise regole sintattiche. Sfogliare il Codex è una pausa dalla comprensione, un omaggio al potere dell’immaginazione e al mistero come strumento di conoscenza.

Dopo Michele De Lucchi e Antonia Klugmann, spazio a Luigi Serafini e all’arte: una scelta che sottolinea l’identità trasversale di Orticolario, evento in cui l’intreccio prevale sulla monodirezionalità.

L’obiettivo è fare in modo che ogni edizione possa diventare fonte di ispirazione per mondi diversi e stimolare una percezione a 360 gradi, attraversando discipline, sensibilità e linguaggi: dalla vista al gusto, dall’introspezione alla progettazione, dalla contemplazione all’esperienza.

Tutti i dettagli:

Luigi Serafini ospite d’onore a Orticolario 2026

LA FONDAZIONE

Ci sono progetti che nascono come eventi e, nel tempo, diventano patrimonio condiviso. Realtà capaci di superare la dimensione dell’appuntamento annuale per trasformarsi in presìdi culturali, sociali e territoriali.

È il percorso compiuto da Orticolario e, dopo quasi due decenni di crescita costante, per volontà del suo fondatore e presidente Moritz Mantero nasce Fondazione Orticolario ETS.

La nascita della Fondazione rappresenta lo strumento più efficace per dare stabilità ad una visione e proiettarla nel futuro, per custodire lo spirito originario e al tempo stesso agevolare l’ingresso di nuove energie.

È una scelta che mira a rafforzare quanto costruito, ad ampliare la rete delle responsabilità e delle opportunità. È una forma più coerente con la natura pubblica e collettiva che Orticolario ha assunto in qualità di piattaforma culturale permanente, capace di generare valore condiviso ben oltre i giorni della manifestazione.

LE NOVITÀ

Tra le novità assolute che caratterizzano la sedicesima edizione: Cullami nella stanza del sogno, progetto corale in cui l’arte introspettiva di Alessandra Lanza incontra una forma di ipnosi dolce a cura di Margherita Sartori / Studio Risuona.

Si genera così la stanza del sogno, uno spazio lento, interiore, vivo. Un luogo di ascolto profondo in cui l’individuo si riconnette alla propria totalità tramite brevi esperienze di ipnosi contemplando l’installazione dell’artista biellese.

Per la prima volta tra gli iconici dell’edizione un luogo che fonda arte e dimensione esperienziale, aspetto su cui Orticolario punta sempre di più, non solo attraverso un ampio programma culturale dedicato a pubblici diversi, ma anche progettando occasioni concrete per permettere alle persone di entrare in contatto con mondi, linguaggi ed esperienze fuori dall’ordinario.

Sul piano espositivo, importante novità riguarda il mondo di Phantasos, un’intera zona del parco che accoglie una selezione di vivaisti specializzati in rarità botaniche – da Mondocactus a Palme & Piante tropicali passando per Celandroni Orchidee, Hoyamia, Rifnik Garden&plants e Central Park di Mario Mariani.

Al centro di questo progetto inedito, una natura sorprendente e straordinaria raccontata da coloro che hanno fatto delle piante fantastiche un manifesto.

Orticolario, si sa, pensa fuori dagli schemi. Così, per la sedicesima edizione, accanto ad un tema sopra le righe che coinvolge artisti del calibro di Luigi Serafini e pone al centro le piante fantastiche con tutte le bizzarrie che ne derivano, apre le porte ad una forma d’arte tanto antica quanto contemporanea: il tatuaggio, con Hands. Tattoo studio.

Grazie alla partecipazione di Giada Ciraci sarà possibile imprimere su pelle piccole tracce botaniche, eleganti ed essenziali, mentre con Bala si esplora il mondo dell’onirico e del sogno, costellato di visioni immaginarie.

Novità assoluta per il panorama degli eventi italiani di settore e prova della sfida che Orticolario si pone ad ogni edizione: rinnovarsi mantenendo forte la sua identità.

Si prosegue con Le mirage, degustazione fantastica diffusa: una proposta variegata di piccoli assaggi che ingannano i sensi, ricordandoci che non tutto è ciò che sembra. (Info complete sul sito di Orticolario).

Tutte le info:

Cullami nella stanza del sogno

Phantasos

Hands. Tattoo studio

https://www.orticolario.it/it/le-mirage/

RICERCA ESPOSITIVA

Tra vivaismo d’eccellenza, artigianato artistico, produzioni gastronomiche e progetti di biodesign, la selezione di Orticolario è sempre più attenta al rinnovo e alla ricerca.

Dalle rarità botaniche ai bonsai, dalle lavorazioni artigianali alle sperimentazioni sulla biodiversità urbana, ogni presenza è espressione di qualità, sostenibilità e visione contemporanea, in dialogo con il tema dell’edizione.

PER LA CULTURA

Orticolario consolida il proprio intento culturale confermando, per il terzo anno consecutivo, il padiglione centrale come centro nevralgico di incontri e conferenze.

Nel 2026, l’agorà culturale al centro di Hypnos assume la forma di un intreccio grazie alla scenografica struttura in bambù firmata CanyaLab.

Tra gli ospiti già annunciati figurano Luigi Serafini, artista, architetto e ospite d’onore a Orticolario, Alessandra Viola, scrittrice e divulgatrice scientifica, Christophe Ségas, scrittore, e Tiziano Fratus, alberografo, poeta e fotografo.

Novità dell’edizione 2026: i numerosi workshop in programma si svolgono nel contesto intimo ed esclusivo della Villa Antica.

Accanto al programma principale, numerose esperienze diffuse in tutto il parco che spaziano tra performance musicali e interventi teatrali.

Ampio spazio anche alle nuove generazioni: tornano infatti gli appuntamenti dedicati ai bambini dagli 0 ai 13 anni e ai ragazzi tra i 14 e i 19 anni. Un pubblico sempre più presente e coinvolto, per il quale vengono ideate attività stimolanti e formative.

Tutte le info:

Programma culturale 2026

PER IL SOCIALE

Non è un garden show, né tantomeno una mostra-mercato, Orticolario è soprattutto un evento dal doppio valore: la volontà di diffondere la cultura del paesaggio incontra le finalità benefiche e di supporto sociale.

Le attività culturali in scena a Villa Erba sono realizzate attraverso il Fondo Amici di Orticolario presso la Fondazione Provinciale della Comunità Comasca, che devolve poi i contributi a cinque associazioni del territorio lariano, impegnate a loro volta nell’evento, per supportarne i progetti filantropici.

Tutti i dettagli: orticolario.it/it/cultura-e-sociale/

SOSTENITORI E PATROCINI

Orticolario 2026 è realizzato con il sostegno di Mantero Seta e, in ordine alfabetico, con: il contributo di BCC di Lezzeno, Berlucchi Franciacorta, Cristalfarma, DoDo Como, Ethimo, Felco, Fondazione Banca Popolare di Milano, L’Erbolario, L’Officina dei Giardini, S. Antonio, San Carlo Veggy Good, Taroni, Wide Group; il contributo tecnico di Acquaviva, AG Sanremo, Autovittani, Arredi 3N dei Fratelli Nespoli, ASF Autolinee, Augusto Berni, Bennet, Bianchi Group, Blumen, Cactusmania by Manera, Faber-Castell, Grafiche Tassotti, Guido Toschi Marazzani Visconti, Isella Golf Car, Mticket, Navigazione Laghi, Pardes Giardini & Giochi, Pellegrini, Rotoduplex, Vedette 2 Mondialpol.

