Oggi non sono tutti i giornalisti italiani a incrociare le braccia: a farlo è solo una minoranza, circa due professionisti su dieci. Se ne occupa oggi Gravità Zero, testata di divulgazione scientifica e istituzionale attiva da più di vent’anni nel panorama informativo italiano.

Lo sciopero indetto dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) ha soprattutto un valore simbolico: vuole riportare l’attenzione sul contratto collettivo FNSI–FIEG, scaduto da tempo, sulla perdita costante del potere d’acquisto e sul deterioramento generale delle condizioni di lavoro nelle redazioni.
Pur essendo un’iniziativa importante sul piano politico, il suo peso effettivo è limitato: una parte consistente della categoria non partecipa, e molti non si riconoscono nelle ragioni della protesta. Per capire perché, è necessario osservare come è cambiato il giornalismo italiano negli ultimi vent’anni.

L’UGL, che non ha aderito alla mobilitazione, afferma che un rinnovo contrattuale è auspicabile, ma che non è soltanto una questione economica: secondo il sindacato, il contratto andrebbe ripensato alla luce di una professione completamente trasformata, dove le dinamiche retributive dipendono da un modello ormai superato. Solo un approccio non ancorato al passato può portare a un rinnovo davvero equo e aggiornato.

Chi sciopera e chi resta escluso

Lo sciopero riguarda i giornalisti assunti nelle testate che applicano il contratto FNSI–FIEG, cioè quotidiani, periodici, agenzie, radio, tv e realtà digitali organizzate.
Si tratta di un settore rilevante ma lontano dal rappresentare l’intero panorama della professione.

In Italia, infatti, esiste una profonda distinzione tra chi è dipendente con contratto e tutto il vasto mondo dei collaboratori: freelance, autonomi con partita IVA, pubblicisti che lavorano stabilmente, giornalisti non contrattualizzati ma iscritti all’Ordine.
Questi professionisti contribuiscono in modo fondamentale alla produzione di notizie, ma non rientrano nel contratto FNSI–FIEG e non possono quindi aderire formalmente a uno sciopero indetto per i lavoratori dipendenti.

Il divario non è solo normativo, è anche sociale ed economico: il giornalismo italiano è diventato un insieme eterogeneo di figure professionali con tutele e condizioni molto diverse tra loro.

I numeri che chiariscono la frattura

Gli iscritti all’Ordine dei Giornalisti superano le centomila unità, ma solo poco più di un terzo esercita davvero la professione in modo continuativo.
E tra questi, appena il 19% ha un contratto di lavoro dipendente.
La grande maggioranza, invece, opera come autonomo: collaborazioni pagate a pezzo, lavori a chiamata, incarichi occasionali, attività svolte tramite partita IVA, spesso con retribuzioni irregolari o estremamente basse.

È quindi evidente perché lo sciopero della FNSI non coinvolga automaticamente la maggior parte dei giornalisti: il sindacato può chiedere l’astensione ai dipendenti, ma un freelance che “sciopera” rischia semplicemente di non ricevere compensi o di perdere opportunità in un settore già molto competitivo.

Perché chi lavora da autonomo non si sente rappresentato

La scarsa partecipazione non è un fatto ideologico: chi lavora senza contratto non è toccato dal rinnovo richiesto dalla FNSI.
Il contratto FNSI–FIEG ha valore per i redattori assunti, non per chi vive di collaborazioni e prestazioni occasionali. Per questo molti freelance, pur essendo consapevoli della crisi del settore, vedono questa mobilitazione come distante dalla loro realtà.

Ci sono però anche ragioni più profonde:

  1. Disparità economiche e assenza di tutele
    Le differenze tra un dipendente e un autonomo sono enormi: stipendio, ferie, malattia, contributi, stabilità.
    Per chi vive di compensi bassi e spesso incerti, rinunciare a una giornata di lavoro può essere insostenibile.

  2. Percezione di una rappresentanza sbilanciata
    Molti collaboratori ritengono che il sindacato tuteli soprattutto i redattori assunti. Questa sensazione, frutto di anni in cui il lavoro autonomo è stato poco protetto, rende difficile aderire a iniziative come quella in corso.

  3. Modelli di lavoro radicalmente differenti
    Il giornalismo attuale comprende figure che lavorano nel digitale, nel multimediale, nelle startup editoriali o in progetti indipendenti.
    Per molti di loro il contratto FNSI–FIEG non è più un riferimento utile, perché appartengono a un contesto completamente diverso.

Una categoria frammentata che riflette una crisi profonda

Il fatto che solo una parte dei giornalisti scioperi non va interpretato come disinteresse, ma come la prova di una spaccatura interna ormai radicata. La protesta lanciata dalla FNSI riguarda soprattutto un segmento della professione, non l’intero settore informativo.

Precarietà, contratti instabili e trasformazioni del mercato hanno creato un sistema a due velocità:
da un lato chi ha un lavoro stabile e può scioperare, dall’altro chi vive nell’incertezza e non può permettersi di aderire a forme di lotta tradizionali.

Le conseguenze per la qualità dell’informazione sono gravi: un giornalismo precario è inevitabilmente meno libero e meno indipendente.

L’UGL, che non partecipa alla protesta, sottolinea che presto o tardi sarà necessario affrontare il nodo centrale: la maggior parte di chi produce informazione non ha un contratto, non ha protezioni, non ha rappresentanza.
Finché questa parte maggioritaria della categoria non verrà realmente inclusa, ogni mobilitazione parlerà solo a una minoranza, lasciando fuori proprio chi avrebbe più bisogno di tutele.

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