Un riconoscimento alla leadership culturale e ambientale

di Piero Luigi Carcerano. Presidente Commissione Inbar ed Editoria

C’è un momento, nella storia di ogni istituzione culturale, in cui il riconoscimento che essa conferisce a una persona torna come specchio sulla propria identità: il Premio Anassilaos, assegnato ad Anna Carulli per l’architettura, è uno di questi momenti. Non è semplice onorificenza, né calendario di buone maniere; è piuttosto un dispositivo critico, un’occasione per mettere a fuoco la funzione dell’architettura nel corpo vivo della società e, in controluce, la coerenza di un percorso intellettuale e civile. Carulli, che guida l’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, appare qui non come emblema di una disciplina angusta, ma come l’interprete di una responsabilità estesa, che sposta l’asse dell’architettura dalla celebrazione formale alla costruzione di senso nello spazio comune. Il premio, nella tradizione che evoca il nome di Anassilao e la lezione della polis magnogreca, riafferma che l’architettura non è primariamente illustrazione estetica del potere o vetrina di tecnologie, bensì arte politica nel senso pieno del termine: tecnica della convivenza, grammatica del luogo, etica del limite.

In tempi in cui la parola sostenibilità rischia di ridursi a slogan privo di corpo, la cifra del lavoro di Carulli si riconosce nell’insistenza metodica con cui ha ricucito teoria e prassi, programma e cantiere, previsione e manutenzione. Non la sostenibilità come veste leggera, sovrapposta a posteriori all’edilizia consueta, ma la sostenibilità come premessa progettuale, come condizione di partenza che informa il disegno dei pieni e dei vuoti, la selezione dei materiali, l’organizzazione dei cicli energetici, le economie di cantiere, l’educazione degli utenti finali. Non è un repertorio di soluzioni, ma un modo di pensare: la bioarchitettura come nuova grammatica della realtà costruita, capace di tenere insieme la scienza dei sistemi e la memoria dei luoghi, la misura del dettaglio e il respiro del paesaggio. In questa prospettiva la figura dell’architetto recupera la dignità del mediatore: tra domanda sociale spesso confusa e offerta tecnologica sovrabbondante, tra gli interessi in lotta e l’interesse di tutti, tra il breve termine dell’economia e il lungo termine dell’ambiente.

Chi ha letto gli scritti classici sulla città sa che il progetto non è mai mera combinazione di volumi, ma istituzione di regole, proposta di costumi. Carulli, in quanto presidente di un istituto che da anni lavora sulla diffusione della cultura ambientale, ha restituito all’architettura quella funzione pedagogica che molti ritenevano perduta; e lo ha fatto con l’ostinazione dell’artigiano e la pazienza del seminatore, consapevole che ogni trasformazione duratura dello spazio esige una trasformazione delle coscienze. La cultura del progetto non si impartisce dall’alto con editti, né si delega alla sola inventiva di pochi autori: richiede dispositivi di formazione, reti di ricerca, standard aperti, esperimenti pubblici, e soprattutto una lingua comprensibile, che spieghi perché un dato materiale conviene non solo per il bilancio ma per la salute, perché un dato orientamento non è scelta capricciosa ma economia di luce, perché un dato rapporto tra vuoti e pieni non è capriccio plastico ma idraulica urbana, acustica civile, microclima che riguarda la qualità della vita di bambini e anziani, di chi lavora e di chi passeggia. Restituire questa lingua a cittadini e amministratori significa ricostruire il patto tra architettura e democrazia.

L’Anassilaos, celebrato a Reggio Calabria, amplifica il senso di questo patto collocandolo dove il Mediterraneo è insieme frontiera e cerniera. Nel baricentro culturale che fu della Magna Grecia la topografia non è un fondale, ma il primo maestro: orografia, venti, salinità dell’aria, luce radente e ombre densissime, rischio sismico, dinamiche delle acque. Premiare qui una visione che riconduce l’architettura alle sue ragioni fisiche e civiche significa ricordare che il progetto è sempre un’interpretazione del sito, che non esiste forma senza clima, né quartiere senza infrastrutture lente, né nuova costruzione senza conto esatto dell’esistente. In questa geografia severa la bioarchitettura non è dettata moralistica ma intelligenza del contesto: gestione delle risorse idriche come questione di giustizia, uso della vegetazione come tecnologia di mitigazione e non come decorazione, recupero del costruito come dovere prima che virtù, e ancora il rapporto con il suolo inteso come patto di reciprocità e non come sfruttamento illimitato. È una grammatica mediterranea che non teme la memoria e non idolatra il pittoresco; assume la tradizione con franchezza, ne distilla i principi e li traduce nella precisione normativa, nel dettaglio esecutivo, nella didattica per i professionisti e nelle guide per i cittadini.

Tutto questo chiede una figura direzionale capace di tenere il timone mentre la nave cambia assetto. Carulli ha saputo farlo con una leadership che non si confonde con la retorica dell’eroe solitario: ha costruito reti, alimentato capitoli territoriali, aperto tavoli con università e ordini, promosso linee guida, talvolta difendendo con fermezza l’autonomia culturale dell’istituto, talaltra offrendola come piattaforma di collaborazione. La qualità di una presidenza si misura dalla capacità di far crescere gli altri: gruppi di giovani progettisti che imparano a leggere i capitolati con sguardo ambientale, amministratori che incontrano il lessico dei bilanci energetici senza sentirsi esclusi, artigiani che vedono riconosciuta la loro sapienza nella filiera corta dei materiali locali, imprese che riscoprono il valore dell’innovazione sobria, quella che non fa rumore ma fa risparmiare sprechi. La leadership è anche amministrazione del tempo: produrre risultati nel breve per non perdere consenso, ma investire nel medio e nel lungo per evitare l’ennesima, inutile rincorsa. In questa doppia scala sta la nobiltà del ruolo pubblico dell’architetto che dirige un’istituzione.