L’evento, inoltre, ha ottenuto: il contributo di Camera di Commercio di Como – Lecco, Comune Cernobbio, Provincia di Como e Villa Erba; il patrocinio di Regione Lombardia che ha riconosciuto Orticolario come manifestazione di carattere internazionale anche per il 2027, Comune di Como, Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Como e Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della Provincia di Como – Lecco e Sondrio.

Si ricorda, infine, la collaborazione con Alessandra Lanza, Amélie Botanical Studio, Amorfini Garden, CanyaLab, Central Park di Mario Mariani, Enaip Lombardia, Ente Spagnolo del Turismo a Milano, Fabrizio Musa, FAI, Fondazione Minoprio ITS Academy, Forte di Bard, Hortensia, IATH Academy Lake Como, Il Giardino Azienda Floricola, Istituto Gaetano Pessina, Istituto San Vincenzo, Lorenza Ceruti, Matteo Boccardo Studio, Protezione Civile – Sezione Alpini, Studio Risuona, Teatro Sociale Como, TiEVENT.

VALE IL VIAGGIO

Orticolario è un ottimo spunto per un weekend sul Lago di Como, decisamente suggestivo in autunno.

Quest’anno, grazie alla nuova collaborazione con ASF Autolinee, da sempre punto di riferimento per il trasporto pubblico locale nel territorio comasco per efficienza, sicurezza e basso impatto ambientale, negli stessi giorni e negli stessi orari d’apertura dell’evento, chi è in possesso del biglietto di ingresso o del pass di Orticolario, acquistato online o in loco potrà viaggiare gratuitamente fino a Cernobbio e ritorno sulle linee C125, N6, C110 e C120.

È sufficiente avere con sé il biglietto o il pass, in formato cartaceo oppure digitale sul proprio smartphone, e mostrarlo al momento della salita a bordo.

Un modo semplice e sostenibile per godersi il viaggio, lasciando l’auto, e arrivare nel suggestivo scenario di Orticolario.

Questo servizio si affianca a quello in battello con la collaborazione di Navigazione Laghi e BCC di Lezzeno, dal pontile n.5 di Como al pontile di Villa Erba. Il battello da e per Orticolario è incluso nel prezzo del biglietto.

Non è necessario essere già in possesso del biglietto per salire a bordo. All’arrivo al pontile di Villa Erba è possibile acquistare il biglietto di ingresso a Orticolario, se non acquistato precedentemente online.

Servizio attivo sabato 3 e domenica 4 ottobre negli orari scaricabili dal sito Orticolario.it.

Per gli acquisti, è attivo un servizio di consegna piante a domicilio in tutta la provincia di Como grazie alla collaborazione con Autovittani.

Più info: orticolario.it/it/come-arrivare/

Sul fronte ospitalità, a Cernobbio e dintorni, si trovano dai più esclusivi hotel in ville d’epoca a b&b per tutte le tasche.

Nota importante: il biglietto è acquistabile sia online sia nelle biglietterie in loco, durante l’evento.

Più info: orticolario.it/it/info-utili-acquisto-biglietti/

LA PAROLA A

Moritz Mantero, presidente e fondatore di Orticolario:

“Negli anni abbiamo cercato di fare di Orticolario qualcosa di più di una mostra. Abbiamo voluto costruire un’esperienza. Un luogo dove incontrare progettisti, vivaisti, artisti, designer, studiosi e persone semplicemente curiose; dove una pianta possa diventare cultura, un giardino possa diventare arte e un’idea possa trasformarsi in un progetto.

È quella che continuiamo a chiamare “cultura del giardinaggio evoluto”: non la ricerca dell’effetto facile, ma la capacità di guardare la natura con occhi nuovi, con maggiore consapevolezza e rispetto.

Perché oggi parlare di giardini significa parlare anche di biodiversità, di paesaggio, di cambiamenti climatici, di sostenibilità e, in definitiva, del nostro modo di abitare il mondo.”

NOTE ORTICOLARIO

Orticolario è l’evento culturale dedicato a chi vive la natura come stile di vita.

Teatro della manifestazione è il parco storico di Villa Erba a Cernobbio (CO), dimora ottocentesca affacciata sulle sponde del Lago di Como, residenza estiva dell’infanzia del regista Luchino Visconti.

Suo tratto distintivo, la proposta di giardini tematici e installazioni ispirati al tema dell’anno, tra i quali spiccano le realizzazioni dei selezionati al concorso internazionale Spazi Creativi.

L’evento è arricchito da un’ampia offerta di piante rare, insolite e da collezione, artigianato artistico e design con più di 250 espositori rigorosamente selezionati, da un fitto calendario di incontri e da numerosi laboratori didattico-creativi per bambini e ragazzi, oltre a performance ed esperienze.

Durante i quattro giorni e per tutto il resto dell’anno vengono raccolti contributi per il Fondo Amici di Orticolario, che sostiene progetti per la promozione della cultura del paesaggio e per cinque associazioni benefiche del territorio.

NON TUTTI SANNO CHE

Prendere parte alla Charity Dinner è un’esperienza unica e contribuisce in modo importante al Fondo Amici di Orticolario.

La partecipazione agli eventi culturali e ai laboratori pensati per bambini e ragazzi supporta il Fondo Amici di Orticolario.

I contributi percepiti per la visita guidata alla Villa Antica sono destinati al Fondo Amici di Orticolario.

Durante tutto l’anno Orticolario cura varie iniziative collaterali il cui ricavato va a sostegno del Fondo Amici di Orticolario.

COLPO D’OCCHIO ORTICOLARIO

1-4 ottobre 2026 / Villa Erba, Cernobbio (CO), sul Lago di Como

Info visitatori:
tel. +39 031 3347503
mail: info@orticolario.it
website: www.orticolario.it

Facebook: http://www.facebook.com/Orticolario

Instagram: https://instagram.com/orticolariocomo/

YouTube: Orticolario

LinkedIn: https://www.linkedin.com/company/orticolario?trk=top_nav_home

Negozio di vernici a Torino, come scegliere prodotti e finiture in base al tipo di lavoro

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Quale vernice scegliere per un lavoro specifico? La risposta non parte dalla stanza, ma dal supporto e dalle sollecitazioni che dovrà sopportare. Muro, legno, ferro, piastrella e cemento si comportano in modo diverso quanto ad assorbimento e aderenza: il prodotto adatto è quello compatibile con il fondo e con l’intero ciclo applicativo, primer compreso. Il colore, per una volta, viene dopo.

È un ribaltamento di prospettiva che chi lavora in cantiere dà per scontato e che chi ristruttura casa scopre spesso a lavoro finito. Si entra in un colorificio con un’idea di tinta e si esce con un barattolo che su quel supporto non rende come previsto. Non perché il prodotto sia scadente, ma perché non era pensato per quel fondo.

