Intervista a Claudio Fassini Direttore Area Transportation & Car Design di SPD – Scuola Politecnica di Design
Nel progetto dell’automobile si sta consumando una trasformazione silenziosa e radicale: non cambia solo l’oggetto, cambia il modo stesso di immaginarlo. La digitalizzazione (simulazione, data-driven design, strumenti di AI), l’aumento della complessità industriale e l’ibridazione delle competenze stanno riscrivendo processi, ruoli e, soprattutto, la formazione: oggi un car designer è chiamato a tenere insieme visione, cultura tecnica e capacità di dialogo con discipline diverse, senza perdere il nucleo umano del progetto – intuizione, misura, responsabilità.
In questo scenario, la voce di Claudio Fassini è particolarmente preziosa perché unisce esperienza professionale internazionale e lunga pratica didattica. Designer e docente, con un Master of Arts in Design al Royal College of Art di Londra, ha attraversato oltre tre decenni di progetti per aziende e marchi di primo piano (tra cui Philips, Fiat, McLaren, Studio Sowden, Whirlpool, Hyundai, Rolex, AGV Helmets, Porsche, Bosch). La sua attività copre l’intero ciclo di vita del progetto – dall’analisi di mercato al concept, dallo sviluppo alla produzione – spesso guidando team internazionali e multidisciplinari.
Da più di 15 anni collabora con SPD Scuola Politecnica di Design, dove si occupa di rappresentazione 2D, sketching, rendering digitale, modellazione 3D e tutoraggio nei corsi di transportation e car design; è inoltre responsabile del Dipartimento di Transportation e Car Design della scuola. Questa intervista nasce per esplorare, con lui, il punto di equilibrio tra trasformazione digitale, multidisciplinarità e formazione: non come slogan, ma come questione concreta che sta ridefinendo competenze e responsabilità nel design dell’auto.
Le domande che seguono cercano di capire non solo quali strumenti stiamo adottando, ma quale idea di designer stiamo formando.
Equilibrio tra digitale, multidisciplinarità e formazione
Nel car design contemporaneo, dove si colloca per lei il punto di equilibrio tra trasformazione digitale (simulazione, strumenti, AI), lavoro multidisciplinare e formazione? Qual è il rischio principale quando uno di questi tre fattori prende il sopravvento sugli altri?
Siamo in una fase di profonda trasformazione: gli strumenti digitali sono oggi necessari, ma non siamo ancora in un momento in cui sia possibile abbandonare completamente le metodologie di approccio tradizionali. Il punto di equilibrio non è definibile a priori, ma si sposta di volta in volta in base alla natura del progetto, all’attitudine dei progettisti e alle aspettative del mercato.
La multidisciplinarità è ormai una condizione imprescindibile, sia in termini di strumenti utilizzati, sia nella capacità di bilanciare le esigenze di tutte le parti coinvolte, dal marketing e dalla comunicazione all’ingegneria e allo sviluppo tecnologico. In questo contesto è fondamentale che il designer abbia una formazione adeguata e la capacità di interfacciarsi, collaborare e dialogare in modo efficace con tutte le figure coinvolte nel processo.
Per raggiungere questo obiettivo non è sufficiente l’apprendimento degli strumenti: è necessario costruire una modalità di pensiero che permetta di integrare competenze diverse in un solido pensiero progettuale.
Il nostro obiettivo è fornire agli studenti strumenti e metodi che, pur rispondendo alle esigenze dell’oggi, li rendano competitivi e consapevoli nel mercato di domani.
Il profilo “ibrido” che serve davvero
Si parla spesso di designer “ibridi”. Che cosa significa in pratica, oggi? Quali competenze devono necessariamente convivere nel singolo professionista e quali invece è più sano che restino distribuite nel team?
Le competenze del designer gli permettono di muoversi con sicurezza sia nel lavoro individuale sia in quello di gruppo, adattandosi alle diverse esigenze del progetto, senza che una caratteristica prevalga sulle altre. Pur esistendo interessi e punti di forza personali che possono portare a eccellere in aree specifiche, la formazione del designer fornisce gli strumenti per affrontare ambiti differenti, applicando modelli metodologici che consentono di analizzare lo stato dell’arte, comprendere le necessità e trasformare le opportunità in azioni concrete.
