Di Piero Luigi Carcerano

“Un saggio su perché la stagione delle archistar non si ripete e su come l’innovazione in architettura e negli interni si sia spostata dalla forma spettacolare alla cura silenziosa delle prestazioni e dell’abitare.”

Ci sono stagioni in cui una disciplina accelera e, per qualche anno, sembra camminare un passo davanti a se stessa. Tra la fine del Novecento e l’inizio dei Duemila l’architettura ha vissuto una di quelle stagioni: non un incidente di percorso e nemmeno un trucco mediatico, ma un periodo in cui una manciata di autori ha avuto la lucidità e l’audacia di cambiare davvero le regole del gioco.
Le chiamavamo archistar perché erano riconoscibili come si riconosce una voce: non solo per la fama, ma per la capacità rarissima di trasformare vincoli in invenzione e invenzione in spazio. Ognuno portava un’idea-madre che ritornava, evolveva e lasciava tracce: la pelle che diventa racconto, la struttura come gesto, la città trattata come testo da riscrivere, la luce come materiale, il dettaglio come etica. In quel ciclo creativo c’era ingegneria spinta, certo, ma soprattutto c’era visione: la sensazione collettiva che un edificio potesse cambiare l’immaginario di un luogo e, in alcuni casi, perfino il destino di una città. Non stupisce che quei nomi siano rimasti nella memoria come un pantheon: non perché “spinti” da un sistema, ma perché capaci di produrre forme e idee che il sistema, semmai, rincorreva. E quel periodo, diciamolo senza finta modestia, ha davvero spostato l’asticella: ha inventato forme, ha fatto avanzare ingegneria e software, ha trasformato il museo e il grattacielo in eventi popolari, ha reso l’architettura una conversazione da bar col supplemento culturale sotto braccio. Il punto non è nostalgia da figurine; il punto è che oggi, guardando il panorama, la sensazione è di avere ancora stelle vivissime ma quasi tutte anziane, e di non vedere un ricambio capace di imporsi con la stessa forza iconica. I nomi emergenti ci sono, lavorano, vincono concorsi, guidano cantieri giganteschi; però li riconoscono soprattutto gli addetti ai lavori, e il pubblico generalista, quando li incrocia, spesso non li distingue da un “bel progetto” qualsiasi. Da qui nasce la tentazione, molto umana, di concludere che la nuova architettura sia più vecchia di sempre: un’aria di déjà-vu, una riscoperta del vernacolare, del mattone, della loggia, della finestra “come una volta”, del legno lasciato parlare, delle proporzioni calme. Se la modernità del Novecento era un manifesto, la modernità di oggi sembra un bisbiglio. Ma forse stiamo giudicando con lo strumento sbagliato, come pretendere di misurare un profumo con il metro o l’acustica con un rendering. Per capire perché la nuova generazione non diventa “archistar” nel senso classico bisogna guardare meno agli architetti e più all’ecosistema che li produceva. Le archistar non nascevano nel vuoto: avevano dietro una combinazione irripetibile di fattori. C’erano soldi pubblici e privati pronti a finanziare l’eccezione, città in competizione tra loro per una foto aerea, musei e amministrazioni convinti che un edificio potesse cambiare un destino economico, riviste patinate con tempi lunghi e un’autorità quasi sacerdotale, e un mondo mediatico ancora abbastanza concentrato da creare miti condivisi. C’era anche una certa tolleranza al rischio: l’idea che un edificio potesse permettersi di essere difficile, costoso, perfino capriccioso, purché portasse prestigio. È l’epoca del “se funziona o no, intanto è memorabile”. 

Centre Pompidou, Parigi - Renzo Piano, Richard Rogers
Centre Pompidou, Parigi – Renzo Piano, Richard Rogers