In breve: cinque passaggi prima di comprare

Ecco l’ossatura del ragionamento, prima del dettaglio.

  • Supporto: assorbente o non assorbente, nuovo o già trattato, coeso o sfarinante.
  • Sollecitazioni: lavaggi, urti, vapore, calore, esposizione solare, contatto con detergenti.
  • Ciclo: preparazione, eventuale primer e finitura vanno scelti come sistema unico, non come acquisti separati.
  • Classi UNI EN 13300: per gli interni, verificare resistenza all’abrasione a umido e rapporto di contrasto dichiarati.
  • Etichetta COV: leggere i valori richiesti dalla Direttiva 2004/42/CE, che convivono sulla stessa confezione.

Pittura, smalto, vernice: tre famiglie, tre logiche

I termini si usano come sinonimi, ma indicano cose distinte. La pittura murale è un rivestimento coprente pensato in genere per supporti minerali assorbenti. Lo smalto è un prodotto filmogeno a maggiore durezza, formulato per superfici poco o per nulla assorbenti: legno, metallo, fondi già verniciati. La vernice trasparente protegge senza coprire e lascia visibile la venatura o la texture sottostante.

Da questa distinzione derivano conseguenze pratiche. Applicare un prodotto su un fondo per cui non è previsto significa affidare la tenuta a un legame che il produttore non ha né studiato né dichiarato. Il principio che tiene insieme quasi tutti i casi problematici è sempre lo stesso: la durata di una finitura dipende dalla coesione dello strato che sta sotto. Se quello strato è instabile, nessuna qualità del prodotto di finitura compensa.

Il ciclo, non il barattolo

In ambito professionale non si ragiona per prodotto ma per ciclo applicativo: preparazione del fondo, eventuale consolidante o primer, mano o mani intermedie, finitura. Ogni passaggio è formulato per dialogare con il successivo, spesso all’interno della stessa linea di prodotti. Le schede tecniche indicano quali abbinamenti sono previsti e a quali condizioni: è la prima cosa da consultare, non l’ultima. Saltare un passaggio per guadagnare mezza giornata è una scorciatoia che, in molti casi, si paga in fase di manutenzione.

Le domande da porsi prima di scegliere

Prima di fissarsi su una tinta conviene rispondere, con onestà, ad alcuni interrogativi. Sono gli stessi che un banconista preparato pone a chi si presenta con una fotografia sul telefono.

  • Che supporto sto trattando? Intonaco, cartongesso, legno, metallo, ceramica, calcestruzzo. E in che stato si trova: pulito, polveroso, macchiato, già verniciato.
  • Che sollecitazioni subirà? Un corridoio di casa e un locale tecnico richiedono resistenze difficilmente confrontabili.
  • È una prima mano o un ripristino? Nel secondo caso bisogna capire cosa c’è sotto. È l’informazione che più di ogni altra cambia il ciclo.
  • Che finitura voglio? Opaca, satinata, lucida, materica. La brillantezza non è un dato solo estetico: rientra fra le caratteristiche che la UNI EN 13300 considera nella classificazione dei prodotti per interni, insieme a resistenza all’abrasione a umido, rapporto di contrasto e granulometria.
  • Quali vincoli pratici ho? Tempi di asciugatura, possibilità di ventilare, stagione, presenza di persone in casa durante i lavori.

Tradurre queste risposte in una lista d’acquisto coerente è il momento in cui il confronto diretto vale più di qualunque recensione online, soprattutto quando il fondo è irregolare o di provenienza incerta. Chi cerca pitture e vernici a Torino ha a disposizione realtà che affiancano allo shop online il punto vendita fisico: Colorpoint, per restare a un esempio cittadino, ha due sedi in città, in Corso Regina Margherita 249a e in Piazza Galimberti 22a, con servizio tintometrico per la preparazione della tonalità, e dichiara spedizione in 24 ore. Poter mostrare una fotografia del supporto o un campione può essere utile quando il fondo non è identificabile a distanza.

Pareti interne: lavabilità e coprenza hanno una misura

Sulle pitture per interni circolano aggettivi generosi — superlavabile, ultracoprente — che non significano granché se non sono ancorati a un metodo di prova. Il metodo esiste, ed è quello che consente di confrontare prodotti diversi su basi omogenee invece che sulla comunicazione di marca.

La norma europea di riferimento per i prodotti e i sistemi di verniciatura all’acqua destinati a pareti e soffitti interni è la UNI EN 13300, che li classifica in base a resistenza all’abrasione a umido, rapporto di contrasto, brillantezza e granulometria. Quella che il mercato chiama lavabilità corrisponde di fatto alla resistenza all’abrasione a umido, articolata in cinque classi.

Il metodo di prova è definito dalla ISO 11998: un tampone abrasivo strofina la superficie per un numero preciso di cicli spazzola e si misura la perdita di spessore del film. Per le classi da 1 a 3 si lavora su 200 cicli, per le classi 4 e 5 su 40. Le soglie sono nette: classe 1 con spessore asportato inferiore a 5 micrometri su 200 cicli; classe 2 tra 5 e 20; classe 3 tra 20 e 70; classe 4 con perdita inferiore a 70 micrometri sui soli 40 cicli; classe 5 con perdita pari o superiore a 70 micrometri, sempre su 40 cicli. Tradotto per chi acquista: il numero di classe più basso corrisponde alla maggiore resistenza allo strofinamento a umido, e il confronto ha senso solo fra prodotti valutati con lo stesso metodo.

Discorso analogo per la coprenza, misurata come rapporto di contrasto secondo la ISO 6504-3, che individua quattro classi legate alla resa del prodotto. La prova si esegue su cartoncini di contrasto normalizzati a scacchi bianchi e neri: dopo asciugatura e condizionamento a 23 °C e 50% di umidità relativa, un riflessimetro misura le radiazioni riflesse e la classe deriva dal rapporto fra i valori rilevati sui quadretti neri e su quelli bianchi. Le soglie: contrasto pari o superiore a 99,5 per la classe 1, tra 98 e 99,5 per la classe 2, tra 95 e 98 per la classe 3, inferiore a 95 per la classe 4. Un dettaglio che si tende a dimenticare: la classe è dichiarata a una determinata resa, indicata in scheda tecnica. Diluire oltre quanto previsto, o stendere il prodotto più tirato di quanto il produttore dichiari, può allontanare il risultato reale da quello certificato.

Muffe e alghe: cosa misurano le norme di prova

Quando compaiono macchie scure su una parete, la scelta del prodotto è solo una parte del problema: le cause possono essere diverse e vanno valutate sul posto, perché un trattamento applicato senza rimuoverne l’origine rischia di avere vita breve. Vale la pena, però, sapere che l’efficacia dei sistemi protettivi non è un’affermazione commerciale generica: esistono metodi di prova dedicati.

La UNI EN 15457 specifica un metodo di prova per determinare l’efficacia biocida o biostatica delle sostanze attive impiegate per proteggere lo strato di pittura dalla crescita dei funghi. La UNI EN 15458 definisce invece un metodo di laboratorio per valutare la protezione della pellicola del rivestimento pittorico dalla crescita delle alghe. Sono due riferimenti utili da citare al momento dell’acquisto, perché consentono di chiedere se e come l’efficacia dichiarata sia stata verificata, invece di fermarsi alla dicitura riportata in fronte al barattolo.

