A Palazzo Piacentini il Made in Italy incontra Francesco attraverso la cultura della cura

di Piero Luigi Carcerano

Ci sono forme del Made in Italy che si manifestano immediatamente, affidandosi alla qualità dell’oggetto, alla precisione di una superficie, alla forza di un disegno. Altre rimangono invece quasi nascoste: abitano nelle mani che conoscono la materia, nei gesti affinati nel tempo, nelle tecniche tramandate, nella capacità di intervenire senza cancellare e di trasformare senza tradire.

È intorno a questa dimensione meno appariscente, ma forse più profonda, che nasce “Le eccellenze italiane nel segno di Francesco – Rendere visibile l’invisibile”, la mostra che Confrestauro presenta dal 23 settembre al 2 ottobre 2026 a Palazzo Piacentini, Roma, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nell’ambito delle celebrazioni per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. L’inaugurazione del 23 settembre, alla presenza del ministro Adolfo Urso, colloca il progetto dentro una cornice istituzionale che ne rafforza il significato: il Made in Italy viene ricondotto non soltanto al prodotto, ma alla cultura del fare, alle competenze e alla continuità dei saperi che lo rendono riconoscibile.

Il titolo contiene già una precisa dichiarazione culturale. Rendere visibile l’invisibile significa riportare l’attenzione su ciò che precede l’opera compiuta e continua a esistere dietro di essa: conoscenza, esperienza, memoria, responsabilità. Ogni manufatto restaurato, ogni superficie salvata, ogni pietra ricomposta è il risultato di una cultura che spesso non appare, ma senza la quale nulla potrebbe attraversare il tempo.

Il percorso si costruisce attorno a quattro verbi: riparare, lavorare, custodire, rendere visibile. Non categorie, ma azioni. Ed è proprio questa scelta a sottrarre il progetto alla consueta rappresentazione del Made in Italy come semplice vetrina dell’eccellenza, riportandolo alla sua dimensione più autentica: quella del fare.

Riparare, attraverso Progetto Arte Poli, mette in relazione la Croce di San Damiano con la Croce della Speranza di Albano Poli: il restauro supera così la propria dimensione tecnica per diventare ricomposizione di ciò che il tempo ha reso fragile. Lavorare, con Rubelli, accosta la semplicità della canapa alla ricchezza del velluto e mostra come tradizione e ricerca possano appartenere alla stessa continuità del sapere. Custodire, con Dolci Colori, riporta invece il colore alla sua origine materiale: terre e pigmenti naturali ricordano che conservare significa proteggere insieme la materia e la conoscenza necessaria per trasformarla.

Progetto Arte Poli – particolare del portale in bronzo della Chiesa di Greccio
Progetto Arte Poli – particolare del portale in bronzo della Chiesa di Greccio

Il quarto gesto dà il titolo all’intera mostra. General Marmi, insieme a Tortuga Design, presenta un fonte battesimale ricavato da un masso erratico. La pietra, pur restando materia, diventa simbolo: la forma si trasforma in soglia tra ciò che possiamo toccare e ciò che possiamo soltanto intuire.

Ma il vero soggetto della mostra sono forse le competenze. Le dimostrazioni della Scuola di Restauro di Botticino e di Palazzo Spinelli, i filmati sui processi di lavorazione e il lavoro fotografico di Roberto Salomone riportano infatti l’attenzione sulle persone, sui gesti e sulle mani che continuano a custodire questi saperi.

Istituto per l’Arte e il Restauro – Palazzo Spinelli
Istituto per l’Arte e il Restauro – Palazzo Spinelli

In un tempo nel quale il prodotto finito tende sempre più a separarsi dal processo che lo ha generato, il restauro compie un movimento opposto: risale all’indietro, riconosce le tracce della costruzione, comprende i materiali, interpreta le trasformazioni prodotte dal tempo. Restaurare, allora, non significa riportare indietro l’orologio, ma instaurare con il tempo un rapporto consapevole.

Quanto trasformare e quanto conservare? Come può la tecnologia intervenire sulla materia senza cancellarne l’identità? Sono interrogativi che appartengono al restauro ma anche all’architettura contemporanea, oggi più che mai chiamata a confrontarsi con durata, riuso, riparazione e conservazione delle risorse.

Scuola di Restauro di Botticino
Scuola di Restauro di Botticino

In questa prospettiva Francesco diventa qualcosa di più di un riferimento celebrativo. Il rapporto con la semplicità, con la materia, con la natura e soprattutto con l’idea della cura attraversa l’intero progetto. Riparare, lavorare, custodire: parole antiche che appartengono, con sorprendente attualità, anche al lessico del progetto contemporaneo.

Ed è forse qui che la mostra trova il suo significato più profondo: il Made in Italy viene sottratto alla sola dimensione del marchio per ritrovare quella della cultura. Non semplicemente produrre cose belle, ma possedere il sapere necessario perché quelle cose possano nascere, durare, essere curate e infine tramandate.

Su questa stessa dimensione insiste il presidente di Confrestauro, Alberto Rui, quando richiama il patrimonio immateriale costituito da persone, conoscenze, tecniche, tempo e responsabilità: non un corredo secondario dell’opera, ma la condizione che permette alla bellezza di attraversare le generazioni, mettendo in relazione manualità e ricerca, tradizione e innovazione, rispetto della materia e tecnologia.

È probabilmente questa l’invisibilità più preziosa che Palazzo Piacentini prova a rendere visibile: l’intelligenza delle mani, la memoria della materia e quella continuità tra passato e futuro senza la quale nessuna cultura può davvero dirsi contemporanea.

 

Foto in copertina: Progetto Arte Poli – lavorazione e saldatura di una vetrata artistica

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