Spero che le parole del Maestro Riccardo Muti siano, come spesso accade nel mondo del giornalismo, state travisate e che le sue parole siano state estratte fuori contesto: perché nessuno crede ci sia un contrapposizione, non c’è mai stata, tra musica “dotta” (e uso non a caso gli apostrofi) o classica e musica pop. 

Muti probabilmente voleva porre attenzione rispetto al Ministero di seguire la vicenda della vendita della casa di Lorenzo Da Ponte. Non è stata però felice questa sua contrapposizione, se veramente c’è stata.

Se il maestro Muti fosse vissuto ai tempi di Salieri, probabilmente avrebbe visto Mozart come un rivoluzionario, un poco di buono, un tipo “scomodo”.

Contrapporre musicalmente un gruppo che ha successo con la cultura, significa dire che tutto ciò che ha successo non è cultura. E che la cultura non ha successo. Dunque significa svalorizzare la cultura. Ma la “Cultura” che cos’è?

Ci spiace contraddire il “Maestro”, ma la cultura popolare è sicuramente considerata parte della cultura in generale. La cultura popolare si riferisce ai gusti, alle pratiche e alle preferenze che prevalgono tra la gente comune in un dato momento.

Questa può includere musica, moda, linguaggio, modi di divertimento, tradizioni, e altri aspetti della vita quotidiana che sono ampiamente accettati e praticati all’interno di una società o tra diversi gruppi sociali. La cultura popolare si differenzia spesso dalla cultura elitaria o “alta”, che può essere associata a forme d’arte più tradizionali, istruzione superiore e pratiche sociali di una classe sociale più elevata.

Tuttavia, entrambe le forme di cultura sono importanti per comprendere la complessità e la diversità delle esperienze umane.

L’intrattenimento popolare? Era argomento al top delle classifiche già dai tempi dell’Antica Roma

La discussione sulle notizie che riguardano i Maneskin rispetto alla musica classica e le dichiarazioni di Riccardo Muti tocca un tema molto ampio e storico: la prevalenza della cultura popolare nei media rispetto alle forme d’arte più tradizionali o erudite. Questa tendenza non è una novità del nostro tempo, ma piuttosto una caratteristica costante nella storia della cultura e dei media.

Fin dai tempi antichi, le forme di intrattenimento popolare hanno sempre avuto un impatto più immediato e diffuso sulla società rispetto alle espressioni culturali più elevate o complesse. Nell’antica Roma, ad esempio, gli spettacoli di gladiatori e le gare di carri erano eventi molto più popolari e seguiti rispetto alle letture di poesie o alle rappresentazioni teatrali classiche. Questo perché la cultura popolare ha il potere di raggiungere e coinvolgere un pubblico molto più vasto, spesso offrendo un intrattenimento immediato e accessibile.

Nel contesto moderno, il fenomeno è simile. Gruppi come i Maneskin, con la loro musica e il loro stile, riescono a catturare l’attenzione di un pubblico globale, generando un impatto significativo sui social media e nei media tradizionali. Questo non significa che la musica classica o le altre forme d’arte erudite siano meno importanti, ma semplicemente che hanno un approccio e un pubblico differente, spesso più di nicchia e meno incline a creare fenomeni di massa immediati.

Le dichiarazioni di Riccardo Muti sulla necessità di non dimenticare le radici musicali e culturali italiane sono estremamente importanti. Tuttavia, il modo in cui i media scelgono di presentare le notizie è spesso guidato dalla ricerca di un’immediata reazione del pubblico, il cosiddetto “clickbait”. Questa tendenza a privilegiare ciò che è immediatamente accattivante o controverso è una caratteristica del giornalismo moderno, dove l’attenzione del pubblico è una risorsa limitata e molto contesa.

La situazione evidenziata riguardo alla copertura mediatica di Maneskin rispetto a tematiche più profonde come quelle sollevate da Muti riflette quindi una realtà più ampia: i media tendono a enfatizzare ciò che è popolare, immediato e di facile consumo, a discapito di temi più complessi o meno immediatamente ‘vendibili’. Questo non è un fenomeno nuovo, ma piuttosto un aspetto intrinseco di come la cultura popolare e i media hanno sempre interagito.

Chi la fa la storia? 

Lo stesso Prof. Alessandro Barbero ha dichiarato più volte che dal punto di vista storico, che  dal punto di vista culturale sapere cosa provata una contadina del IX secolo al tempo di Carlo Magno quando scopriva di essere incinta, è altrettanto importante del sapere perché Napoleone ha perso la battaglia di Waterloo!

Per quanto riguarda il rapporto tra le generazioni, è comune che le generazioni più anziane guardino ai giovani con una certa dose di scetticismo o critica. Questo fenomeno, talvolta definito come “svalorizzazione dei giovani” o “gap generazionale”, può essere attribuito a diversi fattori.

Le vecchie generazioni percepiscono i cambiamenti nei comportamenti, nelle credenze o nelle abitudini dei giovani come una minaccia o un allontanamento dalle tradizioni e dai valori che considerano importanti.

Inoltre, le differenze nelle esperienze di vita, nell’educazione e nell’esposizione alle nuove tecnologie possono creare divergenze di vedute e di valutazione.

Cosa direbbe oggi Mozart ad esempio dei Queen? 

Se Wolfgang Amadeus Mozart fosse vivo oggi e ascoltasse la musica dei Queen, siamo sicuri che con molta probabilità sarebbe rimasto affascinato dalla loro creatività e dal loro talento. Mozart, noto per la sua genialità e innovazione musicale, potrebbe apprezzare la fusione unica di generi musicali, la complessità delle armonie e la maestria lirica dei Queen. Inoltre, potrebbe essere interessato dall’uso della tecnologia moderna nella produzione musicale, che offre possibilità che non erano disponibili nel suo tempo. Sappiamo che è solo speculazione, ma non dimentichiamo che se oggi fosse vivi i detrattori di Mozart, i loro schiamazzi da “zoticoni del loggione” avrebbero disturbato i cantanti. Allora i “social” erano i teatri. Oggi lo sono i social.

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Giornalista scientifico. Dopo gli studi al Politecnico di Torino, laurea in ingegneria, e un Master in Scienze della Comunicazione svolge le sue prime docenze presso la Facoltà di Architettura, all’Università di Torino e all’Università Statale di Milano su materie legate alla comunicazione digitale e alla progettazione CAD architettonica. Nel 1998, sotto la supervisione del direttore del laboratorio modelli reali e virtuali, realizza l’opera multimediale vincitrice del Premio Compasso d’Oro Menzione d’Onore. Ha collaborato e diretto da oltre 20 anni decine di testate giornalistiche. Ha pubblicato due libri sulla comunicazione digitale di impresa ed è stato relatore di tesi al Matec – Master in Progettazione e Management del Multimedia per la Comunicazione (Torino) e all’estero (Miami, USA). Attualmente insegna comunicazione digitale e nuovi media, giornalismo scientifico e materie legate alla progettazione architettonica e al design Contatti Email: info@interiorissimi.it

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