In Paesi con un mercato libero, le imprese sono costantemente motivate a scoprire modalità innovative per migliorare l’efficienza della loro produzione, riducendo l’utilizzo di materie prime. Questo aspetto è parte integrante del funzionamento di un’economia di libero mercato, dove la competizione spinge le aziende a trovare soluzioni più efficienti e sostenibili per raggiungere i loro obiettivi di produzione.

Al contrario, si è osservato che il degrado ambientale spesso ha raggiunto livelli più gravi nei paesi che un tempo adottavano sistemi socialisti. Questo può essere attribuito a vari fattori, tra cui la mancanza di incentivi economici per l’innovazione e l’efficienza, la mancanza di proprietà privata e l’allocazione inefficace delle risorse. In molti casi, gli Stati socialisti hanno mostrato carenze nella gestione ambientale e nell’adozione di tecnologie pulite, poiché non erano guidati dalla competizione e dalla ricerca del profitto tipiche delle economie di libero mercato.

Lo studio 

Per oltre vent’anni, gli studiosi dell’Università di Yale hanno pubblicato l’Indice di Prestazione Ambientale (EPI), una valutazione che classifica i paesi in base alla salute ambientale e alla vitalità degli ecosistemi. Una comparazione può essere tracciata tra l’EPI e l’Indice di Libertà Economica della Heritage Foundation, che misura la libertà economica globale dal 1995. Quest’ultimo indice, anche noto come “Indice del capitalismo”, valuta il livello di libertà economica in 178 nazioni.

I paesi sono suddivisi in cinque categorie: “Libero”, “Quasi libero”, “Moderatamente libero”, “Quasi non libero” e “Represso”. Confrontando i due indici, i ricercatori della Heritage Foundation hanno scoperto che i paesi con livelli più elevati di libertà economica mostrano anche un maggiore impegno per l’ambiente. Al contrario, gli Stati classificati come “Quasi non liberi” e “Repressi” hanno le peggiori performance ambientali.

L’economista Daniel Fernández Méndez ha sollevato una possibile obiezione: i paesi con libertà economica estesa potrebbero spostare l’inquinamento industriale verso nazioni meno sviluppate, mantenendo le industrie “pulite” all’interno dei propri confini. Tuttavia, secondo i dati analizzati, sembra che il capitalismo si adatti all’ambiente. Una maggiore libertà economica sembra correlare con migliori indicatori di qualità ambientale, e non sembra che i paesi “verdi” esportino il loro inquinamento tramite spostamenti di industrie.

Un esempio significativo è la differenza tra la Germania Ovest capitalista e la Germania Est socialista. Nel 1989, la DDR emetteva molto più inquinamento rispetto alla Repubblica Federale. Questo suggerisce che il socialismo potrebbe avere un impatto ambientale più negativo rispetto al capitalismo.

Quando si tratta della crescita economica, alcune persone si interrogano se essa abbia un impatto negativo sull’ambiente. Tuttavia, secondo lo scienziato Andrew McAfee, la crescita economica non è necessariamente collegata all’aumento del consumo di risorse naturali. Numerosi beni primari dimostrano una diminuzione nel loro consumo nonostante la crescita economica, grazie all’efficienza delle aziende nell’uso delle materie prime.

L’innovazione spesso promuove una “de materializzazione” o “miniaturizzazione” dei prodotti, come nel caso degli smartphone, che includono funzioni che in passato richiedevano dispositivi separati. Questi sviluppi sono guidati dall’efficienza economica, poiché le aziende cercano di ridurre i costi.

In conclusione, la storia ha dimostrato che le economie pianificate non hanno risolto i problemi, ma sono spesso state associate a questioni ambientali. Al contrario, il capitalismo e le sue innovazioni hanno contribuito a risolvere problemi, compresi quelli ambientali. Pertanto, eliminare il capitalismo per affrontare il cambiamento climatico sembra un’ipotesi poco sensata.

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