Legno, metallo, superfici non assorbenti, cemento: cosa verificare

Ogni famiglia di supporti pone domande specifiche. Non esistono risposte valide a prescindere: esistono schede tecniche, che indicano campo di impiego, preparazione richiesta e condizioni di applicazione. Ecco, per ciascun gruppo, i punti su cui vale la pena insistere al banco.

Legno

Per porte e mobili interni la scelta di fondo è fra smalto coprente, che uniforma tono e piccole riparazioni, e finitura trasparente, che valorizza la venatura ma rende più evidente la qualità della preparazione. Su alcune essenze possono verificarsi migrazioni di sostanze naturali in grado di alterare la tinta: è una delle cose da chiarire prima, chiedendo se sia previsto un fondo isolante. Per gli elementi esposti all’esterno le variabili in gioco sono più numerose — irraggiamento, pioggia, escursioni termiche — e i produttori indicano di norma cicli e intervalli di manutenzione dedicati, che conviene leggere come parte integrante del prodotto.

Metallo

Su ringhiere, cancelli e strutture in ferro il tema centrale è la corrosione, non il colore. Il grado di preparazione del fondo richiesto è quasi sempre esplicitato nella documentazione tecnica del ciclo anticorrosivo, e da quello dipende buona parte del risultato nel tempo. Sul mercato convivono cicli tradizionali con primer anticorrosivo e finitura, e prodotti monocomponenti proposti per l’applicazione diretta su ruggine aderente: quale approccio abbia senso dipende dallo stato effettivo del supporto, dall’esposizione e dalla facilità di intervenire in futuro. Per i corpi scaldanti serve un prodotto dichiarato idoneo a quell’impiego.

Piastrelle e su2perfici non assorbenti

Verniciare una piastrellatura o un laminato è possibile, entro limiti che conviene dichiarare in anticipo. Non essendoci assorbimento, l’ancoraggio dipende interamente dall’adesione, e i produttori indicano di conseguenza primer e preparazioni specifiche. I sistemi bicomponenti offrono prestazioni tecniche elevate ma richiedono rispetto dei rapporti di catalisi, dei tempi di lavorabilità e delle condizioni ambientali indicate: non sono un fai-da-te leggero. Anche le aspettative vanno calibrate, chiedendo esplicitamente quale durata il produttore consideri realistica nelle condizioni d’uso previste.

Cemento e l“ocali tecnici

Nei garage, nelle cantine e sui pavimenti industriali il fondo detta le condizioni. Le schede tecniche dei prodotti per pavimentazioni pongono in genere requisiti su maturazione del getto, umidità residua e temperatura minima di applicazione: sono parametri da verificare prima dell’acquisto, perché in un locale interrato non sempre coincidono con quelli di una stanza abitata. Quando il supporto è idoneo, questi cicli possono migliorare pulibilità e resistenza meccanica, con la possibilità di finiture antiscivolo dove il transito lo richieda.

COV in etichetta: i due numeri da confrontare

Sull’etichetta di pitture e vernici c’è un’informazione tecnica regolata a livello europeo e spesso ignorata. La Direttiva 2004/42/CE, del 21 aprile 2004, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea L 143 del 30 aprile 2004, limita il contenuto totale di composti organici volatili dovuti all’uso di solventi organici in talune pitture e vernici e in taluni prodotti per carrozzeria, con l’obiettivo di prevenire o ridurre l’inquinamento atmosferico legato alla formazione di ozono nella troposfera. La direttiva è entrata in vigore il 30 aprile 2004 e doveva essere recepita negli ordinamenti nazionali entro il 30 ottobre 2005.

La parte immediatamente utile per chi acquista riguarda l’etichettatura. I prodotti possono essere immessi sul mercato solo se il contenuto di COV rispetta i valori limite fissati nell’allegato II — soglie che variano per sottocategoria, indicativamente da 30 a 750 g/l per pitture e vernici — e se soddisfano i requisiti di etichettatura: devono comparire la sottocategoria di appartenenza con il relativo valore limite in g/l e il contenuto massimo di COV, in g/l, del prodotto pronto all’uso. Due numeri affiancati, quindi: il tetto consentito e quello effettivo. Confrontarli è il modo più rapido per capire come si colloca un prodotto all’interno della sua categoria.

Accanto agli obblighi di legge esistono certificazioni e marchi volontari applicati ai prodotti vernicianti — dalla qualità dell’aria interna ai marchi ambientali di prodotto, fino alle dichiarazioni ambientali di prodotto e alle idoneità per ambienti alimentari. Non sono equivalenti fra loro e andrebbero letti per quello che effettivamente dichiarano. In un capitolato di interni possono diventare un criterio di selezione aggiuntivo, in particolare negli ambienti destinati a bambini o a uso collettivo.

Come arrivare preparati in colorificio

Poche informazioni, portate con sé, cambiano la qualità del consiglio che si riceve. Una fotografia della superficie in luce naturale e un dettaglio ravvicinato. I metri quadri effettivi, non stimati a occhio. Il tipo di fondo e, se noto, che cosa è stato applicato in precedenza. La destinazione d’uso reale dell’ambiente, quella vera e non quella del progetto iniziale.

Le domande da fare sono essenzialmente quattro: quale primer è compatibile con questo supporto e con questa finitura; qual è la resa dichiarata al metro quadro per mano; quanto deve passare fra una mano e l’altra alle temperature che avrò in casa; quali strumenti di applicazione sono previsti. Su queste risposte si costruisce un preventivo realistico di tempo e di spesa. Quando poi bisogna abbinare una tinta esistente — una parete adiacente, una cartella di progetto, un campione di tessuto — la disponibilità di un servizio tintometrico consente di riprodurre la tonalità invece di accontentarsi della più vicina a scaffale, e resta uno dei motivi per cui il punto vendita fisico conserva una funzione tecnica anche per chi compra abitualmente online.

Resta un principio che attraversa tutti i materiali visti finora: la finitura è l’ultimo strato, non il primo problema. Chi parte dal supporto e dalle sollecitazioni arriva al colore avendo già escluso le combinazioni incompatibili. Chi parte dal colore, prima o poi, torna a fare i conti con il supporto — e di solito lo fa con un raschietto in mano.

Slow luxury 2026: come un architetto di Padova interpreta i nuovi trend del design

Operaprima
Operaprima

Le tendenze dell’interior design non nascono mai per caso. Dietro il ritorno di un materiale, la scelta di un colore o la riscoperta di una forma si riflette il modo in cui una società vive, cambia e interpreta il proprio rapporto con lo spazio. Un filo che attraversa anche il lavoro di un architetto nel territorio di Padova, chiamato a interpretare i trend internazionali a partire dalla cultura del progetto del proprio territorio.