Quando lavora in autonomia, il designer deve essere capace di gestire il processo creativo in modo strutturato, affrontando la complessità senza blocchi legati all’incertezza iniziale e mantenendo chiarezza sugli obiettivi, così da portare a termine il progetto con efficacia.
Nel lavoro di team, la qualità più importante è la sensibilità nel riconoscere i momenti in cui è necessario guidare, sostenere o incoraggiare il gruppo. Significa saper dare impulso quando serve, supportare senza sovrastare, favorire la partecipazione attiva e valorizzare i contributi degli altri membri, evitando che il proprio ruolo diventi un ostacolo alla collaborazione o al flusso creativo collettivo.

Come cambiano processi e ruoli nel progetto dell’auto
Rispetto a 10–15 anni fa, quali cambiamenti considera più rilevanti nei processi (dal concept alla produzione) e nei ruoli dentro i team di car design? Quali figure stanno emergendo e quali competenze diventano via via meno centrali?
Negli ultimi 10–15 anni i processi di progettazione dell’auto hanno subito una trasformazione significativa, soprattutto grazie all’evoluzione degli strumenti digitali in quasi tutte le aree, che ha velocizzato le fasi progettuali. Ciò non ha però modificato la centralità del designer e del pensiero progettuale nel guidare le scelte creative e strategiche.
I cambiamenti più significativi riguardano la possibilità per il designer di rappresentare in modo più rapido ed efficace diverse alternative, aprendo così a una maggiore esplorazione concettuale e a una varietà di soluzioni più ampia.
In generale, il cambiamento più rilevante riguarda la necessità di lavorare in modo multidisciplinare, integrando competenze tradizionali di design con conoscenze tecnologiche e digitali. Questo può includere strumenti come l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e tutte le tecnologie che supportano sia la fase di ideazione, quella del “sogno”, sia la realizzazione tecnica del prodotto.
AI nel car design: opportunità e zone d’ombra
In che modo l’AI sta già incidendo sul lavoro del car designer (idea, variazioni, valutazione, decisioni)? Quali sono le opportunità reali e quali i rischi—anche culturali—che vede all’orizzonte?
È innegabile che l’intelligenza artificiale stia avendo un impatto significativo sul lavoro in generale e, in particolare, su quello del car designer. Il rischio concreto, che in alcuni casi abbiamo già osservato, è considerarla un sostituto del designer anziché uno strumento a supporto del suo lavoro.
Al tempo stesso, l’AI velocizza il processo progettuale, fornendo strumenti che permettono di esplorare concetti più rapidamente e di rappresentarli in modo chiaro ed efficace. Offre inoltre l’opportunità di esprimersi anche a chi in passato non aveva a disposizione strumenti adeguati per visualizzare e presentare il proprio pensiero progettuale.

Simulazione e verità del progetto
La simulazione accelera e rende misurabili molte scelte, ma può anche creare una “falsa sicurezza”. Come si costruisce oggi una competenza solida nel leggere e interpretare i risultati (prestazioni, ergonomia, producibilità, ecc.) senza perdere senso critico?
La competenza nel leggere e interpretare i risultati, sia che derivino da test specifici sia da simulazioni come la realtà virtuale, è fondamentale per un designer. Tuttavia, questi strumenti devono sempre essere integrati con la conoscenza tradizionale, “oltre lo schermo”. Solo combinando l’analisi digitale con l’esperienza pratica e il pensiero critico è possibile comprendere appieno le implicazioni progettuali dei dati. Questa integrazione è essenziale in tutti gli ambiti del progetto, dai più formali ed estetici a quelli più funzionali e tecnici.
Formazione: cosa insegnare nel 2026 (e cosa smettere di insegnare)
Se dovesse riscrivere un percorso di Transportation/Car Design orientato ai prossimi 5 anni, quali sarebbero i 3 pilastri indispensabili? E quali contenuti o abitudini didattiche eliminerebbe, perché non più all’altezza del contesto?
Questo tema è sempre centrale nel nostro pensiero. È fondamentale che l’impostazione di cosa insegnare e cosa eliminare nel 2026 sia guidata da una visione strategica, sia a medio termine, come un piano quinquennale, sia a lungo termine, capace di anticipare i cambiamenti e le necessità del mercato. L’obiettivo non è ipotizzare esattamente cosa accadrà tra cinque anni, ma creare una struttura sufficientemente flessibile e proattiva.
