Nel panorama culturale contemporaneo, segnato da una crescente accelerazione comunicativa e da una progressiva trasformazione delle modalità di fruizione artistica, emergono sempre più frequentemente progetti che tentano di ridefinire il ruolo dell’arte nella società. Non più solo oggetto da contemplare in spazi istituzionali o simbolo di investimento economico, ma esperienza viva, quotidiana, capace di incidere realmente sulla costruzione dell’identità individuale e collettiva.
È in questa direzione che si colloca “L’arte in prima persona”, progetto socio-editoriale promosso da Schiavi S.p.A. in collaborazione con CRAMUM e sotto la direzione editoriale e creativa di Sabino Maria Frassà. L’iniziativa, che accompagnerà tutto il 2026 attraverso contenuti mensili pubblicati sui canali digitali delle due realtà, rappresenta molto più di una rassegna artistica: si configura come un esperimento culturale che interroga il significato stesso del mecenatismo contemporaneo e la relazione tra arte, impresa e abitare.
Dal mecenatismo storico alla responsabilità culturale contemporanea
Il termine mecenatismo evoca inevitabilmente una tradizione italiana profonda, radicata nel Rinascimento, quando il sostegno economico agli artisti costituiva uno strumento di prestigio politico e culturale. Tuttavia, nel XXI secolo, il concetto ha assunto forme nuove, più complesse e meno gerarchiche.
Nel caso di “L’arte in prima persona”, la scelta di Schiavi S.p.A. — storica impresa lombarda attiva nel settore della costruzione e progettazione edilizia — non nasce da un’esigenza di branding culturale, ma da una riflessione più ampia sul significato del costruire. Come emerge dal comunicato, costruire non equivale soltanto a realizzare edifici: significa contribuire alla creazione di contesti sociali e culturali duraturi, luoghi nei quali la vita quotidiana prende forma e memoria.
In questo senso, il progetto rappresenta un esempio significativo di Corporate Social Responsibility applicata alla cultura. L’impresa non assume il ruolo di editore né di mediatore commerciale, ma quello di facilitatore: mette a disposizione infrastrutture comunicative, risorse e visibilità senza interferire nella linea curatoriale.
È una distinzione fondamentale. In un momento storico in cui molte collaborazioni tra arte e azienda rischiano di trasformarsi in operazioni di marketing culturale, qui l’impresa sceglie consapevolmente di arretrare, lasciando autonomia critica e progettuale agli artisti e alla direzione artistica.
CRAMUM e la costruzione di una comunità artistica
Partner centrale dell’iniziativa è CRAMUM, realtà non profit impegnata dal 2012 nel sostegno alle eccellenze artistiche emergenti e consolidate. Il nome stesso — dal latino crema, la parte migliore — rivela un’intenzione precisa: individuare e valorizzare quelle ricerche artistiche che, pur riconosciute dagli addetti ai lavori, non hanno ancora raggiunto una diffusione ampia presso il pubblico.
Nel corso degli anni, CRAMUM ha sviluppato una metodologia curatoriale fondata su tre principi chiave:
- talent scouting internazionale;
- accessibilità culturale;
- costruzione di comunità attraverso l’arte.
“L’arte in prima persona” rappresenta una naturale evoluzione di questo percorso. Non si tratta semplicemente di presentare opere, ma di restituire il processo creativo, spesso invisibile nelle narrazioni mainstream dell’arte contemporanea.
Secondo la visione di Sabino Maria Frassà, l’arte non deve essere semplificata per essere compresa; deve invece essere raccontata con chiarezza e rigore, offrendo strumenti interpretativi che permettano al pubblico di sviluppare una relazione personale e consapevole con le opere.
L’arte raccontata dagli artisti: una rivoluzione narrativa
La vera innovazione del progetto risiede nel linguaggio.
In un ecosistema mediatico dominato da immagini rapide, slogan e contenuti consumabili in pochi secondi, “L’arte in prima persona” sceglie deliberatamente la strada opposta: restituire tempo all’arte.
Ogni mese, artisti provenienti da diverse aree geografiche e culturali saranno invitati a raccontare direttamente il proprio lavoro attraverso contenuti digitali originali. Non interviste promozionali né presentazioni istituzionali, ma narrazioni intime e riflessive che affrontano materiali, errori, intuizioni e dubbi.
Gli undici artisti coinvolti — provenienti da Taiwan, Germania, Giappone, Regno Unito, Francia, Argentina, Stati Uniti e Italia — rappresentano una selezione volutamente eterogenea per linguaggi, generazioni e percorsi di carriera. Tra loro figurano Liu Chien-Kuang, Ingar Krauss, Kaori Kurihara, Wolfe von Lenkiewicz, Fulvio Morella, Leo Orta, Paola Pivi, Betty Salluce, Carla Tolomeo, Emilio Fuentes Traverso e TTOZOI.

