Di Arch. Piero Luigi Carcerano
Presidente Commissione Comunicazione ed Editoria INBAR
Vicedirettore di Interiorissimi
In copertina: La statua di Minerva nella piazza principale della città universitaria Sapienza di Roma
La forma come custodia dinamica di senso: architettura, storia e responsabilità culturale
Il monumento, nella sua più autentica accezione, non è soltanto un manufatto architettonico, un segno nello spazio urbano o un blocco di materia scolpito nel tempo, ma un organismo vivo di significati, destinato a mutare e rigenerarsi attraverso lo sguardo di chi lo attraversa e lo interroga. Ogni vera storia è storia contemporanea, ci ricorda Croce, e il monumento non sfugge a questa regola: vive di una continua risemantizzazione, capace di legare l’evento originario a una trama sempre nuova di interpretazioni. Non è dunque un reperto mummificato, ma un catalizzatore di memoria attiva, pronto a essere assunto da epoche diverse, ciascuna con i propri bisogni e la propria sensibilità. In questa prospettiva, la storia dell’architettura razionalista italiana del Novecento offre un laboratorio esemplare di come la memoria possa farsi forma senza cedere alla retorica e alla monumentalità vuota. Il Monumento ai caduti di Como di Giuseppe Terragni, la Fontana Monumentale di Camerlata di Cesare Cattaneo e Mario Radice, il Monumento ai caduti nei lager dello Studio Banfi, Belgiojoso, Peressutti e Rogers, testimoniano una tensione costante tra ragione e sentimento, tra l’esigenza di costruire un simbolo e quella di evitare l’enfasi celebrativa, rifugiandosi piuttosto in una purezza geometrica che rende il segno duraturo e leggibile nel tempo. La statua di Minerva nella piazza principale della città universitaria Sapienza di Roma. Una figura bronzea della dea della Sapienza, opera di Arturo Martini, situata davanti al Rettorato dell’Università di Roma. Più che razionalista nel suo stile, è monumentale e simbolica nel contesto dell’architettura razionalista circostante. Il monumento razionalista non mira a schiacciare chi lo guarda sotto il peso di una grandezza inattingibile, ma a instaurare un dialogo silenzioso e persistente. Terragni costruisce masse compatte e proporzioni auree non per chiudere il senso, ma per offrirgli un contenitore stabile; Cattaneo gioca con l’anello e la sfera della sua fontana-monumento come con un alfabeto archetipico, che ogni generazione può ritradurre; il gruppo BBPR concepisce il monumento milanese come una soglia, un recinto che non protegge ma espone, che non nasconde ma mostra l’assenza come ferita aperta. In tutti questi casi, il monumento è un punto di condensazione di valori, non una fine in sé. Il tempo non lo corrode, perché la sua essenza non è nella superficie ma nella struttura di pensiero che lo regge.

Accanto a queste forme pure che si offrono come sculture urbane, i protagonisti del Razionalismo Italiano hanno lasciato anche edifici che, pur non nati come monumenti, possiedono una forza simbolica paragonabile: la Casa del Fascio di Como (1932–36) di Terragni, manifesto di chiarezza e proporzione; il Novocomum (1928–29), che introduce un linguaggio internazionale in provincia; la Casa Cattaneo a Cernobbio (1938–39), armonia tra geometria e paesaggio; l’Asilo Garbagnati (1937), dove pedagogia e architettura si intrecciano; la Torre Velasca (1954–58) dei BBPR, sintesi di suggestioni medievali e strutture moderne; il Palazzo delle Poste all’E42 (1939–41), rigore compositivo e monumentalità istituzionale. In tutti i casi, la tensione è la stessa: ridurre la forma all’essenziale senza svuotarla di significato, lasciandola aperta alle riletture del tempo.
Ogni epoca riscrive i propri monumenti anche senza toccarli fisicamente: basta mutare il contesto, cambiare la prospettiva, introdurre un nuovo racconto. Un monumento nato come celebrazione militare può divenire presidio di pace; un’opera che commemorava una vittoria può trasformarsi in monito contro l’orgoglio cieco. Costruire oggi un monumento significa pensare a come potrà essere riattraversato tra cinquant’anni, quando i codici attuali saranno forse muti o incomprensibili.
Il monumento non è mai davvero isolato: vive in un tessuto urbano, dialoga con spazi pubblici, strade, vedute, usi quotidiani. La sua efficacia dipende dal contesto. Un monumento recintato o dimenticato perde gran parte della sua funzione; uno attraversato, abitato, visto anche senza intenzione consapevole, continua a lavorare nella mente collettiva. È questa qualità relazionale che oggi dobbiamo recuperare, evitando tanto il feticismo dell’oggetto isolato quanto la dispersione nel rumore visivo della città contemporanea.
Radice Cattaneo: Fontana di Camerlata
Non è un caso che Torino, città che nel Novecento ha saputo fondere vocazione industriale e sperimentazione artistica, abbia offerto alla stagione dell’Arte Povera un terreno fertile per ripensare il rapporto tra materia, forma e memoria. Negli anni a cavallo tra il 1967 e il 1972, grazie alla spinta teorica di Germano Celant e alla vitalità di gallerie come la Sperone, artisti come Michelangelo Pistoletto, Mario e Marisa Merz, Jannis Kounellis, Giovanni Anselmo, Gilberto Zorio, Giuseppe Penone e Pier Paolo Calzolari hanno trasformato materiali elementari — legno grezzo, pietra, piombo, tessuti, cera, acqua — in opere che sfidano la retorica monumentale e si offrono come presenze vive, mutevoli, aperte al tempo e agli usi. Come nel monumento razionalista, anche qui la forza non risiede nella decorazione, ma nella capacità di radicare un’idea nella struttura stessa dell’opera: un gesto essenziale che diventa spazio di relazione, in cui la materia, sottratta al consumo, si fa veicolo di una memoria attiva.
Parlare di monumento oggi significa parlare di responsabilità culturale: assumere la memoria non come archivio immobile, ma come risorsa per immaginare futuri possibili. Non si tratta di rinnegare il passato, ma di disinnescare ogni rigidità retorica e restituire alla memoria la sua natura dinamica. Il monumento è un luogo di frizione tra ciò che fu e ciò che può essere, un campo di forze in cui tempo storico e tempo vissuto si intrecciano.
La lezione del Razionalismo Italiano, con la sua capacità di dare forma all’essenziale, rimane un patrimonio metodologico: costruire significati stabili ma non chiusi, duraturi ma permeabili al cambiamento. In un’epoca in cui il presente si fa breve e frammentato, il monumento può tornare a essere un atto di resistenza: memoria per il futuro, capace di sopravvivere all’obsolescenza dei simboli e rigenerarsi attraverso il loro riuso.
Come ogni vera storia è storia contemporanea, ogni vero monumento è monumento contemporaneo: non smette mai di parlare alla nostra condizione attuale, qualunque essa sia, e ci costringe a misurarci con la profondità del tempo, non per inchiodarci a esso, ma per ricordarci che siamo parte di una narrazione ancora in corso.
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