Uno dei pilastri fondamentali è lo sviluppo della capacità concettuale e del pensiero critico, che permette agli studenti di analizzare problemi complessi e generare soluzioni innovative e inattese.
Altro elemento centrale è la padronanza degli strumenti digitali, dalla fase concettuale allo sviluppo bidimensionale e tridimensionale, fino alla presentazione. L’intelligenza artificiale deve essere integrata in modo trasversale come strumento di supporto alle diverse fasi progettuali, senza sostituire il pensiero critico del designer.
Infine, la multidisciplinarità creativa e tecnica rimane imprescindibile. Integrare competenze tradizionali di design con conoscenze tecnologiche, ingegneristiche e digitali consente di sviluppare un approccio progettuale completo e consapevole, capace di rispondere alle sfide contemporanee del car design.
Dal segno al sistema: come si educa la visione
Sketching e cultura della forma restano fondamentali, ma l’auto è sempre più un sistema (software, interazioni, servizi, sostenibilità, supply chain). Come si insegna a passare dal gesto creativo al pensiero sistemico senza perdere identità progettuale?
Lo sketch mantiene ancora oggi un ruolo importante nello sviluppo della forma e nel bilanciamento delle linee, consentendo di essere innovativi pur rispettando i valori fondamentali di un brand consolidato.
Detto questo, oltre allo sketch stiamo introducendo strumenti che consentono di ottenere risultati soddisfacenti sia dal punto di vista formale sia da quello funzionale.
Educare alla visione sistemica significa insegnare a considerare contemporaneamente diverse variabili e vincoli progettuali, adattando il pensiero creativo e trasformando i vincoli in opportunità progettuali.
Un caso concreto: lezione imparata sul campo
Può raccontarci un progetto o un’esperienza (anche senza citare nomi, se preferisce) che rappresenti bene questa transizione—digitale, organizzativa e culturale—nel car design? Qual è stata la lezione più utile e quale errore oggi eviterebbe?
Scegliere un singolo progetto non è semplice, perché negli anni abbiamo lavorato con diversi brand e su molti brief differenti, arrivando spesso a soluzioni inattese rispetto alle richieste iniziali. In alcuni casi, anche quando il brief sembrava poco realizzabile, il risultato finale ha sorpreso positivamente gli stessi committenti.
Un esempio più recente riguarda un progetto sviluppato con un top brand del settore automotive. Il brief prevedeva una libertà creativa quasi totale: agli studenti era stato chiesto di immaginare un veicolo senza particolari vincoli tipologici, con o senza ruote, tradizionale oppure sperimentale. L’obiettivo era lasciare spazio all’esplorazione di scenari futuri e all’identificazione di nuove opportunità di mercato.
Questo approccio ha permesso agli studenti di esprimersi in modo molto personale, lavorando non solo sul design dell’oggetto ma anche sulla costruzione di visioni e contesti d’uso. È proprio in questa fase che emerge uno degli aspetti più interessanti del lavoro con gli studenti: la capacità di muoversi con maggiore libertà rispetto ai vincoli industriali immediati, esplorando soluzioni che talvolta aprono prospettive inattese anche per le aziende.
Dopo una prima fase di sviluppo e diverse revisioni, è stata selezionata una rosa ristretta di progetti ritenuti più coerenti con i valori e il DNA del brand.
I concept scelti sono stati poi sviluppati ulteriormente, aumentando progressivamente il livello di definizione: dalla modellazione 3D alle animazioni, fino all’utilizzo della realtà virtuale, che ha permesso di valutare in modo più efficace volumi, proporzioni e percezione dello spazio. Questo processo ha portato infine alla realizzazione di alcuni prototipi tramite stampa 3D e, in un caso specifico, alla fresatura di un modello in grande formato in scala 1:3, con un risultato scenografico e molto realistico.
La lezione più importante che abbiamo imparato da questa esperienza riguarda il valore dell’integrazione tra creatività, strumenti digitali e prototipazione fisica. Il passaggio progressivo tra questi livelli consente di trasformare rapidamente un’idea inizialmente speculativa in qualcosa di concreto e valutabile.
Di errori se ne fanno, ma in questo contesto non sono visti come fallimenti, bensì come opportunità di apprendimento. Avere successo in un progetto è importante, ma è l’analisi critica degli errori che permette di crescere, rafforzare le competenze e sviluppare una visione progettuale più solida e consapevole





