Ogni epoca ha portato nell’abitare i segni del proprio tempo.  Negli anni Sessanta e Settanta la sperimentazione pop ha infranto le regole con forme libere e nuovi comfort, trovando un’icona nella provocatoria poltrona Bambole di Mario Bellini (1972). Il decennio successivo ha tradotto l’edonismo degli anni Ottanta in pura teatralità cromatica e geometrica, culminata nell’esperienza radicale di Memphis. Per contrasto, gli anni Novanta hanno spogliato l’abitare di ogni eccesso scenografico, eleggendo il minimalismo, le linee pulite e la tecnologia a nuovi protagonisti della quotidianità.

Le mode cambiano ma i bisogni che le generano raccontano qualcosa di molto più stabile.

È da questa prospettiva che possiamo leggere anche l’interior design del nostro tempo. Quello che oggi definiamo slow luxury – un lusso vissuto attraverso il tempo e la cura dei dettagli – nasce come risposta a una società veloce, tecnologica e sovraccarica di stimoli. La casa torna a essere uno spazio in cui rallentare, ritrovare concentrazione e recuperare tempo ed energie.

 

Operaprima

Il nuovo paradigma del lusso: cosa cambia nell’interior design nel 2026

Negli ultimi anni abbiamo iniziato a chiedere alla casa qualcosa di più: un luogo capace di proteggerci dal rumore esterno, di favorire il benessere e di restituirci una dimensione personale. In una quotidianità sempre più veloce e connessa, lo spazio domestico assume un ruolo preciso: diventa il luogo in cui ritrovare equilibrio, calma, presenza. Un equilibrio che un architetto a Padova può tradurre in scelte concrete, dalla distribuzione degli spazi alla selezione dei materiali.

Anche il concetto di lusso si sta muovendo nella stessa direzione. La ricchezza dell’ambiente viene affidata alla qualità dell’esperienza, alla cura dei dettagli, all’autenticità dei materiali e alla capacità del progetto di mantenere il proprio valore nel tempo. È questa la logica dello slow luxury: qualità, durata, artigianalità e progettazione su misura.

Accanto a questa nuova idea di lusso si affermano linguaggi estetici che ne interpretano alcuni valori. Il softened brutalism, per esempio, parte dalla forza espressiva di pietra, metallo, cemento e volumi essenziali, introducendo elementi capaci di rendere l’insieme più caldo e accogliente, come legni naturali, tessuti e forme morbide. Ne deriva un’estetica più misurata, nella quale la forza della materia convive con una dimensione domestica e accogliente.

Operaprima
Operaprima

Il ritorno alla materia: pietra, legno e superfici autentiche

Uno dei segnali più interessanti del design contemporaneo è il ritorno alla materia come strumento narrativo. Tra le visioni emerse al Salone del Mobile di Milano 2026, pietra, essenze lignee, metalli e texture materiche hanno assunto un ruolo centrale, accompagnati da una rinnovata attenzione per l’artigianalità e per la qualità delle lavorazioni.

Dopo anni in cui la tecnologia ha permesso di riprodurre visivamente quasi ogni superficie, cresce il desiderio di materiali capaci di offrire una presenza tangibile e sensoriale.

Un materiale naturale reagisce al variare della luce, restituisce una percezione tattile e porta con sé la memoria del proprio processo produttivo. La sua forza risiede nella capacità di costruire atmosfere e dare profondità all’esperienza dell’abitare.

Anche il concetto di sostenibilità assume una prospettiva legata alla durata. Scegliere materiali di qualità, recuperare ciò che possiede già un’identità e progettare ambienti capaci di superare l’obsolescenza estetica significa attribuire al progetto una responsabilità che va oltre il momento della sua realizzazione.

In quest’ottica, la longevità di un’architettura coincide con la sua reale sostenibilità.

Da Milano a Padova: come un architetto a Padova interpreta i trend internazionali 

Il Salone del Mobile rappresenta uno dei principali osservatori sull’evoluzione del design contemporaneo. Un trend però, per diventare architettura deve confrontarsi con la complessità di uno spazio reale.

È qui che entra in gioco la sensibilità dell’architetto. Le direzioni internazionali offrono stimoli preziosi, tuttavia ogni spazio richiede un’interpretazione specifica. Una residenza sui Colli Euganei, una villa in riviera o una ristrutturazione all’interno di un edificio storico nel centro di Padova, tra Piazza dei Signori e Prato della Valle, portano con sé una memoria, una vocazione e condizioni spaziali differenti. È una delle ragioni per cui l’architettura a Padova si orienta verso soluzioni interpretative, mai standardizzate.

Il compito dell’architetto è tradurre questi stimoli in una visione coerente, nella quale proporzioni, luce, finiture, luogo e identità di chi abiterà la casa trovano un equilibrio.

Il trend diventa così un punto di partenza, uno stimolo alla ricerca, mai un traguardo. Che si tratti di un progetto ex novo o di una ristrutturazione completa degli interni, la logica non cambia.

Una casa ben progettata deve appartenere alla propria epoca e, contestualmente, aspirare a una dimensione senza tempo.

È in questa sensibilità – la capacità di interpretare e non di replicare – che risiede la differenza tra l’applicare uno stile e il costruire un’identità. Una sensibilità che si alimenta tanto degli edifici architettonici del padovano quanto degli stimoli del design internazionale.

Un caso concreto: l’attico Operaprima firmato Studio Eigen

Questa visione trova una traduzione concreta in Operaprima, progetto di interior design residenziale firmato Studio Eigen, atelier con sede a Vigonza, Padova. Un incarico che mostra come questi architetti di Padova abbiano declinato i trend internazionali su un contesto reale.

Stefania Casarin e Filippo Carraro di Studio Eigen
Stefania Casarin e Filippo Carraro di Studio Eigen

In questo attico, che sviluppa il tema della pianta libera, la materia assume un ruolo architettonico: contribuisce a definire, ordinare e mettere in relazione gli ambienti.

Il progetto indaga le potenzialità espressive di pietra e legno. Il travertino della collezione Iconica di Caesar modella le superfici attraverso diverse logiche di posa e lavorazione: lastre a cassero a pavimento, trama su disegno nell’ingresso e finiture rigate, quasi scultoree, nei bagni. A questa presenza minerale fa da contrappunto il noce canaletto, che attraverso boiserie e arredi custom si fa elemento di continuità tra le diverse funzioni della casa.

La zona giorno, esposta a sud-ovest, è uno spazio continuo ritmato da quinte. La cucina si concentra in un volume essenziale dominato dall’isola in marmo Gris Pulpis. A separare il soggiorno dalla zona pranzo intervengono colonne in metallo liquido color champagne: filtri visivi che permettono alla luce pomeridiana di penetrare a fondo, modificando costantemente la percezione delle superfici.

Uno spazio di servizio media la transizione verso la zona notte. Qui, tra camera padronale e bagno en suite, il noce canaletto torna protagonista: doghe e listelli trasformano la parete in una superficie ritmata e tridimensionale.

L’integrazione tecnologica asseconda questa nitidezza formale. Climatizzazione e ventilazione scompaiono tra ribassamenti e arredi, mentre la luce d’accento è progettata per esaltare le variazioni della pietra e le venature del legno.

Il risultato è un’abitazione sofisticata e misurata, nella quale ogni livello di complessità progettuale concorre alla qualità dello spazio. È proprio da questa qualità che nasce il valore del lusso: dalla scelta consapevole delle finiture, dalla cura del dettaglio e dalla capacità di costruire un’esperienza destinata a durare.