Oggi quella frase suona come un lusso d’altri tempi, e non solo per ragioni morali: anche perché il rischio ormai lo pagano in molti, e quando lo pagano in molti pretendono voce in capitolo. In quella stagione, inoltre, la firma era un patto implicito tra tutti gli attori: il committente voleva la riconoscibilità perché era valore, i giornali la volevano perché era racconto, l’architetto la voleva perché era identità. La ripetizione non era vista come difetto ma come coerenza, un po’ come in moda: nessuno si scandalizza se una maison ha una silhouette ricorrente, anzi la cerca. L’architettura, allora, ha flirtato apertamente con il concetto di “brand”: la forma come marchio, la città come passerella, l’edificio come oggetto di desiderio. Il che produceva meraviglie, ma produceva anche una semplificazione: una cultura che si abituava a riconoscere prima lo stile e poi il luogo, prima l’autore e poi gli abitanti. Nel frattempo è successo l’ovvio, cioè l’imprevisto: il contesto ha cambiato le priorità. La crisi climatica ha reso la materia moralmente pesante; un metro cubo di cemento non è più solo un dato strutturale, è una domanda etica. L’energia non è più un capitolo tecnico in fondo al progetto, è il progetto. Il carbonio incorporato, la filiera, la manutenzione, la reversibilità, la resilienza, la compatibilità con l’esistente: parole che non fanno copertina ma fanno bandi, e soprattutto fanno futuro. A questo si aggiungono procurement più rigidi, responsabilità legali più invasive, budget scrutinati, tempi compressi, standardizzazione industriale, comunità locali (giustamente) più presenti, e un’idea di città che chiede cure quotidiane più che monumenti. Nel vecchio star system l’architetto era il solista; oggi è spesso un direttore d’orchestra con partiture imposte, tempi stretti e un pubblico che fischia se sente una nota fuori posto. Il virtuosismo esiste ancora, ma deve essere invisibile: se lo noti, forse è già un problema. Le assicurazioni, le certificazioni, le clausole di responsabilità e la catena infinita di consulenze hanno introdotto una nuova estetica del progetto: l’estetica dell’argomentazione. Non basta più dire “è bello” o “è nuovo”, bisogna dimostrare che regge, che consuma poco, che si mantiene, che non produce scarti ingestibili, che non diventa obsoleto al primo cambio di normativa. In questo senso molti progettisti contemporanei lavorano come ricercatori: testano facciate adattive, legno ingegnerizzato, componenti riusabili, sensori, strategie passive, e spesso pubblicano dati più che immagini. Il problema è che il dato non diventa poster, mentre un gesto sì. E qui arriva un’altra conseguenza: quando la bravura coincide con la riduzione dell’impatto, la bravura tende a somigliare alla normalità. Il progetto migliore è quello che sembra ovvio, e l’ovvio è il nemico naturale della celebrità. E poi c’è la faccenda dei media, che non è un dettaglio cosmetico ma un acceleratore evolutivo. La “fama” non è solo quantità, è forma. Prima la narrazione era verticale: poche testate, poche istituzioni, poche voci che decretavano cosa fosse importante. Oggi è orizzontale e frantumata: mille canali, mille micro-pubblici, attenzione compressa, immagini che scorrono senza contesto come carte da gioco. Paradossalmente vediamo più architettura che mai, ma la vediamo come si vede il meteo: scorrendo. L’icona dura un secondo, poi un altro edificio ancora più lucido la cancella. 

Architettura oltre l’icona: progettisti e impresa discutono la qualità nascosta della struttura in legno.
Architettura oltre l’icona: progettisti e impresa discutono la qualità nascosta della struttura in legno.

Il risultato è che l’autore svanisce dietro il contenuto. Ci ricordiamo la foto, non chi l’ha pensata. E se la memoria collettiva non si posa, la mitologia non si forma. Non è un problema di talento, è un problema di fisica dell’attenzione. Inoltre il digitale ha un effetto collaterale crudele: rende disponibile tutto, quindi rende simile tutto. Se ogni riferimento è a un click, il rischio è un’architettura che cita senza metabolizzare, una collezione di soluzioni “già approvate” dall’algoritmo. Il mondo si è riempito di progetti perfetti e intercambiabili, come se avessimo tutti la stessa libreria di materiali, la stessa luce del tramonto e lo stesso mobile in rovere chiaro. Non è colpa dei progettisti; è la logica del feed, che premia la riconoscibilità immediata e penalizza la complessità lenta. Resta l’accusa più pungente: “gli emergenti fanno architettura vecchia”. Qui vale la pena essere cattivi e teneri allo stesso tempo. Cattivi: sì, una parte della produzione contemporanea è davvero un collage di riferimenti, un modernismo tiepido, una neutralità elegante che a volte è solo paura di sbagliare. Le immagini si assomigliano, le palette si uniformano, il minimalismo diventa un filtro con partita IVA, e la prudenza si traveste da “rigore”. Teneri: quello che sembra vecchio spesso è la risposta più nuova a un vincolo nuovo. Recuperare ombra, inerzia termica, ventilazione naturale, massa, spessori, logge, corti, materiali locali non è necessariamente nostalgia, è ingegneria climatica con una faccia antica. È come usare una bicicletta in città: non è regresso, è intelligenza del sistema. La differenza è che l’innovazione, qui, non sta nella silhouette ma nelle prestazioni, nei dettagli, nella logistica, nella capacità di far funzionare un edificio per trent’anni senza chiedere perdono al pianeta. Solo che la prestazione non si fotografa bene: l’acustica non fa rendering, l’aria pulita non ha texture, la manutenzione non ha un hashtag seducente. E quando l’innovazione si sposta sotto la pelle, la pelle può permettersi di essere sobria, perfino “vecchia”, perché la vera novità è nel metabolismo. Questa è forse la chiave: la modernità si è spostata dal visibile all’invisibile. Le archistar storiche ti davano una forma che potevi ricordare a occhi chiusi; molte figure contemporanee cercano una forma che non faccia male, che non sprechi, che non escluda, che non imponga. È una creatività più vicina alla medicina che alla scultura: non vuole lasciare una cicatrice spettacolare, vuole che il corpo città stia meglio. E l’ego dell’autore, che prima era quasi parte del pacchetto, oggi viene spesso percepito come un problema politico. Il progetto “firmato” rischia di suonare come un atto di appropriazione: di risorse, di spazio, di attenzione. In un’epoca sensibile alla distribuzione, la figura del genio solitario non scompare perché non esiste, ma perché è meno digeribile. Perfino quando il talento ha una voce potente, viene spinto a parlare in coro. Se guardiamo bene, però, una nuova generazione di protagonisti sta emergendo con caratteristiche diverse. Non sempre hanno un linguaggio formale unico, perché lavorano in più contesti e con più vincoli; ma hanno un’ossessione ricorrente, solo che non è una curva o un materiale, è un tema: la trasformazione dell’esistente, il diritto all’abitare, l’edificio come infrastruttura sociale, il paesaggio come progetto, la materia come scelta politica. Il loro “stile” non è un abito, è un metodo. E il metodo è meno erotico del titanio, ma molto più contagioso: può essere copiato, adattato, migliorato. Se l’archistar di ieri era un’eccezione, l’architetto influente di oggi può essere una regola, o meglio un protocollo di buone ossessioni. 