Il premio, a sua volta, funziona qui come un sismografo: rileva un movimento reale e lo rende leggibile. In un paese dove spesso si confonde la qualità con il clamore e la novità con la moda, un riconoscimento che premia la coerenza, la continuità, l’affinamento dei metodi ha una funzione terapeutica. Ricorda che l’innovazione non coincide con la sorpresa, che il futuro non è un gesto ma una procedura, e che le metamorfosi urbane davvero durature sono la somma di dettagli esatti. La bioarchitettura, quando non è bandiera ideologica, è esattamente questo: scienza dell’aderenza, arte della misura, capacità di orientare la tecnica senza adorarla, per costruire quell’equilibrio dinamico che i sistemi naturali insegnano e le città spesso dimenticano. Il premio restituisce dignità a un lavoro paziente, fatto di norme interpretate non come vincoli punitivi ma come il luogo d’invenzione in cui la creatività accetta la prova della responsabilità.

C’è poi un tema di immaginario, che riguarda la cultura collettiva dell’abitare. L’azione di Carulli ha spostato l’immagine dell’architettura sostenibile dalla favola del “verde addossato” alla realtà della qualità ambientale: comfort termo-igrometrico, qualità dell’aria interna, illuminazione naturale non abbagliante, acustica che non stanca, materiali non nocivi, manutenzione programmata, cicli di vita dei componenti, economia circolare intesa non come rito ma come progetto. È una metamorfosi dell’estetica: la bellezza non coincide con la superficie dell’oggetto ma con la sua prestazione nel tempo, con la sua capacità di restare civile. Un edificio bello non è quello che suscita stupore fotografico nel giorno dell’inaugurazione, bensì quello che, a dieci anni, ha consumi ridotti, invecchia bene, sostiene la socialità, non satura lo sguardo, non ferisce il paesaggio. È un’estetica della responsabilità, che non rifiuta la forma ma la subordina all’etica dell’uso.

In questa prospettiva la figura professionale di Carulli ha esercitato una funzione curatoriale sull’idea stessa di progetto: ha mostrato che curare significa prendersi carico dell’intero ciclo, dall’analisi alla dismissione, e che la cultura è una forma di manutenzione del mondo. Curare significa anche difendere il diritto al metodo contro le scorciatoie dell’improvvisazione, mantenere lo spazio pubblico al riparo da concessioni rumorose, ricordare che il paesaggio è un bene comune e non un fondale per l’industria dell’evento. L’istituzione che presiede, attraverso convegni, linee guida, corsi di formazione, iniziative interdisciplinari, ha reso l’architettura di nuovo una pratica discorsiva, dove si tiene insieme la precisione tecnica e la chiarezza politica, l’interesse della comunità e il mestiere del progettista. Quando un premio intercetta questa trama, non premia una persona soltanto, ma un’idea matura di disciplina.

Reggio Calabria, con la sua condizione di soglia, è il teatro più adatto per dichiarare tutto ciò: qui la città è costretta a pensarsi come sistema di relazioni, perché ogni confine la attraversa; qui si comprende che l’architettura è geografia applicata, che la protezione civile non è un capitolo separato ma un criterio di progetto, che il clima mediterraneo è una risorsa da governare e non una fatalità da subire. Il Premio Anassilaos restituisce dignità alla storia locale precisamente dando valore universale al suo insegnamento: costruire è responsabilità verso il suolo, il mare, l’aria, la luce; è cultura lunga che filtra il nuovo attraverso la continuità. Se il riconoscimento ad Anna Carulli ha un significato che oltrepassa la celebrazione, è perché invita l’intero corpo professionale a questa serietà: fare della sostenibilità non un adesivo ma una competenza, non un obbligo ma una scelta consapevole, non un costo ma un investimento nella qualità civile.

Non c’è conclusione che valga più di un impegno: proseguire su questa linea significa consolidare la filiera della formazione, rafforzare la ricerca applicata, migliorare i protocolli, accompagnare le amministrazioni nella pianificazione, dare strumenti ai cittadini, sostenere la sperimentazione che riduce gli sprechi e aumenta la bellezza d’uso. Il premio, nella misura in cui mette al centro una presidenza che ha saputo essere al tempo stesso rigore e ascolto, dice che l’architettura italiana può ritrovare la sua missione storica: essere arte civile, organizzazione dello spazio pubblico, sapere pratico che tiene unita la tecnica con l’umanesimo. A questa missione Anna Carulli ha dato una forma riconoscibile: non quella del gesto isolato, ma quella di una trama che include, forma, coordina, orienta. Il Premio Anassilaos la riconosce e, riconoscendola, ci consegna un orizzonte: una città che non finge di essere natura, ma apprende dalla natura il principio della compatibilità; un progetto che non si esaurisce nella novità, ma si misura con la durata; un’architettura che torna a essere promessa di cittadinanza. In questa promessa c’è il valore del premio e la sostanza di una vita professionale spesa con intelligenza tenace, dove l’onore del riconoscimento non è un punto d’arrivo, ma la conferma pubblica di un lavoro che continua.

Intervista all’Architetto Anna Carulli

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