L’approccio dello studio: architettura come racconto di significati, non solo di stile

Operaprima sintetizza una convinzione radicata nella filosofia di Studio Eigen: le tendenze estetiche passano, mentre il significato di uno spazio resta. Un materiale scelto esclusivamente per assecondare il gusto del momento rischia di perdere rapidamente la propria forza.

Progettare significa costruire un racconto coerente e duraturo. È l’impostazione che distingue un architetto a Padova orientato alla qualità del progetto, oltre che alla sua immagine.

Ogni scelta – dalla distribuzione planimetrica al trattamento delle superfici, dallo studio della luce al disegno degli arredi – parte da una domanda precisa: quale esperienza stiamo costruendo per chi vivrà questo luogo?

È una prospettiva che porta l’interior design oltre la dimensione della semplice decorazione.

La casa contemporanea deve assorbire la complessità del vivere moderno, compresa l’infrastruttura tecnologica, chiamata a farsi sempre più discreta e impercettibile.

Il risultato deve essere uno spazio fluido, accogliente, nel quale ogni elemento trova il proprio posto.

Per Studio Eigen, l’architettura è lo strumento capace di tradurre bisogni, valori e sensibilità in uno spazio concreto. Dare forma a un luogo esatto significa creare un ambiente nel quale chi lo abita possa, giorno dopo giorno, riconoscersi profondamente.

Perché affidarsi a un architetto a Padova specializzato anche in interior design di lusso

Ogni progetto residenziale esige una visione capace di attraversare tutte le scale dell’abitare. Affidarsi a un professionista specializzato in interior design significa superare l’idea che lo spazio racchiuso in un perimetro sia un contenitore da riempire in un secondo momento. Contenitore e contenuto devono nascere insieme.

L’impianto distributivo, lo studio della luce, la materia e gli arredi non possono essere affrontati in fasi successive, poiché ogni scelta definisce e condiziona le altre. Una partizione interna calibra il respiro di un ambiente; una boiserie diventa architettura integrando la tecnologia; la texture di un materiale modifica la percezione dei volumi. Sono elementi intrinsecamente legati: progettarli separatamente significa frammentare l’anima di una residenza.

Il ruolo dell’architetto consiste nel governare queste dinamiche attraverso una visione d’insieme, mettendo in relazione spazio, carattere del luogo e l’identità di chi lo abita. È anche il criterio con cui sempre più committenti scelgono tra gli architetti a Padova: la capacità di leggere spazio, materia e significato come un unico sistema.

Il vero lusso, quando nasce da un’autentica cultura del progetto, risiede nella precisione di un’opera unitaria, capace di restituire un’esperienza che il tempo non esaurisce.

 

Immagine in copertina: Operaprima

Rendere visibile l’invisibile

A Palazzo Piacentini il Made in Italy incontra Francesco attraverso la cultura della cura

di Piero Luigi Carcerano

Ci sono forme del Made in Italy che si manifestano immediatamente, affidandosi alla qualità dell’oggetto, alla precisione di una superficie, alla forza di un disegno. Altre rimangono invece quasi nascoste: abitano nelle mani che conoscono la materia, nei gesti affinati nel tempo, nelle tecniche tramandate, nella capacità di intervenire senza cancellare e di trasformare senza tradire.

È intorno a questa dimensione meno appariscente, ma forse più profonda, che nasce “Le eccellenze italiane nel segno di Francesco – Rendere visibile l’invisibile”, la mostra che Confrestauro presenta dal 23 settembre al 2 ottobre 2026 a Palazzo Piacentini, Roma, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nell’ambito delle celebrazioni per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. L’inaugurazione del 23 settembre, alla presenza del ministro Adolfo Urso, colloca il progetto dentro una cornice istituzionale che ne rafforza il significato: il Made in Italy viene ricondotto non soltanto al prodotto, ma alla cultura del fare, alle competenze e alla continuità dei saperi che lo rendono riconoscibile.

Il titolo contiene già una precisa dichiarazione culturale. Rendere visibile l’invisibile significa riportare l’attenzione su ciò che precede l’opera compiuta e continua a esistere dietro di essa: conoscenza, esperienza, memoria, responsabilità. Ogni manufatto restaurato, ogni superficie salvata, ogni pietra ricomposta è il risultato di una cultura che spesso non appare, ma senza la quale nulla potrebbe attraversare il tempo.

Il percorso si costruisce attorno a quattro verbi: riparare, lavorare, custodire, rendere visibile. Non categorie, ma azioni. Ed è proprio questa scelta a sottrarre il progetto alla consueta rappresentazione del Made in Italy come semplice vetrina dell’eccellenza, riportandolo alla sua dimensione più autentica: quella del fare.

Riparare, attraverso Progetto Arte Poli, mette in relazione la Croce di San Damiano con la Croce della Speranza di Albano Poli: il restauro supera così la propria dimensione tecnica per diventare ricomposizione di ciò che il tempo ha reso fragile. Lavorare, con Rubelli, accosta la semplicità della canapa alla ricchezza del velluto e mostra come tradizione e ricerca possano appartenere alla stessa continuità del sapere. Custodire, con Dolci Colori, riporta invece il colore alla sua origine materiale: terre e pigmenti naturali ricordano che conservare significa proteggere insieme la materia e la conoscenza necessaria per trasformarla.

Progetto Arte Poli – particolare del portale in bronzo della Chiesa di Greccio
Progetto Arte Poli – particolare del portale in bronzo della Chiesa di Greccio

Il quarto gesto dà il titolo all’intera mostra. General Marmi, insieme a Tortuga Design, presenta un fonte battesimale ricavato da un masso erratico. La pietra, pur restando materia, diventa simbolo: la forma si trasforma in soglia tra ciò che possiamo toccare e ciò che possiamo soltanto intuire.

Ma il vero soggetto della mostra sono forse le competenze. Le dimostrazioni della Scuola di Restauro di Botticino e di Palazzo Spinelli, i filmati sui processi di lavorazione e il lavoro fotografico di Roberto Salomone riportano infatti l’attenzione sulle persone, sui gesti e sulle mani che continuano a custodire questi saperi.

Istituto per l’Arte e il Restauro – Palazzo Spinelli
Istituto per l’Arte e il Restauro – Palazzo Spinelli

In un tempo nel quale il prodotto finito tende sempre più a separarsi dal processo che lo ha generato, il restauro compie un movimento opposto: risale all’indietro, riconosce le tracce della costruzione, comprende i materiali, interpreta le trasformazioni prodotte dal tempo. Restaurare, allora, non significa riportare indietro l’orologio, ma instaurare con il tempo un rapporto consapevole.

Quanto trasformare e quanto conservare? Come può la tecnologia intervenire sulla materia senza cancellarne l’identità? Sono interrogativi che appartengono al restauro ma anche all’architettura contemporanea, oggi più che mai chiamata a confrontarsi con durata, riuso, riparazione e conservazione delle risorse.