Questa pluralità riflette una precisa posizione curatoriale: il valore dell’arte non risiede nello status dell’artista ma nella qualità della ricerca. Il progetto rifiuta dunque gerarchie rigide tra emergente e affermato, privilegiando autenticità e coerenza poetica.
Dal museo alla casa: una nuova cultura dell’abitare
Uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa riguarda il dialogo tra arte contemporanea e cultura dell’abitare.
Storicamente, l’arte è stata associata a luoghi separati dalla vita quotidiana: musei, gallerie, fondazioni. “L’arte in prima persona” tenta invece di riportarla nello spazio domestico, non come decorazione ma come presenza esistenziale.
La casa diventa così uno spazio culturale attivo. L’opera non è più un elemento ornamentale scelto per armonizzarsi con l’arredo, ma un interlocutore quotidiano capace di generare pensiero, confronto e persino disaccordo. Il progetto insiste su un punto cruciale: non tutto deve piacere a tutti. Comprendere un’opera significa anche poterla rifiutare consapevolmente, dopo averne colto il senso.
Questa prospettiva ridefinisce il rapporto tra spettatore e arte, trasformando la fruizione in un atto di responsabilità culturale.

Il digitale come spazio culturale
Un altro elemento significativo è la scelta del web e dei social media come piattaforma primaria del progetto.
Negli ultimi anni, il digitale è diventato uno spazio imprescindibile tanto per l’attività imprenditoriale quanto per quella artistica. Tuttavia, spesso la comunicazione online privilegia la velocità a scapito della profondità.
“L’arte in prima persona” prova a ribaltare questa dinamica: utilizzare gli stessi strumenti digitali per costruire contenuti lenti, riflessivi e stratificati. In questo senso, il progetto rappresenta anche una riflessione sul futuro della critica d’arte e della divulgazione culturale.
Non più mediazione verticale tra esperti e pubblico, ma dialogo diretto tra artista e spettatore.
Il digitale diventa quindi uno spazio relazionale, capace di generare comunità attorno al pensiero artistico piuttosto che alla semplice visibilità.
Arte e impresa: una relazione in trasformazione
L’iniziativa solleva anche una questione più ampia: quale può essere oggi il ruolo dell’impresa nella produzione culturale?
Nel Novecento, il rapporto tra arte e azienda è stato spesso ambivalente: da un lato sostegno economico fondamentale, dall’altro rischio di strumentalizzazione estetica. Il progetto promosso da Schiavi S.p.A. suggerisce un modello alternativo, basato su tre principi:
- libertà dell’arte;
- responsabilità sociale dell’impresa;
- creazione di valore culturale a lungo termine.
L’azienda agisce come abilitatore culturale, favorendo la circolazione delle idee senza appropriarsene. È una posizione che rispecchia una crescente consapevolezza nel mondo imprenditoriale europeo: la cultura non è un accessorio reputazionale, ma parte integrante dello sviluppo sostenibile delle comunità.

Tempo, scelta e consapevolezza
Al centro di “L’arte in prima persona” emerge un tema ricorrente: il tempo.
Tempo necessario alla creazione artistica, alla comprensione, alla scelta. In un mercato dell’arte sempre più dominato da dinamiche speculative e da cicli rapidissimi di attenzione mediatica, il progetto propone un gesto quasi controcorrente: rallentare.
La scelta di un’opera diventa così un processo esistenziale. Non un acquisto impulsivo, ma un incontro destinato a durare nel tempo, capace di accompagnare la vita quotidiana e trasformarsi insieme a chi la vive.
Questa visione riconduce l’arte alla sua funzione originaria: generare senso.
Verso un ecosistema culturale condiviso
“L’arte in prima persona” può essere letto come un laboratorio culturale che mette in relazione tre soggetti tradizionalmente separati:
- l’artista,
- l’impresa,
- il pubblico.
Il progetto non mira alla vendita delle opere né alla costruzione di una piattaforma commerciale. L’obiettivo dichiarato è attivare un cambiamento interiore, un movimento emotivo e intellettuale che renda l’arte parte integrante della vita quotidiana.
In questo senso, l’iniziativa suggerisce un possibile modello per il futuro delle politiche culturali: un ecosistema nel quale istituzioni, imprese e organizzazioni non profit collaborano per favorire accesso, comprensione e partecipazione.



