La nuova scena dell’architettura è qui dentro: luce, comfort, materia e silenzio.
La nuova scena dell’architettura è qui dentro: luce, comfort, materia e silenzio.

Qui c’è un’altra ragione per cui sembrano “meno nuovi”: spesso evitano l’unicità per principio. Non vogliono inventare un oggetto irripetibile, vogliono inventare un modo di fare replicabile, perché la crisi non si risolve con un capolavoro, si risolve con mille edifici normali fatti bene. È un cambio di ambizione: dall’opera al sistema. Il paradosso è che proprio questa trasformazione rende più difficile riconoscerli. La star di ieri aveva una maschera: la si vedeva anche da lontano. La star di oggi assomiglia spesso a un buon amministratore della complessità, e la complessità non ha un volto unico. Non è nemmeno detto che il volto serva: molti studi funzionano come collettivi, o come costellazioni di competenze dove l’autorialità è diffusa. È un modello che rispecchia il mondo reale, ma che toglie carburante al mito. Il pubblico ama le storie con un protagonista; la città, invece, si costruisce più spesso con un cast, e spesso con un cast che non sale sul palco. Qui entra in scena un territorio che per una rivista di interni è fondamentale: se l’archistar deve rinascere, potrebbe farlo non tanto con il monumento urbano quanto con l’esperienza quotidiana. Il campo degli interni è diventato l’avamposto dove si vede il futuro prima che diventi legge. Negli interni si misura la qualità dell’aria, si addomestica l’acustica, si ridisegnano le abitudini energetiche, si sperimentano materiali bio-based, si pratica la circolarità con componenti smontabili, si scopre che il vero lusso è poter parlare senza urlare e dormire senza surriscaldarsi. L’interno è urbanistica in scala 1:1: lì capisci se una città funziona, perché capisci se funziona un corridoio, una soglia, una cucina, un bagno, un angolo di luce. E qui torna utile la lezione, non la forma, delle vecchie archistar: l’idea ricorrente. Solo che oggi l’idea ricorrente potrebbe essere la cura. Un progettista capace di rendere desiderabile la manutenzione, di far venire voglia di riparare invece che sostituire, di trasformare l’efficienza in bellezza sensoriale, di fare del comfort un fatto culturale e non un optional tecnico, potrebbe avere un impatto più profondo di un museo fotografatissimo. Il problema è che non abbiamo ancora imparato a celebrare quel tipo di creatività con la stessa intensità con cui celebravamo il gesto; siamo ancora un po’ adolescenti, innamorati delle acrobazie, quando la maturità dell’abitare chiede equilibrio. Quindi sì, è vero: manca la nuova generazione di archistar “pop” nel senso novecentesco, e non perché i giovani siano meno bravi, ma perché la definizione di “differenza” si è spostata. Prima fare la differenza significava imporre una forma nuova nello skyline; oggi significa spesso ridurre un impatto, redistribuire un comfort, rendere robusto un luogo, far funzionare un edificio con meno energia e più dignità. È una differenza meno telegenica ma più reale. La domanda, allora, non è dove siano finite le archistar, ma che cosa stiamo chiedendo all’architettura di essere. Se continuiamo a cercare l’eroe che piega il metallo come un mago, vedremo solo ottantenni, perché quell’epoca appartiene a un’altra fisica. Se invece accettiamo che la nuova creatività stia nel far sembrare semplice ciò che è complesso, nel far sembrare naturale ciò che è progettato, nel far sembrare “vecchio” ciò che è finalmente compatibile con il futuro, allora le stelle giovani non sono scomparse: siamo noi che dobbiamo reimparare a vederle. È un’architettura meno da selfie e più da salute pubblica, e il paradosso è che proprio questo la rende più necessaria. E quando la necessità guida, la bellezza cambia voce. E magari, con un po’ di ironia cosmica, scoprire che l’archistar del prossimo decennio non sarà quella che urla più forte, ma quella che riesce a farci vivere meglio senza alzare la voce.

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