Scuola di Restauro di Botticino
Scuola di Restauro di Botticino

In questa prospettiva Francesco diventa qualcosa di più di un riferimento celebrativo. Il rapporto con la semplicità, con la materia, con la natura e soprattutto con l’idea della cura attraversa l’intero progetto. Riparare, lavorare, custodire: parole antiche che appartengono, con sorprendente attualità, anche al lessico del progetto contemporaneo.

Ed è forse qui che la mostra trova il suo significato più profondo: il Made in Italy viene sottratto alla sola dimensione del marchio per ritrovare quella della cultura. Non semplicemente produrre cose belle, ma possedere il sapere necessario perché quelle cose possano nascere, durare, essere curate e infine tramandate.

Su questa stessa dimensione insiste il presidente di Confrestauro, Alberto Rui, quando richiama il patrimonio immateriale costituito da persone, conoscenze, tecniche, tempo e responsabilità: non un corredo secondario dell’opera, ma la condizione che permette alla bellezza di attraversare le generazioni, mettendo in relazione manualità e ricerca, tradizione e innovazione, rispetto della materia e tecnologia.

È probabilmente questa l’invisibilità più preziosa che Palazzo Piacentini prova a rendere visibile: l’intelligenza delle mani, la memoria della materia e quella continuità tra passato e futuro senza la quale nessuna cultura può davvero dirsi contemporanea.

 

Foto in copertina: Progetto Arte Poli – lavorazione e saldatura di una vetrata artistica

Torino: il mecenatismo che restituisce bellezza alla Cappella dei Banchieri, Negozianti e Mercanti

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Nel cuore discreto della Torino storica, là dove la devozione incontra la cultura materiale di una borghesia operosa e raffinata, la Cappella dei Banchieri, Negozianti e Mercanti custodisce non solo memoria spirituale, ma anche un patrimonio di oggetti che raccontano secoli di vita quotidiana, di riti e di identità. In questo contesto si inserisce con forza e coerenza l’intervento promosso dal Prefetto Arturo Santise, che assume i tratti autentici di un gesto di mecenatismo contemporaneo, capace di coniugare responsabilità istituzionale e sensibilità culturale.

Le opere recentemente restaurate – i bracieri e la serratura della porta della sacrestia – non sono semplici elementi d’arredo, ma veri e propri testimoni di una storia antiquaria stratificata, espressione di una tradizione artigianale piemontese che affonda le radici tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

I bracieri, caratterizzati da una struttura in ferro battuto lavorato a mano e da vassoi in rame brunito e ottone, incarnano una tipologia diffusa negli ambienti ecclesiastici non riscaldati, dove la funzione pratica del calore si intrecciava con la necessità liturgica e con un senso di decoro misurato. Le linee sobrie, le volute essenziali, la robustezza della struttura rimandano a un contesto di artigianato colto, tipico delle botteghe torinesi legate alle esigenze delle corporazioni.

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Parallelamente, la serratura della porta della sacrestia si rivela un elemento di straordinario interesse: una ferramenta originale in ferro e ottone, dotata di meccanismi interni ancora perfettamente leggibili, che testimonia una fase storica precedente alla piena industrializzazione.

Le maniglie, ergonomiche e solide, inserite in rosoni decorativi a disegno radiale, raccontano una stagione in cui anche gli elementi funzionali erano pensati come parte integrante di un linguaggio estetico coerente. Qui la materia – il metallo – diventa narrazione, segno di una cultura del fare che univa utilità e rappresentanza.

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Ciò che conferisce a questo intervento un valore ulteriore è la modalità con cui è stato condotto. Il restauro non è stato interpretato come semplice sostituzione o aggiornamento, ma come un processo rigoroso di conservazione filologica.

Nel caso dei bracieri, la pulitura delle superfici, la rimozione delle ossidazioni e il recupero delle patine originali hanno permesso di restituire leggibilità ai materiali senza cancellarne la storia. Il ferro battuto è stato stabilizzato, il rame riportato alla sua profondità cromatica, l’ottone nuovamente capace di riflettere la luce con quella discrezione che appartiene agli oggetti d’uso ecclesiastico.

Ancora più significativa è la procedura adottata per la serratura: il ripristino della funzionalità è avvenuto attraverso il riutilizzo esclusivo delle componenti originali, evitando qualsiasi inserimento estraneo. Questo approccio, tipico della restaurazione conservativa di alto livello, ha consentito di preservare non solo l’aspetto esteriore, ma anche la logica interna del meccanismo, mantenendo intatta la relazione tra gesto e materia, tra mano e oggetto. La successiva finitura delle parti in ottone ha restituito unità visiva all’insieme, senza tradire la patina del tempo.

In questo quadro, la figura del Prefetto emerge con particolare evidenza. L’intervento, realizzato senza alcun onere per la Congregazione, si configura come un atto personale di restituzione, un dono che va oltre la dimensione economica per assumere un significato simbolico profondo. Santise si inserisce idealmente nella tradizione dei grandi benefattori delle istituzioni religiose e civili, reinterpretando il ruolo del mecenate in chiave contemporanea: non più solo finanziatore, ma promotore consapevole di un progetto culturale, custode attivo di un patrimonio che rischierebbe altrimenti di scivolare nell’invisibilità.

Il risultato è sotto gli occhi di chi entra oggi nella Cappella. I bracieri, nuovamente leggibili nella loro dignità formale, tornano a dialogare con lo spazio liturgico; la porta della sacrestia, con la sua serratura perfettamente funzionante, riacquista il suo ruolo di soglia, di passaggio tra il visibile e il custodito. Non si tratta di un ritorno nostalgico al passato, ma di una riattivazione della memoria, di un gesto che restituisce continuità a una storia fatta di dettagli, di oggetti, di mani che li hanno creati e utilizzati.

In un’epoca in cui la conservazione del patrimonio è spesso affidata a grandi interventi eclatanti, questo restauro dimostra come anche le operazioni apparentemente minori possano avere un impatto decisivo. Perché è proprio nella cura di questi elementi – un braciere, una serratura – che si misura la profondità di un rapporto con la storia. E in questo senso, questo intervento  si impone come un esempio concreto di responsabilità culturale, capace di trasformare un gesto privato in un valore condiviso.

Organizzare la zona lavanderia in casa: idee salvaspazio per bagno, ripostiglio o nicchie

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L’importanza di uno spazio di servizio ben progettato

Nella concezione dell’abitare contemporaneo, la gestione delle mansioni domestiche richiede ambienti razionali, ergonomici e ben organizzati. Per molto tempo, la zona destinata al lavaggio, all’asciugatura e allo stiro della biancheria è stata considerata uno spazio di serie B, relegato a garage bui, cantine o angoli disordinati del balcone. Oggi, la sensibilità progettuale è profondamente cambiata: avere la possibilità di organizzare la zona lavanderia di casa in modo pulito ed efficiente rappresenta uno dei desideri primari di chi acquista o ristruttura un immobile.

Le abitazioni moderne, tuttavia, devono fare i conti con metrature complessive spesso più contenute rispetto al passato. Risulta sempre più raro poter dedicare un’intera stanza indipendente esclusivamente alla lavanderia. La vera sfida dell’interior design contemporaneo consiste quindi nel saper identificare e sfruttare volumi inutilizzati dell’abitazione – come un bagno di servizio, un ripostiglio cieco, un sotto-scala o un disimpegno lungo il corridoio – per installare soluzioni funzionali ed esteticamente gradevoli.

Progettare un’area di servizio efficace significa combinare l’ergonomia operativa con il rigore estetico. Attraverso l’uso di arredi modulari dedicati, pareti contenitive e ante a scomparsa, è possibile realizzare spazi dove ogni strumento da lavoro ha una collocazione precisa, mantenendo l’ambiente perfettamente ordinato ed eliminando il disordine visivo tipico della gestione del bucato.

Analisi degli spazi: dove ricavare la lavanderia domestica

Prima di procedere all’acquisto di mobili ed elettrodomestici, è fondamentale condurre un’analisi accurata della pianta della casa per individuare la posizione più idonea, verificando la presenza delle necessarie predisposizioni impiantistiche (scarico dell’acqua, adduzione idrica, prese elettriche ad alta potenza e, dove possibile, un punto di aerazione). Capire come creare una lavanderia in casa parte proprio da questa attenta fase preliminare.

1. Il bagno di servizio o secondario

È la collocazione più naturale e frequente. Sfruttare un bagno secondario permette di attingere direttamente agli impianti idrici ed elettrici già presenti. La strategia migliore in questo ambiente consiste nell’integrare la zona lavanderia all’interno dell’arredo bagno principale, creando un elegante mobile bagno con lavanderia integrata che nasconde gli elettrodomestici dietro ante coordinate al lavabo.

2. Il ripostiglio o lo sgabuzzino

Trasformare un ripostiglio cieco in un locale lavanderia ad alta efficienza permette di isolare completamente le attività rumorose dal resto della casa. Per la scelta dell’arredo per un ripostiglio lavanderia, è fondamentale sfruttare l’altezza utile fino al soffitto installando scaffalature, griglie e moduli chiusi.

3. La nicchia in corridoio o disimpegno

Quando non si dispone di una stanza dedicata, i corridoi e i disimpegni della zona notte offrono nicchie preziose. Utilizzare una lavanderia nascosta nel corridoio chiusa da grandi ante scorrevoli o a pacchetto consente di sfruttare spazi altrimenti destinati al solo passaggio, creando un blocco operativo del tutto invisibile quando le ante rimangono chiuse.


Soluzioni salvaspazio e trucchetti d’arredo per massimizzare i volumi

Quando i metri quadri a disposizione sono limitati, l’impiego di soluzioni salvaspazio per la lavanderia concepite ad hoc diventa l’elemento chiave per garantire un’eccellente usabilità quotidiana.

La regola fondamentale nell’organizzazione di piccoli spazi di servizio è sfruttare lo sviluppo verticale. L’inserimento di un mobile per lavatrice e asciugatrice a colonna è la scelta progettuale più efficace per dimezzare l’impronta a terra degli elettrodomestici. Posizionare l’asciugatrice sopra la lavatrice mediante appositi kit di sovrapposizione o all’interno di un armadio lavanderia su misura irrobustito permette di liberare spazio prezioso a fianco per la sistemazione di ceste, detersivi e assi da stiro.

Per garantire un’organizzazione degli spazi di servizio impeccabile, è consigliabile arricchire il mobilio con accessori estraibili e multifunzionali:

  • Ripiani estraibili portasacco: Posizionati tra la lavatrice e l’asciugatrice a colonna, offrono un comodo piano d’appoggio ad altezza ergonomica per appoggiare il cesto del bucato durante le operazioni di carico e scarico.
  • Cesti per la biancheria suddivisi: Moduli estraibili dotati di sacchi in tessuto traspirante che consentono di dividere i capi bianchi, colorati e delicati prima ancora del lavaggio, mantenendo nascosto il bucato sporco.
  • Assi da stiro a ribalta o a scomparsa: Sistemi metallici pieghevoli incassati all’interno di un cassetto o fissati sull’anta del mobile, pronti per essere aperti con un solo gesto ed estesi per le operazioni di stiro veloci.
  • Carrelli estraibili porta-detergenti: Moduli verticali stretti (anche di soli 15-20 cm di larghezza) dotati di cestelli in filo metallico, perfetti per sfruttare le intercapedini tra il mobile e il muro ed organizzare flaconi, spazzole e detersivi.


La bellezza dell’invisibile: lavanderie a scomparsa ed eleganza formale

Saper nascondere gli elementi tecnici consente di integrare la zona lavanderia con lo stile dell’abitazione in modo fluido. Negli appartamenti contemporanei, dove il confine tra zona giorno, corridoi e bagni è sempre più sfumato, la capacità di mascherare gli elettrodomestici è un requisito fondamentale.

La lavanderia a scomparsa nel bagno rappresenta l’eccellenza di questo approccio. L’impiego di armadiature dotate di ante rientranti nei fianchi (meccanismi con cerniere impacchettabili e rientranti) consente di aprire completamente il vano lavanderia durante l’utilizzo senza che le ante ingombrino lo spazio di manovra nel bagno. Una volta ultimate le operazioni di lavaggio, le ante vengono nuovamente chiuse a filo, ripristinando l’aspetto di un elegante armadio contenitore perfettamente coordinato alle finiture della stanza.

La scelta dei materiali per l’arredamento della lavanderia deve tenere conto delle sollecitazioni meccaniche e ambientali tipiche di questo spazio. Superfici soggette all’umidità, a schizzi d’acqua e al contatto accidentale con prodotti chimici richiedono rivestimenti melaminici ad alta densità, laminati hpl o laccati idrorepellenti, facili da pulire e resistenti nel tempo.

Checklist di progettazione della zona lavanderia

Per pianificare in modo impeccabile il proprio angolo lavanderia, è utile seguire questa checklist analitica:

  1. Verifica degli impianti: Accertarsi della presenza di una presa di corrente Schuko dedicata per ciascun elettrodomestico, uno scarico a muro con sfiato e un rubinetto di arresto acqua facilmente accessibile.
  2. Dimensionamento degli ingombri: Calcolare che le lavatrici e asciugatrici di profondità standard misurano circa 60×60 cm, a cui vanno aggiunti almeno 8-10 cm posteriori per il passaggio dei tubi di scarico e l’aerazione.
  3. Ergonomia di carico: Se possibile, posizionare gli elettrodomestici rialzati da terra di 30-40 cm su basi contenitive irrobustite. Questo evita di doversi piegare costantemente durante le operazioni di carico e scarico e ricava preziosi cassetti sottostanti.
  4. Illuminazione mirata: Installare profili LED sottopensile o faretti orientabili per illuminare adeguatamente il piano di lavoro, la vasca del lavatoio e i contenitori dei detersivi.

Organizzare razionalmente gli spazi dedicati alla cura della casa trasforma le incombenze quotidiane in gesti veloci e piacevoli. In questo ambito, le collezioni di arredo bagno e composizioni per la zona lavanderia firmate da ArredissimA offerta un’ampia gamma di moduli contenitori, colonne per elettrodomestici e mobiletti con lavatoio integrato, studiati per soddisfare qualsiasi esigenza di spazio e trasformare anche il più piccolo ripostiglio in un ambiente moderno, efficiente e perfettamente ordinato.

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